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 2003  febbraio 27 Giovedì calendario

HERMANN Judith. Nata a Berlino (Germania) il 15 maggio 1970. Scrittrice. «Qual è il suo segreto? Forse il suo naso a becco d’uccello? Gli occhi profondi come due vasche d’acquario? O quell’espressione indecifrabile che la fa tanto somigliare a un quadro antico? Se ne lamenta spesso, della sua immagine: ”La foto nel retro di copertina del libro ha avuto un effetto che non potevo prevedere

HERMANN Judith. Nata a Berlino (Germania) il 15 maggio 1970. Scrittrice. «Qual è il suo segreto? Forse il suo naso a becco d’uccello? Gli occhi profondi come due vasche d’acquario? O quell’espressione indecifrabile che la fa tanto somigliare a un quadro antico? Se ne lamenta spesso, della sua immagine: ”La foto nel retro di copertina del libro ha avuto un effetto che non potevo prevedere. Improvvisamente mi sono sentita costretta a non tradire le aspettative suscitate da una foto. Mi raffigura come se non fossi di questo mondo, una specie di pazza alta un metro e 45 e morta nel 1920”. Per un po’ non si è voluta più far fotografare, poi ha ceduto: ”Non mi trovavo a mio agio nella parte della diva pretenziosa”. E ha confessato che non le dispiaceva mostrarsi, farsi fare domande, rispondere, comunicare. Altri scatti, altre pose, ma il segreto è rimasto. [...] Nichts als Gespenster, (Nient’altro che spettri), pubblicato dalle Edizioni Fischer, è molto più che un caso letterario: è un fatto di costume, un enigma generazionale, un gioco di specchi con le pagine numerate. Oggi per lei ci sono solo sorrisi, applausi, presentazioni affollate di gente e di flash. La storia, però, è cominciata in un modo tutto diverso. Aveva ventotto anni, e fino a quel momento aveva fatto soltanto le cose a metà: si era iscritta al conservatorio, poi a Lettere, poi a Filosofia. Alla fine ha lasciato tutto ed è andata a servire birra in un locale di Prenzlauer Berg, quartiere della rinascita bohemienne di Berlino est. Dopo un po’ di quella vita si è iscritta a una scuola di giornalismo: sapeva fare i temi, non poteva andare male. ”Ricordo quando Alexander Osang - icona del giornalismo tedesco - tornò in classe con i nostri reportage corretti [...] Disse che avrebbe cominciato a leggere dai migliori. Ero sicura di avercela fatta”. Si ferma, storce quel suo buffo naso e sorride: ”Il mio fu letto per ultimo”. Visto che non tirava aria di Pulitzer, si è buttata sui racconti. Aveva letto Raymond Carver, ed era stata colpita positivamente da Thomas Mann – ”Solo i racconti però”, tiene a precisare. Il suo primo libro, pubblicato con una piccola casa editrice di Berlino, si intitolava Sommerhaus, später (Casa estiva, più tardi, uscito in Italia per i tipi di E/O). Quando fece la prima presentazione pubblica, in sala c’erano 25 persone: ”Ventidue erano miei amici, tre erano amici dell’editore”. Una bella serata, ma sembrava proprio che fosse finita lì. E invece un giorno, come nelle favole, le telefonano dalla redazione del Quartetto Letterario - la trasmissione di libri condotta allora da Marcel Reich-Ranicki - per dirle che il grande critico, quella sera, avrebbe parlato del suo libro. Cosa poteva mai dire lo stroncatore di Günther Grass e Christa Wolf, l’antagonista di Martin Walser, l’uomo più acido, purista e intransigente dell’intera Repubblica Federale delle Lettere sul libretto di racconti della signorina Judith Hermann? ”Oggi, in Germania, è nata una grande scrittrice”, questo disse. La prima volta che si sono incontrati, la giovane promessa e il vecchio critico, è stato in un caffè del centro di Berlino: ”Per la signorina una cioccolata con panna”, ordinò Reich-Ranicki. ”Non avevo mai bevuto una cioccolata con panna prima e non ne avrei mai più bevute dopo” dice oggi Judith. Ma quella non ha potuto rifiutarla. Qualche consiglio, qualche segreto del mestiere, e poi un ammonimento: ”Ha figli?”. ”No”, rispose la ragazza. ”Meglio così, non ne faccia. I figli impediscono di scrivere e bloccano la vena creativa”, le disse il grande vecchio. Borse di studio, editori che volevano l’esclusiva, promesse di gloria: da quel momento per lei è cominciato il difficile transito verso un secondo libro, quello da cui tutti si aspettavano una conferma, o la caduta del mito. Per quattro anni di lei non si è saputo quasi più nulla, solo che stava in Irlanda, poi in Australia, poi in Nuova Zelanda, alla ricerca di un’ispirazione che non voleva venire. Ma se gli chiedete se ha provato l’angoscia del foglio bianco vi risponderà: ”No, mai. Quando vedo che non viene niente, spengo il computer, mi alzo e me ne vado”. Qualche centinaio di pacchetti di sigarette dopo – ”Sono una fumatrice eccessiva, lo so” - rimane incinta. Adesso il secondo libro non sarebbe arrivato mai, ne era certa. La profezia di Reich-Ranicki era stata chiarissima: o i figli o i libri. E lei stava per partorire un figlio. Addio all’arte con una sigaretta. Come al ritorno di un lungo viaggio ha ripiegato i sogni di gloria in un cassetto, ha telefonato al suo editore, ha detto ai suoi amici che il meraviglioso gioco della letteratura per lei era finito. ”E mi sono fumata una bella sigaretta, l’ultima per nove mesi”. Franz era nato da poco, quando la sua giovane mamma - scrittrice controvoglia - ha acceso nuovamente il pc. In un anno, l’ineffabile Judith ha scritto seicento pagine di racconti. Perché non un romanzo? ”Non credo che il romanzo sia la forma superiore della letteratura, e poi mi sono venuti solo racconti”. Storie di ragazzi e ragazze che viaggiano, ritornano, lavorano, guadagnano, si perdono, si fidanzano, si promettono cose e poi si tradiscono. Storie di vite normali, raccontate in un modo così normale, che quasi non sembrano vere. Il primo racconto, ad esempio, comincia così: ”Ruth mi disse: ’Promettimi che non comincerai mai una storia con lui’”. Non è difficile immaginare come va a finire. Iris Radish, una dei critici letterari più attenti ha scritto che lo stile di Judith Hermann non fa un buon libro, ma è bello: ”Bello come le donne che fumano fino a morire, bello come un pomeriggio solitario sotto la neve. Bello come una musica che arriva fino a mezzanotte, quando il vino della vita è stato bevuto e un’ultima nostalgia si trascina più del dovuto. Si sa che di troppa bellezza si può anche morire. Ma per Judith è ancora troppo presto”» (Francesca Sforza, ”La Stampa” 26/2/2003).