Varie, 4 marzo 2003
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Biografia di Frederick Sanger
• Rendcombe (Gran Bretagna) 13 agosto 1918. Scienziato. Due volte premio Nobel per la chimica (1958, 1980) • «Vincere un premio Nobel è, naturalmente, una fortuna che capita a pochi. Vincerne due, poi, non capita praticamente a nessuno: soltanto quattro persone, nella storia ormai secolare del premio, sono riuscite nell’impresa, e soltanto due hanno bissato il successo nella stessa materia. Uno dei due è lui, che vinse per la chimica nel 1958 e nel 1980 per aver ottenuto, rispettivamente, la prima sequenziazione degli amminoacidi di una proteina, e la prima sequenziazione delle basi di un genoma. Il suo lavoro appartiene all’era eroica delle sequenziazioni, quand’ancora erano gli individui che le portavano a termine per catene di piccola lunghezza. Per la sequenziazione del lunghissimo genoma umano si è invece dovuti entrare nell’era industriale, e uno dei due centri pubblici più importanti in cui essa è stata portata a termine è appunto quello di Cambridge intitolato al suo nome (l’altro è l’Istituto Sanitario Nazionale di Washington). […] ”Mio padre era membro della Società degli amici, i quaccheri […] Mio padre era un medico, e si aspettava che anch’io lo diventassi. Io preferivo la ricerca, e sono riuscito a iscrivermi al dottorato in chimica. Ma essendo comunque interessato alla medicina, ho seguito un corso in biochimica. Si trattava di un argomento nuovo, appena introdotto nel piano di studi, e fu molto eccitante perché mi mostrò che la comprensione della medicina poteva passare attraverso la chimica della materia vivente. Non ero uno studente molto bravo, di quelli brillanti che sono sempre i primi della classe, ma riuscii molto bene in biochimica, forse perché mi interessava. Questo è stato l’inizio […] Perché cominciai a studiare l’insulina? In realtà fu il mio relatore di tesi a sceglierla. All’epoca le proteine erano considerate il più importante aspetto chimico della materia vivente, ma era difficile ottenerne di pure da studiare. L’insulina la si otteneva per motivi terapeutici, nella cura del diabete […] Poiché si tratta di una molecola molto lunga e grande, l’idea era di frammentarla in pezzettini (chiamati peptidi) contenenti uno o due aminoacidi, che si potevano poi studiare separatamente. Il problema non era la frammentazione, che si poteva fare facilmente con degli acidi, ma la separazione dei vari pezzi. Si era appena scoperto un nuovo metodo per farlo e io inventai una tecnica per etichettare i pezzi, che è un po’ complicata da spiegare […] Fu un lavoro molto lungo. Agli inizi ottenni soltanto qualche aminoacido, per pezzetti corti dell’insulina. Poi dovetti trovare dei metodi per lavorare con pezzi più lunghi, e ci vollero dieci anni per completare l’intera sequenza. Quella fu la prima sequenziazione completa di una proteina, che permise di scriverne la prima formula chimica […] Prima che con il DNA ho lavorato con l’RNA (acido ribonucleico, ndr), perché il DNA è molto lungo. Il più corto DNA è di circa cinquemila unità, mentre con le proteine sono molto meno: qualche centinaio, e per l’insulina solo 51. Di RNA ce ne sono di abbastanza corti, anche solo qualche decina di unità, ed era possibile affrontarli. Il DNA era la cosa che veramente volevamo studiare, perché ormai si sapeva che conteneva il materiale genetico, ma prima bisognava risolvere molti problemi e sviluppare nuove tecniche […] Si spezzavano le molecole grandi in pezzi piccoli, che poi venivano separati. I frammenti però risultavano molto simili, e il problema era rimetterli insieme nell’ordine giusto[…] Il primo successo con il Dna vero e proprio? Il virus fX174, che risultò essere di 5.386 unità. La sua sequenziazione fu resa possibile dall’invenzione del cosiddetto ”metodo più o meno, che introdusse una tecnica diversa dalla frammentazione. La mia migliore idea. Sì, si può dire così. Invece di spezzare catene lunghe in pezzi corti, usammo enzimi per costruire catene lunghe partendo da pezzi corti. In questo modo si poté comprendere come le molecole di DNA sono costruite. Purtroppo è molto difficile da descrivere in parole povere... […] Il nuovo metodo permise un vero salto di qualità: se prima ci volevano un paio di settimane per ottenere catene di cinque o dieci unità, ora bastavano pochi giorni per cinquanta unità. Diventava dunque possibile attaccare molecole più grandi, e dopo il virus fX174 ci rivolgemmo al DNA mitocondriale, che è già un DNA umano […] più facile ricevere un secondo premio Nobel, che un primo […] Bisogna essere fortunati e prendere il primo abbastanza presto. Io avevo solo una quarantina d’anni, e ho continuato a far ricerca. Per molti anni, benché non avessi più ottenuto risultati importanti, sono stato comunque coccolato e finanziato. Ho potuto lavorare a lungo senza obblighi e pressioni, ed è stato un gran vantaggio […] Quando sono andato in pensione nel 1983 era comunque chiaro che, per sequenziare genomi grandi, dell’ordine di miliardi di unità, ci sarebbero voluti procedimenti in grande scala e automatici, con tecniche informatiche e robotiche. E anche un numero enorme di gente e una gran quantità di soldi […] Sono andato in pensione a 65 anni. Non ho più lavorato, e non mi sono nemmeno più tenuto aggiornato. Oggi non ci capisco più molto: il linguaggio è cambiato, e comunque io ho sempre preferito il lavoro di laboratorio. Col tempo la memoria si arrugginisce: si incontrano i colleghi, si fanno loro le stesse domande della settimana precedente, e diventa imbarazzante. Così mi sono dedicato al giardinaggio e passo la maggior parte del mio tempo in questo giardino. Ai fiori non bisogna fare domande”» (Piergiorgio Odifreddi, ”la Repubblica” 3/3/2003).