Arturo Zampaglione, ཿla Repubblica, 14/5/97; Nino Sunseri, ཿla Repubblica, 16/5/97;, 14 maggio 1997
GUERRA DELLA SETA
Per difendere l’industria tessile il governo americano ha introdotto l’anno scorso una nuova legislazione in base alla quale l’etichetta di un prodotto deve indicare il paese della parte ”più sostanziale” della manifattura del capo d’abbigliamento. In pratica se un foulard Versace è di seta tessuta in Cina, il foulard deve portare la scritta ”made in China”. La norma avrebbe gravi conseguenze per gli stilisti italiani perché, come ha scritto il Wall Street Journal, chi mai spenderebbe mezzo milione per sfoggiare un foulard cinese che viene considerato ”roba” da 20 mila lire in un supermercato? Alcuni suggeriscono di risolvere il contenzioso con un compromesso utilizzando etichette un po’ più lunghe sulle quali scrivere, ad esempio, ”Woven in China and printed in Italy” (cioè tessuto in Cina e stampato in Italia). Nei mesi scorsi uno stratagemma simile aveva risolto una controversia con i produttori americani di cravatte che avevano accettato di usare l’etichetta ”Made in Usa con sete d’importazione stampate in Italia”. In quel caso mancava però la parola Cina, che è quella che più spaventa stilisti e clienti. Per gli industriali italiani questa è una questione più di immagine che di sostanza, visto che le nostre esportazioni negli Stati Uniti non superano i 150 milioni di dollari.