23 marzo 2003
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Contreras Jos
• CONTRERAS José. Nato a Las Martinas di Sandino (Cuba) il 6 dicembre 1971. Giocatore di baseball (pitcher). Dal 2003 gioca per i New York Yankees. In Nazionale (cubana) dal ’95 al 2001 è stato oro e argento ai Giochi di Atlanta e Sydney; oro ai Mondiali ’94 e ’98, oro ai Panamericani ’95 e ’99 e agli Intercontinentali ’97. Ha deciso di diventare esule il 4 ottobre 2002: si trovava nell’albergo della nazionale in Messico durante le qualificazioni ai Panamericani insieme al coach Miguel Valdes e a un figlio di questi. Via San Diego e una breve parentesi in Nicaragua, è poi rientrato legalmente negli Usa evitando anche il draft per poter approdare in Major League da free agent e quindi ottenere un contratto adeguato. Il 6 febbraio 2003 ha firmato un quadriennale con i New York Yankees di 32 milioni di dollari: almeno dieci squadre di Major l’hanno trattato. «Nono figlio di una famiglia modesta della sperduta Sandino. Poi il lanciatore numero uno di Cuba: per 30 dollari al mese, un appartamentino, una Lada e una Peugeot 206. Sedici anni sul monte e un chiodo fisso: ”Non tradirò, io ci credo”. Ci credeva a quell’idea di combattente per il castrismo nel nome del baseball: il Titano di bronzo, dicono, non lo volesse fare. Non voleva fuggire per consegnarsi all’America ricca. Pensava a Teofilo Stevenson, sempre tentato da una sfida mondiale contro Ali: no, altri tempi. Il braccio più forte del mondo ha vacillato, per anni. Voleva scappare dopo la sconfitta olimpica per mano del nemico americano: no, non era questo il modo. Voleva chiudere un ciclo irripetibile, lasciare da vincente quella Nazionale che a Taiwan nel 2001 si prese la rivincita dei Giochi e si confermò mondiale. Poi vide solo più sofferenze: non era logoro il braccio, ma la testa, dentro, era piena di confusione e tormenti e il rinnovamento della squadra rappresentava il cambio definitivo di stagione. I suoi storici compagni – Kindelan, Pacheco e Linares – si dirigevano verso la pensione, ma lui a 31 anni nel pieno della maturità per il ruolo chiave del diamante, sentiva sempre un senso di incompiutezza, il rimbombo di quelle palline che scagliava sui muri, aveva l’incubo di quelle arance sprecate per calibrare la mira a velocità surreale: 98 miglia orarie di media. Le Torri gemelle abbattute diventarono un suo incubo. New York, gli Yankees: ”Ah, cosa farei per indossare quella divisa”. Josè s’intristiva a farsi ricordare come la ”torre gemella” di Pedro Luis Lazo, l’altro gigante del monte. Chi l’avrebbe mai saputo fuori Cuba che lui aveva lavorato per 26 partite senza mai subire un punto in campionato? Che in una settimana ai Panamericani di Winnipeg ’99 per qualificare la sua Cuba all’Olimpiade dovette stazionare sul monte tre volte in sette giorni, per battere Canada, Rep. Dominicana e Usa (con 13 strikeout di cui otto consecutivi)? Il Titano lo schieravano spesso in semifinale per fare semprepolpette di battitori pericolosi come quelli giapponesi e coreani: aiMondiali ’98 in Italia ne fece fuori 26. I nipponici tre anni dopo aTaiwan volevano prendersi la rivincita schierando i migliori contro il Titano: si rovinarono ancora crollando davanti ai suoi lanci (11 strikeout in 10 riprese) e Cuba andò a prendersi il 23 ? titolo iridato contro gli americani per cancellare l’onta dell’oro negato dai Lasorda boys. ”Per fortuna che c’è il Titano”: lo accoglieva sempre così Fidel al ritorno in patria. M a erano vittorie che scalfivano il moraledi JAC, come lo chiamavano i cronisti cubani, ora costretti al silenzio (di lui parlano solo in termini statistici), a considerarlo solo un asterisco nei libri come fanno con i disertori. Nel suo magico 1999, contro i Baltimore Orioles nella partita della riconciliazione lo costrinsero a fare il rilievo, a partita quasi compromessa e lui portò la sua Cuba ai supplementari concedendo solo due battute valide e umiliando con due dei dieci strikeout il fenomenale Albert Belle di allora. Una consolazione. E si rodeva: ”Se l’avessi fatto negli Usa?”. Nel 2002, prima della fuga, davanti a JimmyCarter invisita a L’Avana, che confabulava in tribuna col Comandante Fidel, si risentì attore non protagonista di un derby d’esibizione che a Cuba però è molto sentito: quello tra le province. A ottobre sbottò, e complice il tecnico Miguel Valdes, servitore della Nazionale rossa per 18 anni, si dileguò dal Messico, lasciando i compagni in piena qualificazione per i Panamerici. Non voleva recitare più, voleva cambiarevita: a patto di finire direttamente in Major League, senza passare, fare trafile, per i campionati minori come fanno tutti e come fece persino il connazionale El Duque Hernandez. E certo che la vita cambia se passi da trenta dollari al mese a 32 milioni di dollari in quattro anni offerti dai New York Yankees, rinunciando a guadagnarne di più dai Boston, mettendo in fila imanager di mezza Major League. ”Il mio sogno da bambino, non avrei mai creduto di poter stare accanto a Roger Clemens” ha imparato subito l’automatico. La sua sfida, cominciata nel camp di Tampa sfidando proprio Boston, ma con il magone di un infarto che ha colpito il padre, scatterà con tutte le attenzioni dovute a un rookie speciale. Starà tra i migliori lanciatori di Major Leagueenella squadra più titolata d’America, nell’organizzazione più prestigiosa, successore di un altro esule come Orlando El Duque Hernandez. ”Delle scelte personali non vorrei parlare, comprendetemi: ho moglie e due figlie di dieci e due anni a Cuba”. I suoi pensieri sono insondabili (come la sua vera fede religiosa, la sua disciplina e fedeltà) eppure comprensibili; in testa ora la confusione è tanta almeno quanto la convinzione che adesso dimostrerà agli americani cosa significa aver combattuto finora solo per vivere. JAC ora giocherà solo per guadagnare. Sono tutti sicuri che si realizza ciò che al Teofilo della boxe non riuscì negli anni ’70: il miglior dilettante del baseball in uncampionato più serrato, stressante, potrà tentare di diventare il nuovo fenomeno che l’America è curiosa di conoscere e pronta a celebrare, se farà numeri eclatanti con la sua forkball da 83 miglia orarie, il suo slider devastante che confonde anche i più tenaci battitori (’la controllo alla perfezione e la lancio anche con tre balls”) , la sua veloce da impazzire che sfiora le cento miglia orarie, il suo controllo sempremirato, la sua resistenza incessante, da incallito giocatore di domino, messa alla prova in tanti contesti diversi, in un altro baseball. J oe Torre, il suo neo allenatore italo americano, deve fidarsi sulla parola: ”Dicono che sappia fare cose davvero speciali, ho visto qualche videocassetta e mi ha impressionato, ma non so ancora se lo utilizzerò come partente o rilievo”. I colleghi del monte lo guardano curiosi, lui mostra la freddezza, la modestia e l’umiltà che lo hanno reso sempre vincente a Cuba, e reclama pazienza, s’imbarazza quando alcuni gli chiedono se voglia assomigliare più a Curt Schilling o a John Smoltz, se possa durare sino a 40 anni, se sarà un nuovo Randy Johnson, se ballerà sulla pedana, se supererà le cifre del Duque che ha sloggiato a Montreal (’Peccato non potergli giocare a fianco, ma mi ha già dato tanti consigli su come comportarmi”) . Altri contesti per quell’ex terza base che dopo il servizio militare, un giorno si sentì chiamare da Jesus Guerra: ”Nero, il tuo futuro è sul monte”. Lassù sarebbe diventato il Titano di bronzo, come il generale delle liberazione dagli spagnoli, Antonio Maceo: il soprannome glielo coniò, naturalmente, il Barbudo Fidel. L’unico lanciatore cubano ad aver militato in Nazionale senza perdere mai e ora alle dipendenze di una squadra che non gli farà mancare niente ”a cominciare dall’alimentazione, carne di maiale e fagioli neri compresi”. Alimentazione quanto mai necessaria per un braccio di ferro come lui, il giocatore che mise d’accordo tutti i cubani sulla sua bravura indiscussa. Perché come dice il cronista del Gramma, Sigfredo Barros: ”Molte cose si possono discutere a Cuba quando si parla di baseball: se è stato più bravo Munoz o Marquetti, Anglada o Urquiola, Huelga o Vinent, quanto batteva Fulano con la mazza d’alluminio o Mengano con quella di legno. Però quando si tratta di definire il miglior lanciatore del Paese, ho l’impressione che esista una certa unanimità”. America, ora è tutto per te» (’La Gazzetta dello Sport” 21/3/2003).