Varie, 31 marzo 2003
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Urbani Carlo
• Castelplanio (Ancona) 19 ottobre 1956, Bangkok (Thailandia) 29 marzo 2003 (Sars). Medico. Laureato in medicina all’Università di Messina specializzandosi in malattie infettive, dopo aver fatto il medico di famiglia per qualche tempo a Castelplanio, dove ha ricoperto anche la carica di consigliere comunale, era diventato aiuto nel reparto di malattie infettive dell’ospedale di Macerata nel quale è rimasto sino all’inizio del 2001. Quando si aprì la prospettiva di diventare primario, rifiutò per dedicarsi alla missione con Medici senza Frontiere. Numerosi i viaggi effettuati nei paesi del Golfo, in Nuova Guinea, in Africa e in Cambogia. Da semplice volontario era diventato presidente dell’associazione e nel 1999 aveva ritirato il premio Nobel per la pace assegnato all’associazione. Chiamato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come infettivologo presso il French Ospital di Hanoi, qui aveva individuato per primo il virus della polmonite atipica in un uomo d’affari americano ricoverato nell’ospedale vietnamita (’Il Messaggero”, 30/3/2003). «’Il suo lavoro di medico condotto, la possibilità di fare ricerca ad Ancona, la nostra bella casetta a schiera”. Ma a Carlo Urbani quella vita non bastava: ”Mi diceva ”Giuliana, io qui faccio ricette e basta’”. [...] Urbani è morto anche di quell’irresistibile slancio che lo ha portato - d’istinto - a fare sempre la cosa che gli sembrava più giusta: occuparsi degli ultimi, dare voce a chi non ce l’ha, mettersi a servizio degli altri. Lo stesso slancio che in un giorno di febbraio del 2003 lo ha portato a visitare d’urgenza un uomo d’affari americano, ricoverato all’ospedale francese di Hanoi. Un caso di sospetta polmonite atipica, il primo di una catena che grazie al suo intervento si è fermata praticamente lì. Non l’avesse visitato lui (e non era suo obbligo farlo, non rientrava nei suoi compiti di dirigente dell’Oms), non avesse suggerito le misure preventive per contenere l’infezione, forse oggi il Vietnam e il Sud Est asiatico sarebbero ancora devastati da un’epidemia che invece è stata bloccata. Urbani ci ha perso la vita, e oggi viene ricordato attraverso due libri: Il medico del mondo. Vita e morte di Carlo Urbani, scritto da Jenner Meletti per Il Saggiatore, e Le malattie dimenticate. Poesia e lavoro di un medico in prima linea. Una raccolta di lettere (Urbani scriveva moltissimo, e molto bene) curata da due infettivologi, Marco Albonico e Lorenzo Savioli, edita da Feltrinelli. Una per tutte, una delle ultime, e delle più affannate: ”Lorenzo: che casino. Non so se sai ma qui ad Hanoi sono anche responsabile del controllo delle malattie trasmissibili, e mi trovo nel mezzo di una gigantesca rogna: un’epidemia di natura incerta che ha risonanze internazionali... qualcosa di grosso, credimi, e mi sta prendendo almeno dodici ore di lavoro al giorno... Dimmi buona fortuna...” (7 marzo 2003). La fortuna non ha assistito il medico di Castelplanio, provincia di Ancona, ma gli ha dato una vita ricca di affetti, incontri, scommesse, vittorie, felicità, come può essere quella di curare un villaggio cambogiano colpito dalla schistosomiasi (una malattia terribile tra le più diffuse ai tropici) e sei mesi dopo rilevare che purtroppo uno dei bambini ”è già morto, ma in tanti altri l’infezione è scomparsa... A piccoli passi il programma sta dando i suoi frutti”. Piccole felicità, piccoli passi, ”una goccia d’acqua nel deserto, ma capirete quanto quella goccia sia necessaria”, diceva lui. Era un eroe? No, risponde nel suo libro Jenner Meletti. Che racconta del giorno dei funerali di Urbani, e dei ”’Medici senza frontiere’ che arrivano sulla collina per dare l’addio al loro ex presidente nazionale”. Una ”bella Italia, quella scritta in faccia” a questi medici il cui motto è ”quando una vita è in gioco, non c’è un minuto da perdere”. Non eroi, ma medici convinti della necessità di ”far conoscere le ingiustizie”, oltre che di curare i malati. Infatti la campagna lanciata da Urbani da presidente italiano di Msf era stata quella di aprire alle popolazioni povere l’accesso ai farmaci essenziali. Un problema umanitario, l’aveva definito così. Meletti racconta l’uomo e il medico attraverso le voci di chi l’ha conosciuto ed amato (e tutti l’hanno amato). Come l’ostetrica Pierangeli, che lo ricorda come ”personaggio ”pericoloso’. Lo conoscevi una sera a cena e dopo tre mesi ti ritrovavi in Etiopia, a fare la volontaria in un ospedale. A tue spese, ovviamente, e consumando tutte le ferie”. E la moglie Giuliana, che lo ha accompagnato per tutto il mondo con tre figli bambini: ”Carlo è sempre stato un uomo capace di grandi scelte”, e persino l’ultima è stata una grande scelta, da grande uomo» (Brunella Giovara, ”La Stampa” 29/3/2004).