varie, 28 febbraio 2003
FERRARIO
FERRARIO Massimo Como 7 novembre 1956. Politico. Leghista. Ex presidente della Provincia di Varese, poi direttore del centro di produzione Rai di Milano. Nell’ottobre 2004 fu preso ad accettate dal figlio che non aveva gradito alcuni rimproveri nel giorno del suo diciassettesimo compleanno • «Un personaggio che la Lega aveva fortemente voluto a un posto di responsabilità, la direzione di Rai Due, per dare un segnale preciso: costruire un pezzo di quella ”tv federalista” agognata dal Carroccio, una televisione in sintonia coi valori antichi cari ai Padani dove, accanto al rispetto delle gerarchie, al culto dei fondamenti originari della società contro le suggestioni decadenti della modernità, al primo posto c’è proprio la famiglia. Chi più adatto al ruolo di Massimo Ferrario, che Umberto Bossi in persona aveva posto [...] al vertice del Centro di Milano [...] vedendo in lui l’uomo giusto per la più importante sede Rai del Nord, cuore del progetto tv da tempo obiettivo del popolo Lumbard. Padano doc [...] per 8 anni presidente della Provincia di Varese, imprenditore ma anche pilota di aerei da turismo e appassionato di auto e moto d’epoca. Dettagli forse non privi di significato, se si pensa che il suo legame con la Lega risale al 1987. E che nel 1995 - come si legge sul sito del suo fan club - fonda la ”Regio Insubrica, euroregione formata dalle province di Varese, Como, Verbania, e dallo Stato del Canton Ticino”, della quale diviene ”per acclamazione primo presidente”. Un leghista tutto d’un pezzo, insomma, oltre che di provata fede politica. Che nella ”Roma ladrona”, dove la politica si intreccia allo spettacolo, si trova un po’ spaesato. [...] Ferrario avrebbe preferito restarsene nel capoluogo della sua amata Padania, ma tra Roberto Maroni (che teneva per Marano) e Roberto Calderoli (che a Rai Due avrebbe voluto Gigi Moncalvo, il direttore uscente della ”Padania” che comunque diventa capostruttura), alla fine Bossi lo aveva imposto. E lui, quasi per spirito di servizio, aveva accettato. Ferrario si distingue subito per una serie di annunci e provvedimenti ”moraleggianti”, che gli valgono i soprannomi di Bacchettone e ”leghista di Dio”, di solito appioppati a personaggi cattolici. Appena arriva, precettati i 200-250 dipendenti di Rai Due per spiegare la sua linea editoriale, la prima cosa che dice è che il vero grande problema della rete è la ”troppa romanità”. Si parla troppo in romanesco, sia in tv sia per i corridoi di viale Mazzini. Bisognerà organizzare corsi di dizione non solo per i conduttori, ma anche per i dipendenti. E fin qui, dal punto di vista di un ”nordista”, non si può nemmeno dargli torto. Ferrario però non ama la tv spazzatura, sguaiata e allusiva, segno di decadenza dei costumi, e nel mirino non può non finire il capolavoro di ascolti del suo predecessore, l’Isola dei Famosi. Fosse per lui, l’abolirebbe. Ma il contratto firmato con Giorgio Gori vale tre anni e il neodirettore cerca di mettere almeno degli argini. Fa arrabbiare la Ventura, bocciando due partecipanti di sicuro appeal ”trash sex”: Eva Robbins e Serena Grandi. E invia una bella letterina a Gori, chiedendo di non mandare in onda i naufraghi in costumi troppo succinti. Via tanga e perizomi e magari meglio qualche pareo in più... Consiglio non molto apprezzato né seguito, così come l’intenzione di fare dell’Isola ”un momento di riflessione”. Disdicevoli anche le immagini di Stracult di Marco Giusti e il format viene cassato. Via anche La Talpa, cancellata in nome di una maggiore sobrietà, e Libero di Teo Mammucari, ormai volato a Mediaset, comunque ”da tv commerciale”. Il direttore padano puritano ha in mente ben altro: una rete compassata, attenta al pubblico dei giovanissimi, priva di eccessi e volgarità, dove ”anche la satira dovrebbe restare nei criteri del decoro e della dignità che la Rai deve imporsi”. Ok, allora a programmi sui fenomeni della natura, della fisica, del clima, persino del paranormale, come Voyager. L’obiettivo è attivare Milano per far partire da lì una tv ”più moderna, giovane, attenta al territorio”. Ci vorrà inventiva. Con le polentate in piazza, la sagra del peperone di Zero Branco, le poesie di Bontempi e le mostre del pittore Regianini non si va lontano negli ascolti. Ai quali è difficile il direttore generale Cattaneo rinunci» (’La Stampa” 21/10/2004). «L’unico colpo di testa che si è concesso in tanti anni di militanza leghista risale a quando, al momento di abbandonare la presidenza della Provincia di Varese dopo due mandati consecutivi, fece collocare in Piazza della Libertà un aereo da guerra, un caccia vero, un ”MB338”, di produzione Aermacchi. ”Un monumento - sentenziò solenne, lui che dalle solennità si era sempre tenuto lontano - a uno dei più nobili prodotti dell’industria varesina”. Poi partì per Milano, per assumere la direzione del Centro di produzione Rai, avventura assolutamente nuova per lui, che si è sempre occupato di informatica. E rimase malissimo quando apprese che nel frattempo il suo amato aereo da caccia era stato ricoperto dai pacifisti della zona con metri e metri di carta igienica. Sposato, due figli, una casa a Castellanza (Varese) e un’azienda d’informatica, la ”Beta Servizi”, di media entità ma in buona salute [...] non è tipo che vola alto. ”Schivo e concreto” lo descrive chi lo conosce. Si trasforma solo quando è alla guida di un aereo da turismo, il suo vero amore, e ”allora salta fuori la passione per il rischio e l’avventura”. Ha legato le proprie sorti politiche alla causa leghista, ma è impossibile che nelle scuole padane prendano lui come modello del perfetto lumbard. Rarissime le tracce di verde nel suo abbigliamento. Una malcelata allergia per i riti e il folclore celtico, oltre che per il gesticolare tribunizio. Viene inserito a pieno titolo in quella ”seconda generazione” padana che agli slogan preferisce i ragionamenti. I quasi 10 anni vissuti alla guida dell’amministrazione provinciale varesina hanno esaltato il suo spirito di sostenitore dell’autonomia degli enti locali. Fino al punto da spingerlo a lanciarsi in una forsennata (e perdente) crociata per fare di Varese una Provincia autonoma alla pari di Trento e Bolzano. Nei corridoi della Rai di Milano non pare aver lasciato grandi tracce. ”Brava persona, disponibile all’ascolto, ma ancora in fase di ambientamento, forse anche perché ha capito subito che il vero potere è a Roma”. Insomma, spirito da stagista. E buon fiuto. E’ stato così anche nella Lega. Zitto zitto nei primi anni, ha cominciato ad alzare la testa da presidente della Provincia. Qualche lite cittadina con gli altri capi leghisti. L’ambizione (frustrata dalle urne) di un posto nell’Europarlamento. E, nel ’99, il rischio di vedersi sventolare in faccia il cartellino rosso dell’espulsione. Era la vigilia del congresso straordinario della Lega a Varese. Era tra quelli che vedevano nel polo berlusconiano l’unica possibilità di sopravvivenza. Un Roberto Maroni, molto diverso da adesso, la pensava all’opposto e pubblicamente così apostrofò Ferrario: ”E’ un ottimo amministratore, ma le sue parole sono sbagliate. Il mio invito è guardare al centrosinistra”. A pensarci bene, però, qualcosa del perfetto leghista ce l’ha: come Bossi e come Leoni, anche lui ha o ha avuto un contenzioso con il magistrato di Varese, Agostino Abate, ribattezzato dalla ”Padania” ”il pm anti-Lega”. In Procura c’è infatti un fascicolo aperto, ancora allo stato di indagine preliminare, che ipotizza il reato di peculato nei confronti di Ferrario, indagato e interrogato per una storia non chiara di biglietti aerei ricevuti gratuitamente e (si sospetta) regalati ai familiari. Non è la prima volta: anni fa venne condannato in primo grado a due mesi, poi assolto in appello, perché ”il fatto non sussiste”, dall’accusa di truffa ai danni dello Stato» (Francesco Alberti, ”Corriere della Sera” 27/2/2003).