Luigi Sampietro, Sole 24 Ore 07/05/2000, 7 maggio 2000
”Come insegnante Walcott applica agli altri la disciplina feroce e severa che ha sempre applicato a se stesso
”Come insegnante Walcott applica agli altri la disciplina feroce e severa che ha sempre applicato a se stesso. Una sua ex allieva afferma che non dimenticherà mai la sua prima lezione. Walcott investì gli aspiranti poeti, che aveva accettato di prendere nel proprio corso, con una domanda devastante. Che cosa li induceva a credere che qualcuno potesse mai essere interessato a leggere i loro versi? Ciò detto, chiese a tutti quanti di ricordare una poesia e di scriverla. Davanti ai pochi versi e ai tanti vuoti che gli presentarono, ammonì quella quindicina di ragazzi a non pensare di poter diventare poeti semplicemente mettendo sulla carta le loro intime esalazioni di sconforto. A non scambiare per poesia ciò che appare sulla pagina come scandito dagli accapo. La poesia tende per sua natura al canto e deve avere una forma che la consegni alla memoria. Bisogna imparare il mestiere, maneggiare gli schemi. Bisogna esercitarsi misurandosi con i trucchi degli elisabettiani e di Milton, con l’esuberanza di Omero e l’esattezza di Pope. E lavorare nella solitudine monacale della propria mente, come un amanuense che porti dentro di sè la visione luminosa di una vocazione. Il fatto stesso che le parole abbiano senso e che certe sillabe siano uguali - che siano possibili le rime - è la prova che la poesia è allusiva del miracolo del mondo. Il verso libero è una trappola in cui asfissiano, per arroganza, i giovani che credono che l’arte stia nell’originalità. Ma se uno non sa scrivere in un altro modo, da che cosa è libero il suo verso? ”Free from what?””.