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 2003  marzo 03 Lunedì calendario

Ricoeur Paul

• Valence (Francia) 27 febbraio 1913, Chatenay Malabry (Francia) 21 maggio 2005. Filosofo. Dopo gli studi filosofici (università di Rennes e Sorbona), viene fatto prigioniero in Germania nel 1939. Numerose sono le università dove insegna, prima Filosofia morale, poi Storia della filosofia anche alla Sorbona. Dal ’69 al 1970 è rettore a Nanterre. Dalla sua sterminata bibliografia, alcuni saggi tradotti in italiano: Dal testo all’azione, Tempo e racconto, Sé come un altro (tutti editi da Jaca Book), Filosofia della volontà (Marietti), Dell’interpretazione (Il Saggiatore), Il giusto ( SEI), Filosofia e linguaggio. «[...] uno dei maestri della filosofia del Novecento, il maggior rappresentante - con Gadamer - dell’ermeneutica filosofica. Un personaggio, però, che non ha fatto sensazione. Profondo senza essere oscuro, animato da grandi ambizioni eppure mai pretenzioso, impegnato ma sempre con misura e equilibrio, Ricoeur ha lasciato la scena al protagonismo di altri, e ha preferito il rigoroso lavoro di una filosofia che, pur rinunciando al sistema, si prefissa di abbracciare la complessa realtà dell´uomo odierno. [...] ebbe un’infanzia tormentata. Perse subito la madre, di origini savoiarde e ginevrine, e poco dopo il padre, insegnante di inglese, che cadde nel settembre 1915 sul fronte della Marna. A farsi carico della sua educazione furono i nonni paterni, di religione protestante. Dopo gli studi liceali a Rennes e quelli universitari a Parigi, Ricoeur insegnò inizialmente nella scuola secondaria. Decisivo fu l’incontro con Gabriel Marcel, il cui magistero “socratico” orientò i suoi primi interessi verso il pensiero esistenzialista. Ricoeur si occupò in particolare della “filosofia del paradosso” di Jaspers, mentre si tenne lontano dall’esistenzialismo ateo e modaiolo di Sartre. Più tardi - avendo tra l’altro imparato il tedesco in un corso estivo a Monaco nell’estate 1939, interrotto per la dichiarazione di guerra - si confrontò a fondo anche con Heidegger, di cui ammirava il pensiero, ma non apprezzava l’ambigua personalità. Quando nel 1955, a Cerisy-la-Salle, i due si incontrarono, nemmeno la genialità filosofica del maestro della Selva Nera riuscì ad attenuare la pessima impressione: “Heidegger si comporta come un maestro di scuola”, fu il suo laconico commento. Dopo la seconda guerra mondiale, trascorsa in buona parte in un campo di prigionia tedesco, Ricoeur fu chiamato a Strasburgo come successore di Jean Hyppolite. Vi rimase dal 1950 al 1955, lavorando alla Filosofia della volontà, una trilogia comprendente Il volontario e l’involontario (1950), Finitudine e colpa (1960) e La simbolica del male (1960). Il tema centrale dell’opera è la costituzione finita e incompleta dell’essere umano: in quanto affetto dal tempo e in esso situato, l’uomo è quel particolare ente che, fintanto che è, ancora non è. Un ente, dunque, che non coincide con ciò che di fatto è, ma che, gettato in un orizzonte “involontario”, ha nondimeno la capacità di proiettarsi “volontariamente” verso l´invenzione di se stesso, verso la propria libertà. Nel 1956 ci fu la chiamata alla Sorbona, e nel 1966 il passaggio a Nanterre, dove rimase fino al 1978. Qui, nel periodo caldo della contestazione giovanile, tra il 1969 e il 1970, fu anche preside di facoltà. Eletto con la maggioranza dei voti studenteschi e la minoranza di quelli dei professori, si adoperò per comporre la relazione verticale di potere (Max Weber) con la quella orizzontale del consenso (Hannah Arendt). Il tentativo fallì per l´ingovernabilità della situazione e per l’intervento della polizia: Ricoeur rassegnò le dimissioni e, poco dopo, se ne andò negli Stati Uniti. Vi sarebbe ritornato regolarmente fino al 1992, insegnando soprattutto al Divinity College di Chicago, dove fu amico di Mircea Eliade. In questa fase, caratterizzata da opere come Dell’interpretazione. Saggio su Freud (1965) e Il conflitto delle interpretazioni (1969), si impegnò nell’elaborazione di un’ermeneutica che si sforzava di dialogare con le scienze umane, specialmente con la psicoanalisi, la linguistica, la fenomenologia delle religioni e il diritto. All’inizio fu la psicoanalisi la disciplina di riferimento. Constatando una fragilità epistemologica in Freud, Ricoeur la spiegò come effetto della compresenza di due diversi vocabolari nella concezione psicoanalitica: quello energetico, basato su categorie come pulsione o rimozione, e quello simbolico, che impiega invece il registro del senso e dell´interpretazione. Il modo in cui egli enunciò questa tesi fu al’origine di un’aspra polemica con Lacan, che lo accusò di plagio. Ricoeur, avendo effettivamente partecipato ai seminari lacaniani, ammirava la “consumata arte della suspense” del maestro. Ma non nascose mai la sua insoddisfazione per l’insegnamento lacaniano, che riteneva oscuro e incomprensibile. Si difese dunque marcando le differenze: mentre Lacan contrapponeva la dimensione simbolica a quella energetica, egli ne aveva tentato una conciliazione. Del resto, l’importanza della dimensione del simbolo era stata in lui centrale fin dalle prime opere. E per una ragione filosofica fondamentale: “Il simbolo dà da pensare”. La formula suggerisce quale sia il duplice compito per l’ermeneutica secondo Ricoeur: quello di aprirsi alla donazione di senso, in qualsiasi forma essa si offra, ma al tempo stesso non rinunciare alla verifica razionale, al pensiero. Di qui l’attenzione per la metafora, di cui Ricoeur sostiene non solo la produttività poetica ma anche l’esemplare funzione veritativa (La metafora viva, 1975). Tale duplice vocazione circoscrive al tempo stesso il campo dell’ermeneutica. Esso non è quello di una “scienza unificata”, ma è segnato dal “conflitto delle interpretazioni”. C’è l’ermeneutica demistificatrice dei “maestri del sospetto” (Marx, Nietzsche, Freud), che vuole identificare - oltre gli interessi dell’economia, le genealogie del senso e le illusioni della coscienza - un’archeologia del soggetto. C’è l’ermeneutica esegetica del sacro, che mira ad attingere il Vero e ad accogliere la Rivelazione. C’è l’ermeneutica dello spirito, che ripercorre dialetticamente la teleologia delle figure della coscienza. C’è insomma nel campo dell’interpretazione una pluralità irriducibile, e la conflittualità è costitutiva dell’ermeneutica come Ricoeur la intende: cioè aperta al senso e mediata dalla riflessione. Oltre che con la psicoanalisi Ricoeur si confrontò con lo strutturalismo. Alla teoria aperta dell’interpretazione quest’ultimo contrapponeva una teoria generale dei rapporti. Pur guardando con favore a certe pratiche strutturaliste, Ricoeur respinse lo strutturalismo come posizione filosofica. Gli appariva una specie di “filosofia trascendentale senza soggetto trascendentale”. Ma ciò che più di ogni altra cosa lo separava dal grande avversario Levi-Strauss era l’esclusione strutturalista della trascendenza nell’interpretazione del mito. Una valenza particolare assume in tale confronto il fenomeno del tempo. Per sottolinearla, Ricoeur fa leva proprio sulla distinzione strutturalista tra “società fredde” e “società calde”, ovvero tra società che posseggono una semantica mitologica e culturale relativamente stabile e non investita dalla storia, come quelle sudamericane studiate da Levi-Strauss, e società in cui invece tale semantica è intrinsecamente storica, come quella greca o ebraica. Ricoeur ha dedicato una vasta opera all’analisi dell’inaggirabile “situatività” storico-temporale dell’esistenza umana e alla corrispondente indagine della funzione del tempo nella storiografia, nella letteratura e nella filosofia (Tempo e racconto, 3 voll., 1983-A85). Il trittico è anche un omaggio a Heidegger, ma soprattutto a Sant’Agostino e Husserl. E nasconde un grande rammarico: il mancato confronto con Bergson, letto in gioventù e poi abbandonato. Ma l’elaborazione più matura dell’ermeneutica del soggetto, inteso come principio dell’agire prima ancora che del conoscere, si trova in Se stesso come un altro (1990). La riflessione sull’esistenza umana prende qui le distanze sia dai tentativi di autofondazione trascendentale della soggettività, sia dal “pensiero antropofugale” del primo Foucault che considera la nascita dell’uomo un fenomeno recente e ne decreta frettolosamente la prossima sparizione. Introduce invece, come base di partenza, una distinzione fondamentale, non solo linguistica ma strutturale, tra due figure dell’identità: l’identità idem o medesimezza e l’identità ipse o ipseità. La medesimezza sarebbe, per esempio, la permanenza delle impronte digitali di un individuo, la sua formula genetica, il suo carattere. L’ipseità, invece, l’identità voluta e formata attraverso la vita e il suo racconto, quella - per ricorrere a un celebre esempio letterario - dell’“uomo senza qualità”. Colpito nella vecchiaia da lutti strazianti - il suicidio del figlio Olivier, la scomparsa della moglie - Ricoeur aveva trovato conforto, oltre che in quella fraternità silenziosa che si stringe nell’uguaglianza della disperazione, in un’indefessa e fruttuosa attività filosofica. La veneranda età raggiunta lo aveva anche indotto a esprimere il suo duplice sentimento di fronte al pensiero della propria morte: “La gratitudine verso Chi mi ha concesso un’esistenza privilegiata e il desiderio di essere conservato nella memoria degli uomini”. Scompare con Ricoeur un maestro di pensiero, che ha incarnato, con l’esempio, la saggezza di vita che teorizzava» (Franco Volpi, “la Repubblica” 22/5/2005). «Le sue lezioni alla Sorbona e a Nanterre, culla del Sessantotto, erano sempre affollate. È amato dai giovani che hanno divorato uno dei suoi libri di successo, La mémoire, l’histoire et l’oubli. Ha portato in Francia la fenomenologia di Husserl, è sempre stato un nemico delle mode e delle scuole e la sua ricerca si è soprattutto orientata sul male e sulla colpevolezza. Dev’essere un riflesso del suo “essere protestante”. Non c’è spiaggia dell’humanitas dove non sia sbarcato: la storia, il linguaggio, la poesia, la psicoanalisi, il narrare come testimonianza e infine la morte» (Ulderico Munzi, “Corriere della Sera” 1/3/2003). «[...] bisogna partire da una pattumiera: quella che gli misero in testa nel 1968 all’Università di Nanterre, repubblica indemoniata della rivoluzione sessantottina, Tortuga degli squadristi della fantasia al potere. Adesso è subentrata la nostalgia, sembrano innocui quei maoisti versione gallicana, che scimmiottavano le guardie rosse e giocavano al Grande Timoniere; eppure la loro pattumiera era la versione aggiornata dell’olio di ricino, si voleva umiliare il professore che aveva ricusato Marx nel tempo in cui era una moda obbligatoria. Che delitto da scontare! [...] il professor Ricoeur, l’uomo che voleva “sposare l’acqua e il fuoco”, “unire la ragione e l’esistenza”, è stato a suo tempo il nemico per i falangisti di Daniel Cohn-Bendit e dei tanti, troppi loro cattivi maestri di quella rivoluzione interrotta o mancata. Nessuno allora lo aiutò o lo compianse. Fu solo. Era impossibile che il filosofo e gli studenti potessero dialogare. Ricoeur veniva da un’altra scuola, sommessa ma non pavida, quella di Emmanuel Mounier, un altro “a parte” con la sua fede cattolica non dissimulata, la ricerca di una terza via che lasciasse ai lati liberalismo e socialismo. Erano di moda piuttosto Paul Sartre e i filosofi arrabbiati e sudaticci che salivano sulle barricate. In altri tempi gente tiepida come Ricoeur l’avrebbero gigliottinata, si limitarono a insultarlo, spintonarlo, incoronarlo con una corona di immondizie. Eppure quel professore mitissimo li aveva difesi davanti al consiglio universitario che voleva cacciarli. Ma per bloccare la violenza che dilagava poi chiamò la polizia: fu il caos. I poliziotti manganellarono, devastarono; gli studenti replicarono con gli stessi metodi. Fu la rivoluzione di cartapesta ma con sessanta feriti, la facoltà devastata, milioni di danni. Ricoeur pagò con le dimissioni, sostituito da René Remond. Poi un’altro schiaffo glielo diede la Francia non dei saturnali giovanili, ma quella ufficiale, paludata, dotta: fu battuto da Michel Foucault all’elezione al College di France. Cohn Bendit gli ha chiesto scusa. Anni dopo. [...] ministerializzato come eurodeputato ha subito anche lui la vergogna degli sberleffi studenteschi. Contrappasso di cui Ricoeur, geloso custode della memoria come scuola del perdono, non si sarebbe adornato. [...] il suo passaporto professorale. Leggete: Lovanio, Ginevra, Montreal, New York, Chicago. È il diario di un esule del pensiero, di un pensatore che fu amato discusso riconosciuto copiato all’estero, che ha passato la vita con il capo chino sul pensiero anglosassone e tedesco; che la Francia ha a lungo snobbato. Credente, non marxista: due ipoteche pesanti, sufficienti negli anni settanta a spedire nel gulag dei marginali, dei controrivoluzionari della metafisica da rieducare, da ignorare. [...] Ricoeur è il contraltare, il rimorso di una cultura che ha scelto le patacche dell’intellettuale mediatizzato, come arte del far rumore, da supermarket, di cui gli ultimi scandalosi adocchiatori sono Bernard-Henry Lévy e André Glucskman: impastata da una arte retorica che fornisce l’imbottitura di prammatica per i cervelli e in cui ogni stravaganza diventa il sostituto della profondità del pensiero e delle idee. Ormai un vaniloquio architettonico. A questi colti per sentito dire Ricoeur, mai semplificatore, mai semplicista, contrapponeva il rigore di una idea perseguita fino in fondo, con una specie di accanimento nel maturare il pensiero. È la prova che si può essere maestri delle coscienze solo con i propri scritti, senza sbraitare, senza inventare teorie choc per avere diritto alla ribalta. La biografia di questo orfano della prima guerra mondiale è fatta di libri, di lezioni universitarie, di dibattiti condotti con la sapienza dei dotti antichi. Eppure è un itinerario complesso, intricato come i viaggi degli eroi ariosteschi: si rischia di smarrirsi, di gettarsi a un lato del sentiero esuasti. Basta leggere le categorie che ne punteggiano l’opera, con cui si misurò, che cercò di congiungere con architetture complesse, con cui previde molti precipizi: la spicanalisi, la politica, la storia, l’esegesi biblica, l’epistemologia, la poetica, la filosofia analitica, le teorie dela giustizia e del perdono. Titoli, a decine: molti memorabili, De l’interpretation. Essai sur Freud, Temps et recit, L’Ideologie e l’Utopie. Sempre convinto che l’errore supremo fosse di lasciarsi ridurre a sistema. Per i nostalgici delle formule era la “filosofia riflessiva”, dove dovevano convivere la ragione, la chiarezza della tradizione del pensiero occidentale e l’esistenza, il gran mistero del dolore umano. Ricoeur riusciva a far coabitare Aristotele e Heidegger, Kant e Levi Strauss, Freud e Hannah Arendt. Risuonerà immortale nella coscienza del secolo dei grandi delitti il libro della sua vecchiaia, scritto a 87 anni: “La memoire, l’histoire, l’oubli”. Mentre tutti impugnano la memoria come arma, la brandiscono per uccidere una seconda volta, Ricoeur la usa come un dovere, in fondo al quale c’è sempre la riconcilazione e il perdono: il miracolo, cioè, del dimenticare senza cancellare» (Domenico Quirico, “La Stampa” 22/5/2005).