Varie, 26 febbraio 2003
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Kaminer Wladimir
• Mosca (Russia) 19 luglio 1967. Scrittore • «È nato in una Mosca bloccata dalle celebrazioni per il cinquantenario della Rivoluzione d’Ottobre e il padre ha consumato l’intero stipendio corrompendo autisti, vigili, inservienti per farlo venire al mondo in un ospedale invece che in un taxi. Ha cominciato a parlare gridando “vai via” a un pazzo esibizionista che terrorizzava lui in carrozzina e la madre, brandendo un membro “grande come un cannone di carro armato”. Con questi incipit non c’è da meravigliarsi che la sua vita successiva sia stata un’avventura buffa, e l’ha raccontata in Militärmusik (Guanda, 162 pagine, 13 euro, traduzione di Riccardo Cravero), ironica autobiografia dei suoi primi 23 anni che ha proprio il ritmo spavaldo di una marcia. Di esperienze ne ha fatte tante: si iscrive all’Accademia di Arte Drammatica; lavora come direttore artistico organizzando paradossali eventi culturali e poi concerti rock clandestini; fa il giardiniere nel parco di una fabbrica di armi segrete, il guardiano di bestiame su un treno che attraversa lande desolate fino all’Uzbekistan. Il tutto suscitando l’interesse sospettoso del Kgb, così è costretto ad arruolarsi nell’esercito e finisce in un complesso missilistico a controllare sul radar bersagli pericolosi. “I miei colleghi occidentali mi invidiano perché, oltre al crollo della borsa, non hanno vissuto nulla di molto eccitante”, continua con un’espressione divertita sulla bella faccia slava con gli occhi vivaci. “Un giorno mentre guardavo sul radar ho visto un puntino: era il Cessna di Mathias Rust che poi atterrò sulla Piazza Rossa. Non averlo abbattuto procurò un bel po’ di suicidi nello Stato Maggiore”. L’Unione Sovietica descritta da lui è un mondo povero, inefficiente, grottesco, popolato da personaggi stralunati, poetici, a volte al confine con la follia, spesso ubriachi, ribelli senza violenza, sognatori senza molte prospettive, tutti tratteggiati con affettuosa complicità. “Nella Russia socialista c’erano molte più persone cordiali, amichevoli, di quante ce ne siano oggi nella Russia capitalista”, commenta. “Uomini e donne non erano ossessionati dalla rincorsa a guadagnare danaro, avevano la capacità di essere generosi e il tempo di interessarsi agli altri”. È una semplice constatazione, non un rimpianto. Kaminer, che si definisce un anarchico, non ha nostalgia per la sua patria e tanto meno per il regime passato. “Non ho perso nulla perché i russi e la cultura russa oggi sono dappertutto, e poi ho sempre avuto la curiosità di conoscere cose nuove”. Quando la realtà dell’Urss viene sconvolta dalla perestrojka, anche la sua cambia completamente. “Gorbaciov aveva regalato al paese due nuovi giocattoli: il business per i padri e la libertà per i figli. Per me la libertà fu quella di levare le tende e andare a Berlino”, aggiunge con l’umorismo che gli viene dalla sua anima russa e dalla sua anima ebrea. “Non avevo soldi, non sapevo la lingua e ho vissuto per anni senza passaporto per non scontrami con la burocrazia tedesca. Per caso ho conosciuto giovani scrittori che leggevano le loro storie nei locali della città, e ho deciso che non era un brutto modo per guadagnarsi da vivere”. Per lui si è rivelato un ottimo modo, visto che è diventato uno dei personaggi di spicco della scena letteraria berlinese, ha imparato così bene il tedesco da usarlo in cinque libri tradotti in dodici paesi, collabora a due riviste e viaggia spesso per la promozione delle sue opere. “Mi piace capire come vivono le persone e poi raccontarlo”. E conclude: “I popoli, anche se sono diversi, hanno tante cose in comune. La verità è che il mondo è molto piccolo e molto fragile, va protetto, e forse proprio la scrittura può farlo”» (Annabella D’Avino, “Il Messaggero” 24/2/2003).