Roberto Gervaso, Amanti, Mondadori, 1 aprile 2003
Licisca. Racconta Giovenale che, per meglio sfogare i propri estri, Messalina attendeva che l’imperatore Claudio suo marito si coricasse, poi indossava una parrucca bionda sotto un cappuccio nero e con la più fidata delle ancelle usciva dal palazzo e si avviava verso i bordelli della Suburra, fino alla stanzetta in cui diventava puttana: «Le tette nude in una rete d’oro sotto il mentito nome di Licisca e il ventre che ti ha partorito scopriva / generoso Britannico! / Com’era dolce con chi entrava e i soldi a chiedere pronta, / e ininterrottamente giacendo supina quanti assalti stesa si beveva
Licisca. Racconta Giovenale che, per meglio sfogare i propri estri, Messalina attendeva che l’imperatore Claudio suo marito si coricasse, poi indossava una parrucca bionda sotto un cappuccio nero e con la più fidata delle ancelle usciva dal palazzo e si avviava verso i bordelli della Suburra, fino alla stanzetta in cui diventava puttana: «Le tette nude in una rete d’oro sotto il mentito nome di Licisca e il ventre che ti ha partorito scopriva / generoso Britannico! / Com’era dolce con chi entrava e i soldi a chiedere pronta, / e ininterrottamente giacendo supina quanti assalti stesa si beveva. / E quando il ruffiano mandava via le sue ragazze, / a malincuore usciva e chidueva per ultima la stanza. / La sua vulva era ancora accesa, altra voglia la torturava, / e se ne andava sfinita d’uomo, ma ancora uomo voleva» (Giovenale, ”Satire, VI, 123-131).