3 marzo 2003
Michela, di anni 17. Bella, magra, bruna, occhi grandi sempre velati di malinconia perché a suo giudizio nessuno l’amava: ”Sono invisibile”
Michela, di anni 17. Bella, magra, bruna, occhi grandi sempre velati di malinconia perché a suo giudizio nessuno l’amava: ”Sono invisibile”. Depressa, in cura da uno psicologo che le aveva diagnosticato una fobia sociale e che lei chiamava ”il fesso”, viveva in un decoroso appartamento sulla Casilina con tutta la famiglia: la sorella, bella, mora, di anni 19; il padre, smilzo e dimesso; la madre, bionda, occhiali di metallo a incorniciare il volto scavato. Studiava con ottimi voti in un istituto per il turismo, nei rari momenti di serenità faceva danza, si truccava, usciva con la sorella per comprare cd nei negozi di dischi. Quando stava giù non mangiava, non beveva, non voleva vedere nessuno. Giovedì pomeriggio disse alla madre che andava in chiesa a fare la comunione, poi da McDonald’s e magari al cinema. A mezzanotte telefonò che straparlava: ”Mi hanno drogato, sento delle cose strane, so che posso volare”. Dipoi raggiunse il viadotto della tangenziale e si lasciò cadere nel parcheggio della Pantanella. Volo di dieci metri. A Roma, nottata tra mercoledì 19 e giovedì 20 febbraio.