Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  marzo 28 Venerdì calendario

RIGONI STERN Mario Asiago (Vicenza) 1 novembre 1921, Asiago (Vicenza) 16 giugno 2008. Scrittore. «Lo scrittore italiano di guerra più conosciuto e tradotto all’estero

RIGONI STERN Mario Asiago (Vicenza) 1 novembre 1921, Asiago (Vicenza) 16 giugno 2008. Scrittore. «Lo scrittore italiano di guerra più conosciuto e tradotto all’estero. Il Sergente nella neve, resoconto-testimonianza della tragica ritirata di Russia, fu pubblicato su insistenza di Elio Vittorini. Da allora ha pubblicato una quindicina di libri fra romanzi e racconti, vincendo premi letterari e ottenendo la laurea honoris causa in scienze forestali dell’Università di Padova. All’impegno civile per tenere vivo il ricordo di che cosa sia realmente una guerra, per diffondere una fondata cultura della pace, ha infatti unito lo studio del mondo alpino fino a diventarne il simbolo più alto e ascoltato» (Giampaolo Visetti, ”la Repubblica” 28/3/2003). «Il pensiero corre inevitabilmente alle parole con cui Elio Vittorini presentava nel 1953 Il sergente nella neve (in uno dei risvolti di copertina, diventati famosi, dei Gettoni Einaudi): ”Mario Rigoni Stern non è scrittore di vocazione”. Era un giudizio azzardato per un autore che, a parte le risorse dello stile, aveva cominciato a scrivere quel libro nove anni prima, appena ventitreenne, nell’ambiente non proprio ottimale di un lager tedesco. Ma tant’è, accadde a Rigoni di essere confuso tra gli scrittori di memorialistica fioriti nel dopoguerra, di essere apprezzato soltanto come testimone quando, sulla scia del Neorealismo, perfino gli scrittori che non ne avevano titolo pretendevano di testimoniare. Dello stesso equivoco fu inizialmente vittima anche Primo Levi, suo amico fraterno. Intendiamoci, il valore della sua esperienza umana trascinata nel gorgo della Storia resta indiscutibile ma è tanto più grande in quanto il suo pedagogismo si esprime, per così dire, ”in re”, e si dilata nel tempo aldilà delle stesse drammatiche vicende che lo hanno occasionato. Per l’asciutta solennità da cronista antico che lo contraddistigue, per il soffio dell’epica che lo incalza. Dunque il cacciatore, rocciatore, sciatore, infine l’alpino Rigoni, nell’inverno del 1944, in una baracca assediata dal nevischio, prende un mozzicone di matita e comincia a scrivere la sua guerra di Russia conclusa dalla tragica ritirata e dalla prigionia: ”Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato...”. una storia di amaro disinganno, di eroismo e disperazione, di un sentimento di amicizia cementato dal sacrificio che dai compagni d’arme si estende ai nemici, partecipi di una comune, travagliata umanità. Alla luce di una interrogativa speranza che per lui e i suoi commilitoni appare come una stella fissa: ”Ghe rivarem a baita?”. La baita è la casa sull’altipiano di Asiago, è il ritrovamento di una comunità civile e solidale, delle radici fisiche e morali che la guerra e l’esilio non hanno estirpato ma rinvigorito. Perchè la stessa malaugurata avventura che la sorte gli ha imposto include sempre, nella memoria e nel desiderio, nella tenacia degli affetti, nella limpidezza del giudizio, la sua terra lontana. Non è un caso, ma una esigenza profonda, che Rigoni, dopo avere raccontato la campagna di Russia, ma anche l’Albania e la Francia, dedichi tanta parte della sua narrativa alle storie di casa, dimostrando di essere tutt’altro che uno scrittore prescelto da eventi eccezionali. Sembra in realtà che egli riesca a fondere le due esperienze che Walter Benjamin assegnava all’origine del narrare: quella di chi viene da lontano ed ha cose ”meravigliose” da raccontare, e quella di chi non si è mosso dalla propria terra e, ”uomo di consiglio”, ne diventa l’interprete più accreditato e sapiente. Quest’ultima parte la troviamo esemplificata mirabilmente in Storia di Tonle, e poi nell’Anno della vittoria, nelle Stagioni di Giacomo dove, facendo un passo indietro, Rigoni racconta un’altra guerra speculare alla seconda, quella del ’15-’18 che ha devastato e disseminato di morti le sue contrade. Ma contano anche le storie di costumi e mestieri antichi, di animali e piante che Rigoni, segugio della penna, restituisce con nitore straordinario, con indistinta simpatia creaturale. Difendendosi dall’idillio e dalla nostalgia passatista, ma tenendosi al nocciolo duro di una moralità e di un modo di vivere che valgono per i tanti microcosmi di cui si compone la famiglia umana. [...] La sua è ”una condizione spirituale che mette in primo piano ciò che pre-esiste: la fisionomia del paesaggio, lo scempio causato dall’azione bellica, le vicissitudini degli esseri umani. Insomma, per lui sembrano essere più importanti i luoghi della partenza che quelli dell’arrivo”» (Lorenzo Mondo, ”La Stampa” 14/10/2003).