Varie, 26 febbraio 2003
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Merton Robert
• King Philadelphia (Stati Uniti) 5 luglio 1910, New York (Stati Uniti) 23 febbraio 2003. Sociologo • «Decano della grande tradizione sociologica americana e una espressione del mito americano del successo che arride ai capaci e ai meritevoli, pur di umili origini. Nato da genitori ebrei poveri immigrati in un quartiere popolare di Filadelfia, si era subito distinto per la sua intelligenza e desiderio di apprendere e aveva avuto l’opportunità, grazie alle borse di studio, di frequentare prima la Temple University e poi Harvard, dove fu uno dei primi laureati e più importanti collaboratori di Talcott Parsons, il teorico principe dello struttural-funzionalismo. Non è tuttavia a Harvard ma alla Columbia University di New York che trascorse la sua intera vita accademica (se si esclude un breve periodo a Tulane), costruendo un sodalizio assai intenso con Paul Lazarsfeld. L’influenza di Parsons è stata importante nella sua adesione allo struttural-funzionalismo sociologico, ovvero nella priorità accordata all’analisi funzionale della realtà sociale e ai problemi dell’equilibrio sistemico e dell’ordine sociale, dell’’anomia” e della devianza. L’influenza di Lazarsfeld è stata altrettanto importante nel favorire la sua propensione per la ricerca empirica e per una concezione della teoria sociologica che formula ipotesi verificabili e utilizza le potenzialità della statistica. Questa consapevolezza gli consentì di evitare sia l’astrattezza della ”grande teoria” parsonsiana sia la scarsa rilevanza dell’empirismo rozzo, elaborando la sua proposta delle ”teorie di medio raggio”, ovvero teorie specifiche applicabili a serie limitate di dati, che vadano oltre la semplice descrizione dei fenomeni e consentano di verificare empiricamente ipotesi concernenti fenomeni circoscritti, dal comportamento deviante all’influenza esercitata dai mass media, alle forme di socializzazione dei nuovi membri di una società. Con Lazarsfeld, fondò alla Columbia il ”Bureau of Applied Social Research”, uno dei più importanti centri di ricerca sociologica del mondo. Grazie al costante equilibrio tra teorizzazione e ricerca empirica, ha offerto contributi fondamentali sia alla conoscenza della società americana (basti ricordare i suoi contributi alla analisi delle istituzioni scientifiche americane o della criminalità degli immigrati), sia al perfezionamento del lessico e dell’apparato concettuale della sociologia. Nella sua opera principale Teoria e struttura sociale (1949) e nei lavori affini Libertà e controllo nella società contemporanea (1955) e Sociologia teoretica (1967), rielabora categorie classiche come l’anomia di Durkheim, e sviluppa concetti chiave come quello di role-set con cui interpreta la complessità dell’agire individuale alla luce dei diversi contesti e requisiti di ruolo, e come quelli di ”disfunzione”, di ”funzione manifesta e latente” e di ”alternativa funzionale”, mediante i quali invita gli studiosi a guardare al di là dell’apparenza dei fenomeni, a chiedersi per chi un certo comportamento possa considerarsi funzionale o disfunzionale e a criticare l’idea che le istituzioni esistenti siano necessarie e buone per definizione. L’interesse per il suo lavoro va al di là della comunità dei sociologi; i suoi contributi di Sociologia della scienza, in particolare sul fondamentale rapporto tra ricerca scientifica, innovazione tecnologica e organizzazione sociale, hanno, infatti, suscitato l’apprezzamento e l’interesse dei ricercatori delle più diverse discipline, dalla biologia alla fisica, dall’economia alla storia; si tratta di opere giustamente famose, dalla celebre ricerca su Scienza, tecnologia e società nell’Inghilterra del XVII secolo al trattato Sociology of Science (1973), a Sulle spalle dei giganti (1965) e infine a Viaggi e avventure della serendipity (ovvero come scoprire qualcosa dopo essere partiti cercando altro), l’ultima opera cui ha rimesso mano proprio negli ultimi mesi di vita. E’ stato uno dei grandi scienziati sociali del XX secolo, uno studioso di grande immaginazione sociologica e di profonda cultura, un signore gentile con l’eleganza di tratto di un Henry Fonda» (Roberto Martinelli, ”Corriere della Sera” 25/2/2003). «Quando gli indiani d’America, che ora si chiamano ”nativi”, della tribù degli Hopi organizzavano le cerimonie note come danza della pioggia lo facevano nella convinzione che quel rituale serviva a far piovere. Il rito aveva dunque una ”funzione manifesta”. Ma anche una ”funzione latente”: attraverso quelle danze si consolidava la coesione del gruppo, che sarebbe stato più forte e capace di procurarsi i mezzi per la sopravvivenza. Così il cristiano che va a messa in parrocchia lo fa per onorare un sacramento, per pregare, per sentirsi più vicino a Gesù o per incontrare la ragazza e molte altre ragioni (funzioni manifeste) che ha in mente, ma quel rito ha l’effetto di rafforzare nel tempo i vincoli di una comunità, di farla sentire più solidale e responsabile (funzioni latenti). Questa distinzione è una delle celebri idee di Robert King Merton [...] Con la sua vastissima attività (si vedano le 1200 pagine di Teoria e struttura sociale) ha sviluppato l’indagine sociologica verso una direzione speculativa (la critica del funzionalismo ”puro” del suo maestro Talcott Parsons), verso la comunicazione di massa (insieme a Paul Lazarsfeld con il quale ha lungamente operato in coppia) e verso la sociologia della conoscenza e della scienza. [...] La sua caccia preferita era nell’ambito delle conseguenze impreviste delle azioni umane, un territorio sconfinato come le praterie degli indiani con le loro danze della pioggia, un territorio che proprio lui ha aperto al nostro sguardo, sicuramente stimolato in origine dalle ”azioni non logiche” di Vilfredo Pareto e dalla luce che per primo l’italiano gettò sullo scarto tra quel che intendiamo fare e quel che effettivamente produciamo con il nostro fare: un oceano di effetti inintenzionali, alcuni perversi, alcuni benigni, alcuni medi. Oggi il territorio lavorato da Merton non è più un arcano come appariva agli inizi, la scienza sociale lo ha percorso in lungo e in largo, da Boudon a Hirschman a Elster, un po’ come l’astronomia ha ridisegnato le mappe celesti dopo la scoperta galileiana che il sole e la luna si muovono. Il suo cannocchiale Merton se l’è costruito nel distacco dal maestro, Parsons, e dal funzionalismo a partire dalla constatazione che non sempre l’ordine sociale ha una funzione positiva, talvolta può esser fonte di disagi malessere, esplosioni, anche se in apparenza tutti i pezzi del sistema sembrano al loro posto e rispondono agli imperativi funzionali dell´adattamento economico, del perseguimento degli scopi politici, del mantenimento delle strutture culturali e valoriali, dell’integrazione ad opera delle istituzioni giuridico-statali. Da questa visione della società, imperante nella sociologia fino agli anni Sessanta, Merton si distacca, dicendo di no all’’unità funzionale” del tutto, perché non tutte le società sono ugualmente integrate, e poi le stesse azioni possono avere valenze contraddittorie; e vediamo oltretutto spesso sopravvivere forme sociali del passato che non hanno più alcuna funzione significativa. Il funzionalismo appariva una visione ”congelante” della società e della divisione dei ”ruoli” proprio mentre urgevano richieste di cambiamento: il ’68. evidente come lo schema del ragionamento di Merton rompa con l’aspetto conservatore - vero o presunto che sia - del funzionalismo: la società americana, per esempio, ha un carattere fortemente competitivo e attribuisce una enorme importanza al successo economico, ma è proprio questo suo ordine a produrre tensioni e anomie che comportano la possibilità, ordinaria, che un elevato numero di individui compiano azioni delinquenziali. Il crimine può essere, secondo Merton, non solo la conseguenza di una scarsa socializzazione, ma all’opposto l’effetto di un modo di essere della società. A Merton piaceva - tratto modernissimo - una grande ”prudenza” teorica; alle teorie onnicomprensive e di lungo raggio preferiva quelle ”di medio raggio”, no alle eccessive generalizzazioni, sì alle indagini sul campo e a una sapiente applicazione ai dati statistici. Certo su alcuni fenomeni che caratterizzano la vita e l’agire umani ha impresso il suo marchio inconfondibile: prima di tutto, le ”profezie che si autoadempiono”, le self-fulfilling prophecies che sono una variante del ”teorema di Thomas”. Spiegazione: il teorema attribuito a William Thomas (sociologo morto nel ’47) sostiene che se un individuo percepisce una circostanza come reale si comporterà come se essa fosse reale anche se non lo è. La variante di Merton: se tanti individui prevedono un fatto sociale e si comportano di conseguenza quel fatto sociale si realizza adempiendo alla profezia. Esempio: se tanta gente si comincia a convincere una certa banca è insolvibile quella banca andrà effettivamente in rovina. Se un esercito si convince che la battaglia è persa, è persa. Altro esempio: se tutti si convincono che le azioni di quella società domani avranno un valore triplo di oggi, quelle azioni si pagheranno il triplo. Se è una bolla speculativa lo si saprà sì un po’ di tempo dopo, ma intanto il valore, incassato o perso, era triplo, ed era reale. Che cosa di più reale, spiega sempre George Soros, del prezzo che il mercato è disposto a pagare? E poi la ”teoria dei gruppi di riferimento”, in base alla quale gli individui valutano la propria situazione confrontandola con quella del contesto sociale al quale guardano, che può essere la società, il sistema culturale, il gruppo, l’unità psicologica (la Noelle-Neumann ne ricaverà la teoria della spirale del silenzio: ciascuno tende ad allinearsi agli altri attraverso una specie di mini-istituto demoscopico che tutti hanno in testa). Bisogna ancora ricordare gli studi di Merton sugli effetti sociali dei mass-media e la loro ”disfunzione narcotizzante”, i processi di burocratizzazione e superconformismo che affliggono le grandi organizzazioni. E certo non dimentichiamo la serendipity, il nome escogitato da Horace Walpole (che lo trasse da una favola) nel 1754 per descrivere un progresso inatteso della conoscenza, frutto di sagacia, ma accidentale, quel processo per cui tante volte nella scienza si perseguiva un risultato e se ne ricavò un altro a sorpresa, magari più importante. Buscar el levante para el ponente: e scoprire invece l’America. O rovesciare un vasetto per sbaglio e scoprire la penicillina. Sono le pagine dove Merton probabilmente si divertiva di più. Come quelle in cui racconta l’’effetto di San Matteo”, altra storia di cui inseguì tutte le tracce, a cominciare dal misteriosamente poco cristiano detto evangelico (per l’appunto in Matteo, 13,12 e 25,29): ”A chi ha, verrà dato, e sarà nell’abbondanza: ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha”. Merton lo applicò alla scienza: gli scienziati eminenti ottengono un credito sproporzionatamente grande per i loro contributi alla scienza, mentre coloro che sono relativamente sconosciuti ottengono un credito sproporzionatamente piccolo. La tesi era il frutto non di una vaga intuizione ma di una indagine condotta sui premi Nobel. A chi se ne disperasse Merton regala il ”fenomeno della quarantunesima sedia” che affligge anche i grandi: quaranta erano i seggi dell’Académie française destinati agli immortali. Il posto di escluso, il destino di quarantunesimo è toccato a Cartesio, Pascal, Molière, Bayle, Rousseau, Saint-Simon, Diderot, Stendahl, Flaubert, Zola e Proust. A eterna consolazione - spiegava Merton - di tutti noi» (Giancarlo Bosetti, ”la Repubblica” 27/2/2003).