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 2003  febbraio 28 Venerdì calendario

TUTI

TUTI Mario Empoli 21 dicembre 1946. Fondatore del Fronte nazionale rivoluzionario. Nel gennaio 1975 uccise due carabinieri. Catturato in Francia, fu estradato in Italia e condannato all’ergastolo. Nell’aprile ”81, nel carcere di Novara, strangolò con il neofascista Pierluigi Concutelli, anch’egli detenuto, il presunto terrorista nero Ermanno Buzzi imputato per la strage di Brescia. Sei anni dopo guidò la rivolta nel penitenziario di Porto Azzurro. Assolto definitivamente nel 1992 per la strage del treno Italicus, è diventato un detenuto modello: studia Scienze forestali, suona la chitarra, dipinge, scrive e interpreta commedie teatrali • «Non si è mai pentito né dissociato. […] Dice di essere un altro uomo, di odiare la violenza, di temerla quasi. ”Oggi c’è tanta violenza, cieca, senza fini ideologici, ugualmente pericolosa come quella terroristica - dice -. Io la conosco la violenza, ne sono stato partecipe e artefice. Penso che forse potrei cercare di far capire ai giovani quanto sia pericolosa e inutile, convincerli a tenerla lontana perché ti può attrarre come un vortice. Però mi accorgo che la mia generazione parla una lingua diversa, incomprensibile ai giovani. Successe anche a me, trent’anni fa, quando incontrando un ex comandante della Repubblica sociale sperai in una sorta di investitura. Volevo sublimare la violenza che avevo dentro. Ma lui non capì, parlavamo lingue lontane […] Gli attentati recenti mi sembrano più atti teppistici, di violenza pura, lontani anni luce da quelli degli anni Settanta. La società è cambiata, le ideologie non esistono più. Semmai il pericolo può venire dal fondamentalismo, ma il discorso è completamente diverso. La violenza invece c’è. E contro la violenza c’è solo un antidoto: la cultura del sorriso e del gioco, il desiderio di affrontare la vita con allegria, come se tutto fosse un grande Carnevale. Ecco perché ai blocchi dei treni preferisco i girotondi, anche intorno a una base militare come Camp Darby […] Con la giustizia credo di aver saldato il mio conto. Il carcere cambia radicalmente le persone e, anche se non amo definirmi pentito, oggi non sono socialmente pericoloso e non mi ritengo neppure una persona malvagia. Con la mia coscienza, però, il conto è ancora aperto. Non ucciderei più, ma ciò non mi consola. Provo un dolore profondo e incancellabile per ciò che ho commesso […] Se mi trovassi davanti a un parente delle vittime non gli potrei chiedere perdono. Non ne avrei il diritto. Non è orgoglio. Il perdono si dà spontaneamente, non si chiede per sentirsi meglio, per lenire il dolore interiore. Certo, se i familiari mi concedessero il loro perdono, ne sarei felice. Non solo per me, anche per loro. Vorrebbe dire che adesso soffrono meno”» (Marco Gasperetti, ”Corriere della Sera” 27/2/2003). Matello Vené, ”Sette” n. 21/1999.