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 2003  marzo 18 Martedì calendario

Ferrer Ibrahim

• Santiago del Cile (Cile) 20 febbraio 1927, Avana (Cuba) 7 agosto 2005. Cantante • «[...] era il cantante con la coppola che sussurrava mambo e ballava come una farfalla insieme agli incredibili vecchietti di Buena Vista Social Club. [...] ”Un agelo venne da me e mi disse: Chico, fa quel disco. Non avevo nemmeno voglia di farlo, perché avevo lasciato la musica da troppo tempo. [...]”. Nelle parole di Ferrer, ”quell’angelo” erano Juan de Marcos Gonzalez e Ry Cooder che lo spinsero a registrare A Toda Cuba Le Gusta, l’album della Afro Cuban All Stars che è all’origine del successivo Buena Vista Social Club, l’album prodotto e pensato da Ry Cooder che, complice il film-documentario di Wim Wenders sulla storia di quelle registrazioni, ha fatto scoprire al mondo il talento di alcuni dei più grandi musicisti tradizionali di Cuba ormai ottuagenari. Nella cronaca recente non esiste un evento che abbia trasmesso una simile positiva magia, tanto è vero che anche in un mondo assetato di sbrigative etichette come quello dei media, Ibrahim e i suoi compagni sono diventati ”I formidabili vecchietti”. Di tutto il gruppo Ferrer è stato quello che ha avuto la vicenda più classicamente vicina all’epos latino Americano, quella formidabile capacità di creare un’epica perfino dai fatti più piccoli del quotidiano che nutre la fantasia di un Garcia Marquez. Per 50 anni era stato uno dei più celebri cantanti di Cuba: aveva cantato in un’istituzione come l’Orquesta de Chepin e addirittura accanto al più grande di tutti, Benny Moré. Poi per vent´anni era stato in un’altra band leggendaria, quella diretta da Pacho Alonso. Era da sempre considerato il numero uno del bolero. Eppure non era mai riuscito a incidere un album a suo nome, a essere ”il primo nome in cartellone”. Il povero Ibrahim si era perfino convinto di essere vittima del malocchio: così aveva lasciato perdere la musica, tanto si guadagnava lo stesso con la pensione sociale e arrotondando facendo il lustra scarpe. Poi, un giorno del 1989, la visita dell’angelo. Comincia una seconda vita: grazie alle geniali stregonerie musicali di Ry Cooder, Ibrahim Ferrer prima è ”la voce” degli Afro Cuban All Stars, poi quella di 12 dei 14 brani di Buena Vista Social Club. I tempi dei concerti scalcagnati sono finiti: cominciano le tournée mondiali con la All Stars. Quindi, proprio come in un bel cartoon, finalmente prende il via la sua carriera solista. Arriva il primo disco a suo nome, Buena Vista Social Club presents Ibrahim Ferrer, mentre lui impazza sui palscoscenici di tutto il mondo insieme a Omara Portuondo, la ”donna del gruppo”, con la quale ha condiviso i concerti della sua seconda vita. Ibrahim Ferrer è finalmente il titolare del gruppo, anche se con lui ci sono Omara Portuondo e Manuel Galbàn: nessuno di loro ha la personalità esplosiva di un Ruben Gonzalez o di un Compay Segundo, amici di una vita ma anche personaggi capaci di fare ombra. Di quella compagine di ottuagenari Ibrahim è uno dei più giovani, anche se ha più di 70 anni. Sul palco, insieme alla sua fedele amica Omara, dà spettacolo, Ibrahim è un ballerino formidabile e le sue gambe sono ancora in grado di muoversi con soave leggerezza. Una rinascita testimoniata dal Grammy, l’Oscar della musica, ricevuto nel 2000, a 73 anni e con oltre 60 anni di carriera alle spalle come miglior nuovo talento. Un finale incredibile per una storia incredibile: Ibrahim Ferrer, l’eterno secondo che faceva il lustra scarpe, aveva vinto il più prestigioso premio del mondo della musica, in un’edizione straordinaria celebrata a Cuba. Ibrahim tenne un concerto a Santiago, la sua città che gli decretò il trionfo riservato agli eroi. Il giorno dopo, invece di godersi gli onori, Ibrahim salì su un pullman e percorse più di mille chilometri per andare a suonare a Las Tunas, un posto dove non c’è nemmeno la corrente. Ma lui non poteva dimenticare chi lo aveva amato durante la sua vita precedente. Proprio come in un romanzo, la realtà aveva registrato con il suo premio più prestigioso la rinascita di questo cantante che ha chiuso la sua formidabile vicenda con Mi sueno. A bolero songbook, un album forse non fedele alle origini ma che trasmette l’irresistibile tenerezza vitale di un disco che Ibrahim Ferrer cantava quando la sua seconda vita riusciva solo a sognarla» (Ar Tondo, ”la Repubblica” 8/8/2005). «[...] Il successo è arrivato con Buena Vista Social Club, anche se allora la sua immagine venne offuscata dalla personalità di Compay Segundo. Nel ”99 uscì il primo lavoro solista (Buena Vista presents Ibrahim Ferrer) e vendette un milione e mezzo di dischi. […] ”Non mi considero un vincitore. Sono uno che ha cercato di andare per la sua strada. Mi sono scoraggiato, certo; il mio momento non arrivava mai. Avevo anche una canzone che diceva: Cuando me toca a mi? Ogni volta che volevo raggiungere il microfono, arrivava prima qualcun altro”. Però non ha mai abbandonato la musica. Ha iniziato nel ”41 a Santiago con Los Jovenes del Son. Poi ha addirittura cantato due anni con Benny Moré. Infine è comparso Ry Cooder ed è finito nel progetto Buena Vista[...] Nei primi anni a Santiago non si poteva vivere di musica. Ho fatto di tutto, dallo strillone allo scaricatore di porto. Poi un giorno, eravamo in piena rivoluzione e c’era poco lavoro, Chepin (leggendario violinista cubano ndr.) chiese a Pacho Alonso di sostituire il suo cantante Ciro Correa, ammalato, in un concerto radiofonico. Pacho va e vado anch’io, che ero il suo secondo. Chepin dice che vuole chiudere con Olga la tamalera, ma a Pacho serviva un controcanto. ”Sube, negro”, sali nero, mi disse. Cantai. Chepin si avvicinò a Alonso e gli disse: ”Questa è la voce che fa per te”. Ma è così che di solito iniziano le grandi carriere. ”I primi tempi, all’Avana, cantavo ma mi sentivo sempre emarginato, sottovalutato. Deluso dalla musica feci il lustrascarpe e vendetti biglietti per la lotteria. Quando Juan de Marco mi venne a cercare per fare parte del Buena Vista Social Club ci misi un po’ per lasciare lucido e spazzole. Avevo avuto più soddisfazioni come lustrascarpe che come cantante. In fondo avevo toccato i piedi del grande Teofilo Stevenson (mitico pugile cubano ndr.) […] Io la musica non la conosco. Però adesso non ho più paura”» (Laura Putti, ”la Repubblica” 17/3/2003).