Paolo Mieli, "Corriere della Sera" 16/3/2003, 16 marzo 2003
"La storia, poi, di come si leggono i libri, quanti se ne leggono e di come si prende nota di qualcosa che si è letto, è lunga e complessa
"La storia, poi, di come si leggono i libri, quanti se ne leggono e di come si prende nota di qualcosa che si è letto, è lunga e complessa. A mio avviso il "salto" più importante è stato quello tra il Cinquecento e il Settecento. Quando Montaigne (1533-1592) si ritirò nella sua proprietà di campagna, aveva a disposizione 271 libri: solo tre di diritto, sei di medicina, sedici di teologia, quasi cento di storia antica e moderna. Tra questi, le memorie del diplomatico Philippe de Commynes, la storia di Francesco Guicciardini ma anche quella cinese del missionario spagnolo Juan Gonzàlez de Mendoza. Un secolo e mezzo più tardi, Montesquieu (1689-1755) aveva nella sua casa di campagna poco distante da quella di Montaigne a la Brède circa tremila volumi. Tornando a Montaigne e all’epoca in cui visse, nel "Metodo per la facile comprensione della storia" (1566) il suo contemporaneo Jean Bodin consigliava ai lettori di tenere un elenco dei casi in cui capitava loro di imbattersi nel corso delle letture, dividendoli in "esempi" utili, ignobili, onorevoli e inutili. Il pubblico cinquecentesco leggeva la storia prestando attenzione alla morale più che ai fatti, agli aspetti generali di una situazione piuttosto che a quelli specifici; i lettori di Tito Livio, Tacito e Guicciardini erano tenuti a cercare in quelle pagine buoni esempi da seguire o cattivi esempi da evitare, nonché riflessioni morali offerte dagli storici antichi e moderni. I libri di storia del Cinquecento avevano delle note a margine che attiravano l’attenzione su queste riflessioni, talvolta elencate in un apposito indice di massime. C’era poi una differenza tra il modo di leggere di Montaigne e quello di Montesquieu. Ne parla Peter Burke nella "Storia sociale della conoscenza" (Mulino): "Il modo di Montaigne era intensivo, il che gli permetteva di citare brani a memoria - come dimostrano le sue piccole inesattezze - e si concentrava sugli esempi morali; Montesquieu invece, spesso consultava i libri anziché leggerli per intero e leggeva con uno sguardo attento ai fatti, statistiche comprese". I suoi taccuini di appunti rivelano che Montesquieu leggeva proprio in funzione di prendere appunti. In questa piccola differenza c’è qualcosa di molto grande. Certo in poche parole, quello di Montesquieu è stato l’inizio di un distacco da quello che oggi definiremmo l’"uso politico" delle letture o, se si vuole, della storia."