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 2003  marzo 04 Martedì calendario

Bedin Gianfranco

• San Donà di Piave (Venezia) 24 luglio 1945. Ex calciatore. Con l’Inter fu tre volte campione d’Italia (1964/1965, 1965/1966, 1970/1971), nel 1964/1965 vinse la Coppa dei Campioni. Sei presenze in nazionale • «Un altro calcio: ”Si marcava a uomo: il 2 sull’11, il 5 sul 9, il 3 sul 7. Il 6 faceva il libero”. E il 4? ”Il 4 andava sul 10. Matematico”. Gianfranco Bedin [...] Un grande ”quattro” - a volte ”otto” - del l’Inter, tra Tagnin e Bertini, e prima di Oriali. Se Bedin fosse nato nel ”55, Ligabue l’avrebbe dedicata a lui la canzone sul mediano, che sta sempre lì nel mezzo a recuperar palloni. [...] ”Ho marcato Pelé, in due occasioni contro il Santos. Nei derby prendevo Rivera. Nella finale di Coppa Campioni ”65, contro il Benfica, mi appiccicai a Eusebio, che però era una punta. Pigliai Netzer contro il Borussia a San Siro, non nel 7-1 della lattina in testa a Boninsegna. Contro la Juve tallonavo Haller. Ne ho se guiti di fenomeni”. Il miglio re? ”Pelé. Fuori concorso. Uno che faceva sparire la palla così non l’ho più affrontato. In quelle due partite più di una volta mi chiesi: ”Vabbé, mi ha salta to, ma il pallone dov’è?’ In Ita lia il numero uno era Gianni Ri vera”. Che si lamentava delle carezze di Bedin. ”Gianni non sopportava di essere toccato e io gli stavo addosso, gli ”tirac chiavo’ la maglia. Non gli facevo male: lo pizzicavo, lo innervosivo, e lui perdeva lucidità [...] Ogni mediano sa che il modo migliore per rubare un pallone è arrivare un attimo prima”. Marcando marcando, Bedin vinse tre scudetti, una Coppa Campioni e una Intercontinentale. [...] ”Noi si veniva dalla miseria e il calcio era l’unica maniera per uscire dai ghetti. A San Donà abitavo in una baraccopoli, ”Mauthau sen’ la chiamavano. Se pioveva, il tetto non bastava, ci voleva l’ombrello. Io da ragazzo andavo a fare il cottimista nella fabbrica delle carrozzine: più ruote montavo e più soldi portavo a casa. Il calcio era l’unica possibilità di fuga. Dalle mie parti sono venuti fuori tanti giocatori. Cereser e Salvori, per dirne due cresciuti con me. Negli oratori si giocava fino all’esaurimento, spesso a piedi scalzi per non rovinare l’unico paio di scarpe che ci serviva per andare in giro. Oggi i ragazzi vanno alle scuole calcio, hanno playstation e cellu lare. Diverse motivazioni, altre opzioni. Noi eravamo posseduti da una feroce voglia di arrivare. Io i miei numeri ”die ci’ li avrei inseguiti ovunque: al bagno, a casa [...] Smesso di giocare, mi sono buttato sulle polizze, come il mio amico Facchetti. Agente della Ras, assicuravo calciatori. Arrivai ad averne mille e cinquecento in portafogli, Rummenigge il primo. Ho studiato, ho fatto le medie a 45 anni. L’agenzia l’ho chiusa nel 2005 perché il gioco si era fat to pesante. Cifre insostenibili per me [...] Così mi sono ri bbuttato a capofitto nel calcio. Faccio l’osservatore per l’Inter, visiono gli avversari e scrivo relazioni che finiscono nelle mani dei collaboratori di Mourinho. Ogni tanto vedo tornei giovanili [...]”» (Sebastiano Vernazza, ”La Gazzetta dello Sport” 6/8/2009).