Varie, 26 marzo 2003
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Albert Laura
• New York (Stati Uniti) 2 novembre 1965. Scrittrice. Dal 1996 scrisse i libri firmati dal fantomatico Jeremiah “Terminator” Leroy, che si diceva nato in West Virginia il 31 ottobre 1980 • «[...] Il New York Times dopo aver avanzato dubbi sull’identità del giovane scrittore maledetto, ex prostituto, drogato, sieropositivo, ha pubblicato [...] la verità definitiva [...] sull’incredibile bufala letteraria, che ha ingannato - e commosso - milioni di lettori, giornalisti, editori. Geoffrey Knoop, ex compagno della Albert, ha confessato tutto. Secondo l’agiografia JT Leroy era nato in una famiglia disastrata della West Virginia ed era fuggito di casa, finendo in un inferno di droga e marciapiedi. Salvato da un’assistente sociale e da uno psicologo, era diventato un caso letterario con due romanzi - fintamente - autobiografici. La verità è diversa. Laura Albert, una newyorkese trasferita in California, bramava un po’ di successo. Come, per altro, il suo fidanzato, Geoffrey, ex musicista rock di scarso talento. Scriveva canzoni, poesie, racconti. Nulla. Un giorno decise di contattare Dennis Cooper, un bravo scrittore gay. Pensando che il tizio se ne fregasse delle velleità creative di una donna trentenne, s’iinventò l’alter ego di JT Leroy. Un ragazzino che ne aveva viste di tutti i colori e che s’era anche prostituito. Mandò le storie allo scrittore. E lo scrittore si appassionò. Gli sembrava che la realtà, così violenta e brutale, superasse la fantasia. La Albert si fece più volte viva al telefono, fingendo una voce da ragazzino, con uno smaccato accento della Virginia. Cooper ci cascò. Presentò i dattiloscritti in giro. E ci cascarono molti altri intellettualoni. Uscirono Sarah e Ingannevole è il cuore più di ogni cosa. Un romanzo più fortunato dell’altro. Tirarsi indietro, a quel punto, era impossibile. Laura Albert continuò a tenere in vita l’inesistente JT Leroy. Centellinava le interviste telefoniche ai media di tutto il mondo, bramosi di incontrarlo. Ma essendo ormai inevitabile mostrarsi in pubblico, arruolò Savannah Knoop, sorellastra del suo Geoffrey, per incarnare lo scrittore maladetto. La ragazza, ventiseienne, interpretò il ruolo alla perfezione. Indossava parrucche, occhiali da sole, vestiti sformati, parlava poco e imbarazzata. Con un passato così turbolento, come diceva di avere, sembrava credibile nelle sue strane goffaggini. Il gioco avrebbe dovuto durare poco. Dopo qualche apparizione, Leroy si sarebbe rintanato in una solitudine blindata, come un nuovo Salinger. Invece la macchina non si fermò più. Tour mondiali, letture, star come Bono Courtney Love, Wynona Ryder, che volevano aiutare il giovane genio, sieropositivo, a curarsi [...] un cronista del New York Magazine, insospettito dall’aspetto di Leroy, ha indagato. Il New York Times ha scoperto che il “volto” pubblico di Leroy era quello di una ragazza, Savannah, per l’appunto. Dopo giorni di silenzi [...] è arrivata la confessione di Geoffrey Knoop. Non del tutto nobile. L’uomo non è più il compagno della signora Albert. E sta combattendo per l’affidamento del loro figlio. [...]» (Bruno Ventavoli, “La Stampa” 8/2/2006) • «Tanto bravo da non crederci, il giovane JT Le-Roy. Letteralmente. [...] il “New York Times” ha smascherato quello che potrebbe essere l’imbroglio letterario più clamoroso dai tempi Shakespeare. JT non esiste, o comunque in pubblico lo interpreta una ragazza. La giovane [...] si chiama Savannah Knoop. Sarebbe la sorellastra di Geoffrey Knoop, l’uomo che insieme con sua moglie Laura Albert sosteneva di aver raccolto LeRoy dalla strada. [...] La straordinaria favola di Jerome Terminator LeRoy - ma ormai sarebbe più opportuno dire leggenda - era cominciata il giorno di Halloween del 1980, quando era nato in una famiglia disfunzionale della cupa West Virginia. Per sfuggire al suo gramo destino, questo Oliver Twist del XX secolo era scappato di casa, dedicandosi a prostituzione e droga. A un certo punto, nella sua vita disperata si era affacciata una fatina di nome Emily Frasier, assistente sociale di San Francisco che lo aveva preso in casa col marito. Emily aveva portato JT dallo psicologo Terrence Owens, che per svuotare l’armadio dagli scheletri spaventosi gli aveva suggerito di scrivere. Così, nel 1997, LeRoy aveva esordito in un’antologia di memorie intitolata Close to the Bone (Attaccato all’osso). La sua storia si chiamava Baby Doll e aveva come protagonista un ragazzo che si travestiva con le gonne della madre, per sedurre il patrigno. Da allora in poi il successo era stato incontenibile. Dopo una sapiente assenza di tre anni, nel 2000 era uscito il primo libro di JT, Sarah, che raccontava la storia di una prostituta dodicenne chiamata Cherry Vanilla, decisa a sfondare nella professione più antica del mondo. Un anno dopo era andato alle stampe Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (portato sul grande schermo da Asia Argento), e poi La fine di Harold, osannato da personaggi come Zadie Smith, Dave Eggers e Lou Reed. A questa attività già prolifica, l’ex gigolò aveva aggiunto la sceneggiatura del film Elephant di Gus van Sant, più collaborazioni televisive e articoli per le riviste letterarie più prestigiose. Come se tanta attenzione non bastasse, dietro l’angolo era spuntato un altro colpo di scena: LeRoy aveva annunciato di essere sieropositivo, unto dalla crudele società postindustriale. A quel punto un esercito di celebrità, da Bono a Courtney Love, da Wynona Ryder a Tatum O’Neil, non aveva più potuto trattenersi dall’aiutarlo, diventando il suo sponsor mondiale. In queste condizioni, col suo passato, era ovvio che JT fosse un po’ riservato. Perciò quando appariva in pubblico nascondeva i suoi tratti androgini con cappelli, parrucche e occhiali da sole. Questo ha insospettito il giornalista del New York Magazine Stephen Beachy, che si è messo in caccia. [...] ha pubblicato un articolo in cui avanzava il sospetto che LeRoy non esistesse. Emily Frasier in realtà si chiamava Laura Albert, una musicista fallita di Brooklyn sposata a Geoffrey Knoop, ed era la vera autrice dei libri. La denuncia di Beachy aveva attivato anche il “New York Times”, che negli ultimi tempi cade in tutti i tranelli possibili. Il prestigioso quotidiano di Manhattan, infatti, aveva pubblicato un lungo panegirico di LeRoy, e poi gli aveva anche fatto scrivere un articolo su una fantomatica visita alla Disneyland di Parigi. Il Times si era insospettito, aveva notato che le ricevute e i conti non tornavano, ma non era riuscito a ottenere dall’avvocato di JT il suo passaporto per confermare il viaggio e l’identità. Il mistero era che alle volte, per quanto camuffato, LeRoy appariva in pubblico. Chi era, dunque, quel personaggio? Il Times, che quando perde non ci sta, ha continuato l’indagine e [...] ha pubblicato la sua verità: JT viene impersonato da Savannah Knoop. Lo dimostra una serie di foto sottoposte all’analisi dell’agente di LeRoy, Ira Silverberg, e agli amici di Savannah. Dunque il cerchio sarebbe chiuso: Laura Albert scrive i libri e la sorellastra di suo marito interpreta l’autore in pubblico. Questi Arsenio Lupin del falso letterario potrebbero difendersi sostenendo che JT esiste davvero, e loro stanno solo proteggendo la sua privacy con l’ingegnosa copertura. [...] Ora va bene la riservatezza di J.D. Salinger, o il mito di Thomas Pynchon. Anche sulla vera identità di Shakespeare ci accapigliamo da oltre quattro secoli. Ma si può inventare un autore e farlo interpretare da un’attrice sul palcoscenico quotidiano, nell’era della comunicazione digitale? E come mai agenti e case editrici non gli hanno fatto le domande giuste? Ai poveri lettori, adesso, non resta che decidere se continuare a leggere i libri della bravissima Laura Albert. Professione: cantastorie» (Paolo Mastrolilli, “La Stampa” 10/1/2006) • «Lo scrittore che ha conquistato e disarmato i lettori con due romanzi di angelica scrittura e terribile materia (l’iniziazione alla prostituzione di un bambino, al seguito della giovanissima madre: il tutto di controverso autobiografismo) [...] “Credo che lo scrittore sia come uno chef, nel senso che firma il proprio lavoro con un particolare sapore. La mia scrittura viene comunque filtrata attraverso me stesso, quindi le mie questioni irrisolte mi seguono come un’ombra. Ingannevole è il cuore più di ogni cosa è una introduzione a Sarah [...] Ma Sarah non è un’autobiografia: ci sono elementi fittizi e di fantasia. Già questo dimostra che posso scrivere di cose al di fuori della mia esperienza [...] Quando cominciai a scrivere, la gente mi diceva quanto fossi coraggioso a scrivere in quel modo; ma io rispondevo che no, non si trattava di essere coraggioso. Io dovevo scrivere per sopravvivere. Era come se stessi tessendo usando l’ortica, ma non mi sono guardato le mani fino alla fine. Non sentivo nulla mentre scrivevo: è così che mi succede, quando scrivo [...] Per me scrivere è la più grave forma di masochismo e io ne sono dipendente [...] Vorrei una stanza e uno spazio mio. Vorrei essere economicamente autosufficiente. Non lo sono ancora. Mi piace scrivere per le riviste e lo faccio spesso, ma non pagano. Sono uno che ha paura di chiedere soldi. Mi sembra sempre di non meritarmeli. Desidero che la mia meravigliosa band Thistle LLC continui ad avere successo. Amo la musica così tanto che potrei immaginare, in un futuro, di abbandonare la scrittura per dedicarmi solo alle canzoni [...] Per oggi, direi che sono un maniaco della cioccolata. Sicuramente non uno scrittore”» (Loredana Lipperini, “la Repubblica” 14/2/2005) • «A sedici anni ha cominciato a pubblicare racconti su riviste indipendenti con lo pseudonimo di Terminator. Nel 2000, non ancora ventenne, ha esordito col romanzo semi-autobiografico Sarah, nel quale un bambino dodicenne abituato fin da piccolo a travestirsi con gli abiti e i cosmetici della madre viene da questa iniziato alla prostituzione nei parcheggi per camionisti dove lei stessa ha imparato a vendere il suo corpo poco più che adolescente. Nel 2001 ha pubblicato Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, che del primo libro è in realtà l’antefatto, con il protagonista Jeremiah che racconta la sua infanzia a cominciare dai primi ricordi, risalenti a quando aveva quattro anni e un pupazzo di Bugs Bunny e una famiglia adottiva presto sostituita dalla madre-prostituta-bambina e dal nonno predicatore evangelico (con una spiccata propensione al sadismo). […] La fine di Harold […] consiste di un’ottantina di pagine con testo a fronte, ma naturalmente la lunghezza non conta. […] Il protagonista, un ragazzo di San Francisco (la città dove risiede attualmente), vive vendendosi sui marciapiedi di Polk Street. Un giorno incontra Larry, un adulto dall’aria gentile che lo ospita in casa e lo colma di attenzioni (procurandogli ad esempio il cibo e l’eroina) e di regali. Harold, minuscola escargot di stirpe francese e di nobile lignaggio, è uno di questi. Ben presto il ragazzo si affeziona alla sua lumaca, portandola con sé in un bicchiere di cartone e sfamandola con foglie di lattuga possibilmente biologica. E proprio prendendosi cura del suo “cucciolo” il protagonista, ormai assuefatto a una vita fatta di violenze pressoché quotidiane, finisce per scoprire un mondo interiore in cui c’è posto per l’affetto e la dolcezza, un mondo di cui non conosceva l’esistenza. Naturalmente, così come nel caso dei libri precedenti, anche La fine di Harold contiene quelle scene “forti” e quei riferimenti velatamente autobiografici cui ci ha abituati l’autore. E che tanto hanno fatto hanno parlare di lui su riviste non solo letterarie, facendolo diventare prima che un “caso letterario” un vero e proprio fenomeno mediatico. Di lui hanno scritto l’autorevole “New York Times” e il modaiolo “The Face”, il serissimo “Guardian” e lo specialistico “Gay Times”. E di lui si è detto di tutto. È davvero il figlio di una prostituta di nome Sarah, che lo ha partorito all’età di quattordici anni. Ha scoperto che suo padre è un teologo. J.T. Crede che sua madre sia morta a New York quando lui di anni ne aveva sedici. Si è davvero prostituito insieme con lei per gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza. J.T. Riceve dai fan sul suo sito www. jtleroy. com cento messaggi di posta elettronica al giorno. Non si fa fotografare e non compare in pubblico se non comunque mascherato (è vero: una rivista inglese ha scritto che si presenta sotto forma di ibrido tra il David Bowie periodo Ziggy Stardust e il fanta-punk dei Sigue Sigue Sputnik, con in più una spruzzatina di ET). Si è fatto fotografare da Steven Meisel per una pubblicità travestito da Jodie Foster. J.T. Ha vomitato sul palco al primo reading del suo tour americano. Ha speso in droghe di vario tipo gran parte dei 25.000 dollari ricevuti come anticipo dal suo editore dopo che il suo psichiatra, dottor Terrance Owens, lo ha incoraggiato a raccontarsi per iscritto come forma di terapia. È molto amico di Dennis Cooper (altro autore “controverso” pubblicato in Italia da Einaudi). Ha venduto i diritti del suo primo romanzo al regista americano Gus Van Sant. Ha messo incinta Asia Argento (che in tv ha subito smentito, ma che ha presentato lo scrittore al pubblico romano e girato e interpretato un film tratto dal suo secondo romanzo). Anche se i suoi sponsor sono artisti come Tom Waits (“è uno scrittore fantastico. In questi anni così poveri e privi di grandi uomini i suoi libri sono fra i pochi che resteranno nel tempo”) e Shirley Manson, Suzanne Vega e Madonna, e scrittori come il summenzionato Dennis Cooper e Chuck Palahniuk, il rischio è quello di concentrarsi sull’ibrido tra Ziggy Stardust, i Sigue Sigue Sputnik ed ET, sulle parrucche bionde e gli abiti alla Barbie e il lucidalabbra fucsia, e naturalmente sulle scene «forti» cui si accennava sopra, e di perdere di vista la scrittura. Cosa che, al di là delle sue tragedie personali vere, verosimili o presunte e della sua spesso alquanto inquietante tendenza all’esibizione e allo sfruttamento delle stesse, non merita. […] E i suoi libri hanno saputo finora raccontare con una tenerezza inusitata e allo stesso tempo con una spietatezza fuori dal comune l’infanzia e l’adolescenza spezzate del suo alter-ego letterario. Estremo finché si vuole, certo. Ma questi sono tempi estremi, basta non chiudere gli occhi per rendersene conto. E lui, vittima sacrificale, ha scelto di tenere i suoi occhi bene aperti, e di raccontarci che cosa passa loro davanti» (Giuseppe Culicchia, “La Stampa” 26/3/2003). «Ha raccontato la sua storia su suggerimento dello psicoanalista che è riuscito a tirarlo fuori dal giro delle droghe e della prostituzione. Ne è uscito fuori una specie di Alice nel paese delle meraviglie rivisitato da William Burroughs, che è stato pubblicato in Inghilterra dall prestigiosa Bloomsbury tra recensioni eccellenti […] ed è diventato immediatamente un caso editoriale […] “Sono un ragazzo del Sud, allevato da un nonno reverendo. Da quelle parti si può vivere solo in maniera religiosa o adorando altre cose […] Il sesso, la violenza e l’amore sono stati sempre mescolati nella mia vita. Le uniche volte che mio nonno mi ha toccato è stato per picchiarmi, e potrei dire lo stesso di mia madre. Quando vedo una scena di sesso in un film mi chiedo sempre quand’è che cominciano le violenze. Non riesco a capire il sesso nel modo in cui lo concepiscono gli altri. So che c’è qualcosa che non va in me, ma sto lottando per rimettere tutto a posto, a cominciare dal mio corpo. Vorrei cominciare ad amarlo”» (Antonio Monda, “la Repubblica” 29/3/2001). «“È la versione perversa di Shirley Temple, un prodigio dei bassifondi”. Il cantautore cult Tom Waits parla del ventiduenne del West Virginia proclamato al debutto con Sarah nuovo genio letterario d’America e di nuovo acclamato per il romanzo a episodi Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (The Heart is Deceitful Above All Things). Socchiude gli occhi Waits, e cerca nella memoria i ricordi dell’intervista che, un anno fa, su commissione di “Vanity Fair”, fece allo scrittore-fenomeno, ex bambino prostituto che ha cominciato a scrivere su consiglio dello psicoterapeuta per esorcizzare i traumi della sua fanciullezza negata: “Non chiedo a chi scrive di essere innocente nella vita quotidiana; lo apprezzo se scrivendo esprime sentimenti innocenti”, dice Waits. Sostiene che LeRoy è “un’eccezione in un mondo infernale in cui la cattiva scrittura distrugge la qualità del nostro soffrire”, confessa d’essersi “sorpreso che una persona così giovane scriva in maniera così matura” e assicura che i suoi libri sono tra i più interessanti pubblicati negli ultimi tempi in America: “Li leggi, e ne resti fulminato”. Di lettori appassionati e famosi quanto Waits, JT LeRoy ne ha conquistati parecchi con le sue storie d’ispirazione autobiografica che hanno per protagonisti un ragazzino e la sua mamma adolescente, vagabonda e prostituta, che gli tormenta l’anima, lo sevizia con frusta e carboni ardenti, lo induce a rubare, a drogarsi, a fare la femminuccia per compiacere i suoi amanti, quando non se lo scorda in un parcheggio, gli insegna a identificare la vita con l’autodistruzione, il piacere con il dolore. Nell’elenco dei suoi ammiratori, abbondano le rockstar: Bono degli U2, Sheryl Crow, Courtney Love, Susan Vega; i Garbage di Shirley Manson gli hanno persino dedicato una canzone dal titolo Cherry Lips, nelle orecchie degli italiani come colonna sonora di una martellante pubblicità tv, che lo descrive come un ragazzo delicato in hot pants e tacchi alti, con labbra che fanno impazzire gli uomini, capace di far apparire l’arcobaleno e di riappropriarsi della propria esistenza. Tra i fan della prima ora, il regista Gus van Sant, che è pronto a girare un film ispirato a Sarah con Angelina Jolie nel ruolo della mamma; come pigmalione, lo scrittore di fama Dennis Cooper. Ingannevole è il cuore più di ogni cosa comincia con Jeremiah che all’età di 4 anni viene strappato alla famiglia adottiva da Sarah, la mamma naturale, figlia di un predicatore ossessionato dal peccato e dalla redenzione, che lo ha partorito appena quattordicenne. LeRoy scrive in prima persona. Racconta esperienze scioccanti, situazioni estreme di violenza e di abusi sessuali con il disarmante candore di un bambino e un linguaggio dal ritmo incalzante e dal doloroso impatto visivo che della crudezza fa poesia. “Non basta aver sofferto per scrivere bene - disse nella conversazione con Waits -. Una volta ho letto il libro di uno che era stato in galera. Aveva avuto una vita veramente terribile, ma scriveva così male che non me ne importava niente”. Attorno all’enfant prodige bestseller Jeremiah “Terminator” LeRoy, un’aura di ambiguità e mistero alimentata da rare interviste concesse esclusivamente via Internet e da set fotografici affrontati puntualmente con il volto mascherato. Qualcuno addirittura dubita che esista per davvero e insinua che dietro quel nome si nasconda un attempato scrittore celebre da tempo» (Gloria Pozzi, “Corriere della Sera” 2/6/2002).