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 2003  marzo 31 Lunedì calendario

Artest Ron

• Queensbridge (Stati Uniti) 13 novembre 1979. Giocatore di basket. Dei Los Angeles Lakers. Già con Chicago Bulls, Indiana Pacers, Sacramento Kings, Houston Rockets • «[...] è soprattutto noto per le sue prodezze da cronaca nera e per aver innescato la rissa di Detroit: Pistons contro Indiana Pacers, 19 novembre 2004, uno spettatore gli tira un bicchiere pieno di coca cola in faccia dopo che lui aveva appena abbozzato un litigio con il rivale Ben Wallace. Artest sale sugli spalti si avventa sul tifoso e ne nasce una scazzottata da Far West, che coinvolgerà diversi giocatori. La sentenza della Nba è esemplare: squalifica per il resto della stagione, 73 partite più playoff, e rinuncia a quasi 5 milioni di dollari di stipendio, come mai nessuno prima, un record. Era doveroso partire da qui, dalla più grave delle sue bravate per capire il resto della storia, quella [...] avvenuta a casa sua, con successivo intervento della polizia e relativo arresto. Artest ha messo al tappeto due volte la moglie Kimsha prima che questa riuscisse a chiamare i soccorsi. L’antefatto era andato in scena nel giardino per la delizia del vicinato: Kimsha armata di pentola che cerca di sfondare il finestrino della Hummer nella quale sta seduto il marito Ron. Il vetro si rompe, Artest scende e si trasforma nell’arcigno difensore che semina il terrore nelle aree della Nba: la moglie se la cava con una serie di contusioni, lui viene portato via in manette e trascorre diverse ore in cella prima di essere rilasciato su cauzione di 50 mila dollari [...] i Sacramento Kings, hanno già emesso un verdetto chiaro per bocca del presidente Geoff Petrie: ”I Kings hanno sospeso il giocatore Ron Artest in via indefinita causa il suo arresto per violenza domestica”. Scaricato, dunque, anche se continuerà a percepire i 7.15 milioni di stipendio. L’elenco delle sue smargiassate è lungo quasi come quello di Mike Tyson o di Dennis Rodman (ex Chicago Bulls) detto il Verme. Ma Artest non è solo gomiti e violenza, è un giocatore di grandissimo talento con statistiche da All Star e un vero fenomeno della difesa [...] Nel 2002, invece, era toccato alla fidanzata dell’epoca chiamare la polizia e denunziarlo per minacce. Ma è anche sul campo che ad Artest ogni tanto parte l’embolo. Nel 2003 si mise a litigare con l’allenatore avversario, non uno qualunque, il guru Pat Riley: uno scambio di vaffa... e di parole al veleno nel post-partita. Per l’episodio si era preso quattro giornate di squalifica e, rissa di Detroit a parte, in carriera ne ha collezionate molte altre. Come i tre turni che il commissioner David Stern gli affibbiò per aver distrutto al Madison Square Garden di New York un monitor della tv. Così senza ragione, anche allora per uno scatto improvviso d’ira. Ma all’inizio della stagione 2004/05, era stata la sua stessa squadra, gli Indiana Pacers, a sospenderlo: aveva chiesto all’allenatore Rick Carlisle un mese di ferie dopo aver trascorso l’estate a promuovere il suo nuovo cd di rap. Era stanco. Ma da quando si era trasferito ai Kings [...] non c’era stata alcuna nuova turbolenza. Per questo qualcuno aveva fatto quella riflessione: se il clima della California lo avesse finalmente calmato. Perché, come Mike Tyson e il Verme Rodman, Artest ha l’aria di essere una bomba a orologeria: sempre pronto a esplodere» (Massimo Lopes Pegna, ”La Gazzetta dello Sport” 7/3/2007) • La rissa con i tifosi dei Detroit Pistons gli costò una lunghissima squalifica: «Lo hanno punito in modo esemplare i manager dell’Nba: 72 giornate di squalifica. Hanno riguardato decine di volte le immagini della gigantesca rissa [...] si è tuffato contro un tifoso in tribuna e ha menato le mani finché ne ha avuto la forza. Una scena da saloon. Due giorni di riflessione, poi la Nba ha deciso trasformare l’episodio in un precedente che i giganti del basket americano non devono dimenticare. Artest diventa così il primo giocatore della storia sportiva Usa ad oltrepassare i 70 turni di squalifica. Per capire quanto clamorosa sia stata la decisione, basta fare un confronto con la sospensione di Latrell Sprewell nel 1997. La stella dei Golden State Warriors se la prese con l’allenatore, PJ Carlesimo, colpevole secondo lui di avere indebolito la squadra vendendo Chris Webber. Sprewell prima insultò il tecnico, poi decise di passare alle maniere forti. Il tecnico per poco non venne letteralmente strangolato: 68 le giornate di sospensione. Per Artest si è trattato di un ritorno al passato. Cresciuto nelle strade del Queens a New York, una famiglia poverissima, la madre abbandonata giovane dal marito, costretta a consumarsi in tre lavori al giorno. ”True Warrior” il guerriero della verità, il soprannome che Artest si è portato nell´Nba da quei giorni vissuti imparando a difendersi da solo nel ghetto e la pallacanestro in una piccolissima associazione di quartiere. Due soli anni all’università di St. Johnis a New York, poi il salto nel basket dei professionisti. Un fallimento. La prima piazza è Chicago, lontano da casa. Artest non migliora sotto canestro e divide il suo tempo tra allenamenti svogliati e la vita da commesso di un negozio di elettronica. Gli serve per coltivare la sua vera passione: la musica. ”Con quell’impiego - racconterà - potevo ottenere degli sconti sui cd”. Ha talento, ma serve un fenomeno per tirarlo fuori. Larry Bird, prima allenatore e poi manager dei Pacers, a dargli i primi consigli che lo portano a diventare nell’aprile del 2004 il migliore difensore della Lega. Un momento d’oro. Ma dura pochissimo. Artest è tra i giocatori più rissosi dell’Nba, il suo talento, come un tempo accadeva anche a Rodman nei Bulls di Jordan, viene soffocato da squalifiche e incidenti. [...] viene sospeso per 12 gare dopo avere distrutto un monitor da 35.000 dollari. Furia ceca dopo la discutibile decisione di un arbitro. [...]» (Gianluca Moresco, ”la Repubblica” 23/11/2004) • «Il destino in un nome. Anzi, in due. Ron Artest è nato e cresciuto a Queensbridge, New York City, dove ritorna ogni estate per calcare il più famoso playground del mondo. Sull’asfalto del Rucker Park è conosciuto come ”The True Warrior” (Il Vero Guerriero) e questo dovrebbe già bastare. Ma c’è di più. Quando è finito sulla copertina di ”Espn The Magazine”, il titolo dedicato all’ala degli Indiana Pacers [...] era ”Mad Game”. Un aggettivo, mad (pazzo), non certo usato per caso. Ron Artest nel mondo del basket professionistico è considerato mezzo matto. Non che lui abbia fatto molto per smentire tale opinione. Quella ”Terapia d’Urto” (’Anger Management”) portata sui grandi schermi con un sorriso da Jack Nicholson e Adam Sandler, Ron Artest la conosce dall’età di anni 8, quando per la prima volta varca la porta di uno specialista. E non ci sono sorrisi, ma solo tanta rabbia repressa. Una rabbia forse ereditata da un padre veterano della Marina ed ex-pugile col cazzotto nel sangue, che usa mamma Sarah come sparring-partner domestico. O forse coltivata a Queensbridge, cinquemila famiglie ammassate in enormi case popolari, due sole camere da letto dove crescere con tre sorelle, due fratelli e due nipoti. Nel 1992 arriva la separazione dei genitori, tre anni più tardi Ron perde tragicamente la sorellina Quanisha a sole dieci settimane dalla sua nascita (e decide di seppellirla ponendo a fianco della bara uno dei suoi trofei vinti giocando a basket). Ecco perché, più del lettino di uno strizzacervelli, ”la sua terapia sono i 28 metri di un campo di pallacanestro”, come ha detto un suo compagno di squadra. E su quei 28 metri Ron Artest se la cava alla grande. Sa segnare, va a rimbalzo come un demonio. Una volta, ai tempi dei Bulls, si mise perfino a giocare da playmaker per tappare i buchi in squadra: chiuse con 0/17 al tiro e fece tenerezza in sala stampa, quando si scusò e disse di ”avercela messa tutta”. Ma quello che fa meglio di tutti, nella Nba, è difendere. [...] in preparazione del rientro, Michael Jordan si era allenato anche con lui. Ne era uscito con due costole intere in meno, ma anche con un’opinione chiara: ”Amo Ron Artest”. [...] Lo amano i pazienti invalidi del Goldwater Hospital, la cui carrozzina più di una volta è spinta da questo ragazzo con la faccia gentile, che ha sempre una parola per tutti. Lo amano i suoi amici di Queensbridge, quelli con cui correva a ripararsi sotto la panchina del playground quando qualcuno apriva il fuoco all’improvviso. Ricorda Ron, adesso: ”Sono arrivato a un punto in cui ero stanco di scappare ogni volta che sentivo degli spari. Restavo fermo in campo, facevo passare quei cinque minuti e poi sapevo che sarebbe arrivata la polizia”. [...] ha imparato ad amarlo anche Howard Garfinkel, titolare da decenni di un camp per giovani stelle appena fuori Pittsburgh. Artest ci aveva preso parte da allievo e ora gli veniva chiesto di essere l’ospite di onore per una settimana. Ospite sì, ma lasciamo stare l’onore. Invece di aspettare i biglietti aerei di business class, ”Ron Ron” si è messo in auto, ha guidato da Indianapolis a Pittsburgh ed è rimasto tutta la settimana a lavorare coi ragazzi, mangiando con loro in mensa e passando le notti nel dormitorio del camp. Eppure a Indianapolis, non certo la città più progressista d’America, c’è chi farebbe volentieri a meno della rabbia di questo ragazzo, [...] degli oltre 300.000 dollari di multe pagate, delle storie di minacce telefoniche alla ex-fidanzata. stata fatta perfino circolare una petizione in chiesa, poi spedita a Donnie Walsh, boss dei Pacers. Preghiera rimasta inascoltata, visto che Indiana gli ha fatto firmare un contratto da 6 anni per 41 milioni di dollari. Soldi che non gli faranno più venire in mente, come successo al suo primo anno nella lega, di presentare domanda per il turno domenicale di un megastore Circuit City (’Tanto i Bulls non giocavano mai di domenica”). Soldi che, invece, gli serviranno a mantenere la sua famiglia, già numerosa nonostante [...] Ron Artest, nel bene e nel male, è un tipo a parte. Prendete il suo talento per la difesa, aggiungeteci un tocco di pazzia e una certa ingenuità fanciullesca; lasciate fuori dal mix capelli colorati, orecchini e piercing e avrete il Dennis Rodman del terzo millennio. ”R-o-d-m-a-n”. Potete leggerlo anche come ”M-a-d R-o-n”. Il destino, come detto, a volte sta proprio in un nome» (Mauro Bevacqua, ”Corriere della Sera” 17/11/2003) • «Il giorno in cui ha preso a calci una telecamera da 100mila dollari è diventato una stella. Perché, diciamolo, da quando non c’è più Dennis Rodman la Nba sembra diventata una lezione di catechismo. […] Fa l’ala per Indiana ed è un ottimo giocatore. Però se ascolti il suo vecchio allenatore di high school, è anche ”un selvaggio”. Invece secondo quello che lo seguiva al college di St. John’s, Mike Jarvis, ”a volte ti può spaventare”. […] Ha un approccio difensivo feroce ed è un lavoratore pignolo ed infaticabile. […] ”Non riesco a controllarmi - ammette il ragazzo - e neppure penso di dovermi controllare. Se giocassi trattenuto, il livello del mio rendimento si abbasserebbe nettamente”. […] A calmarlo ci hanno provato in molti. Persino medici di una certa levatura. I primi incontri con un terapista li ha fatti all’età di otto anni, quando ancora non era ben chiaro se nella vita avrebbe fatto il giocatore di basket, il pugile, oppure il killer per una banda di neri del Queens. Visto come sono andate le cose, può definirsi fortunato. Non è un mistero perché adori il contatto fisico: è cresciuto con i genitori in località Queensbridge, New York, in un appartamento di due stanze da dividere con cinque fratelli e due cugini. Aveva costantemente fame in un luogo in cui pranzo e cena erano soggetti al turnover. Il padre, Ron sr., un ex marinaio, si era indebitato per tenere incollata quella famiglia: era stato un buon pugile e per tranquillizzare il figlio aveva provato ad insegnargli qualche rudimento. Si spaventò subito per la rabbia che mordeva lo stomaco del giovane Ron. Così lasciò perdere. Poi un giorno i nervi cedettero anche a Ron sr., che picchiò la moglie Sarah. Ron jr. vide tutto, però inventò una storia da raccontare alla polizia. Papà Ron lo fulminò: ”Non mentire mai”. E si consegnò agli agenti. Come Ron sia diventato un protagonista della Nba, dopo essere stato preso da Chicago al primo giro della scelte nel 1999 quando ancora doveva finire l’Università, è un mistero e un miracolo. […] Jermaine O’Neal, compagno di squadra, sostiene che ci ha messo un po’ di tempo a capirlo: ”Molti compagni prendevano paura nelle partitelle di allenamento. A volte è irriconoscibile: più di una volta l’ho visto minacciare di morte qualcuno che, a suo avviso, non si stava impegnando abbastanza. Ma è solo il suo carattere. Dà energia a tutti noi. A volte gli parliamo chiaro e lui capisce che deve darsi una calmata: è un ragazzo molto intelligente”» (Riccardo Romani, ”Corriere della sera” 31/3/2003).