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 2003  marzo 18 Martedì calendario

Pettibon Raymond

• Tucson (Stati Uniti) 16 giugno 1957. Artista • «I suoi schizzi ad inchiostro e acquerello sono affascinanti e complessi. Il mezzo - un foglio di carta formato A4 o poco più grande - è fragile ma l’effetto è potente. Le parole, che affianca alle immagini, sono ironiche, colte, spesso spiazzanti. La sua è una critica rivolta alle contraddizioni interne della società industriale, di cui gli Stati Uniti rappresentano l’espressione più prepotente. […] Sin dalla fine degli anni Settanta, ha seguito una ricerca che combina e confronta il campo dell’arte visiva con il linguaggio. Dalle sue prime vignette politiche sul giornale degli studenti dell’Università di Los Angeles (1975-77) alle copertine dei dischi dei leggendari Black Flag, dei “Sonic Youth” e dei flyers per i loro concerti (lui stesso scrive canzoni), ha coltivato un immaginario che è stato fortemente influenzato dal punk. Non solo, prende spunto dalla struttura dei fumetti, dalle comic strips e dalla tv, non per raccontare una storia, ma per presentare frammenti, con il gusto per il “non finito”. Mischiando cultura “bassa" e cultura “alta", si riallaccia anche alla tradizione di grandi disegnatori come Goya, Whistler e William Blake, che univa spesso immagini alle sue poesie. Le parole trascritte nelle opere sono, a volte, citazioni dai romanzi di Proust, Ruskin, Pater, ma soprattutto Henry James, uno dei suoi scrittori preferiti. Le immagini ricorrenti nelle opere dell’artista rappresentano il malessere della vita contemporanea: poliziotti violenti, scene di sesso, interni da film noir, scene bibliche, immagini di bombe, drogati, campioni di baseball e surfisti, Ronald e Nancy Reagan, Stalin e perfino Charles Manson, simbolo della “dark side” americana che ha proprio in Los Angeles la sua capitale. È l’America di oggi? Certamente è il punto di vista dell’artista che non si riconosce nella società e nella politica americana attuale, e insieme condanna l’Europa, “che non riesce ad opporsi all’imperialismo americano”» (Valentina Bruschi, “Il Messaggero” 7/3/2003).