Varie, 4 marzo 2003
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Ferroni Gianfranco
• Livorno 22 febbraio 1927, Bergamo 12 maggio 2001. Pittore • «Forse ha ragione Roberto Tassi quando lo paragona a Morandi. “Una pazienza solitaria, tenace e disperata - dice -, di perseguire l’immagine tratto per tratto, segno per segno, con minuzia, con precisione, con lentezza, con silenzio”. Forse. Perché per lui, ad un certo momento, il vero punto di riferimento diventa Jan Vermeer. Il maestro olandese del ’600, infatti, per tutta la vita non fa altro che dialogare con l’interno della propria casa. Dialogo ripreso dall’artista livornese che all’abitazione di Vermeer sostituisce il proprio studio, spazio scenico a lui più congeniale, descritto a pezzi: in ogni particolare, oggetto per oggetto. Vermeer. Ma anche Antonello da Messina, Van Eyck (Ferroni adorava I coniugi Arnolfini ), Chardin, Seurat, Giacometti e Bacon. […] L’artista toscano opta per l’introspezione. Decide di estraniarsi da tutto e da tutti, per cogliere “la vita silenziosa delle cose” (si veda, in proposito, il cortometraggio La notte che si sposta di Elisabetta Sgarbi). Considerando l’arte una droga ed anche il risultato di una nevrosi, si butta anima e corpo sulla tavolozza (“Probabilmente se avessi un’esistenza equilibrata, non sentirei il desiderio di dipingere”). Le sue immagini sono state associate a quelle del cinema di Resnais e di Robbe-Grillet, al teatro di Beckett, ad alcuni versi di Eliot. Un lavoro minuzioso, il suo, elaboratissimo e di notevole qualità che egli rende con una particolare organizzazione del linguaggio. Un lavoro non istintivo, in cui il pennello (fitto, diradato, intrecciato, libero) domina la materia e lo stesso colore. Ogni cosa appare così logica che sembra immodificabile. Più che un artista, sembra un ricercatore di laboratorio. Analizza gli oggetti, li studia sui vetrini, verifica (se e quando c’è) la loro metamorfosi. Che cosa scandaglia, allora, esattamente? Lo spazio. Nella sua micro-organicità. Particelle di luce, miriadi di puntini, di linee. E il vuoto. Proprio così, il vuoto. Anche se può sembrare incredibile. Spazio, quindi, come silenzio, come assenza, come attesa. E l’attesa richiama l’inizio del Finale di partita di Beckett, dove l’azione sembra immobilizzata e dove le connotazioni sentimentali sono bandite» (Sebastiano Grasso, “Corriere della Sera” 3/3/2003) • «Uomo avaro di parole come di quadri (ne fa pochissimi, che per questo sono ancora più cari) [...] Gli oggetti che dipinge non gli interessano. “Servono solo a occupare lo spazio”» (Mario Perazzi, “Sette” n. 34/1997).