Varie, 26 febbraio 2003
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Blanchot Maurice
• Eze (Francia) 22 settembre 1907, 20 febbraio 2003. Scrittore. Critico • «Esordì nei primi anni quaranta, nella tetra Francia di Vichy, con romanzi (Thomas l’obscur, 1941; Aminadah, 1942), che mettevano in scena un universo labirintico, allucinato, oggetto di un incessante flusso di linguaggio che dissolve e vanifica la narrazione nel momento stesso che le dà voce e forma. Sartre, in una recensione di qualche anno dopo, notò non poche affinità con Kafka , un autore che avrebbe avuto in seguito importanza fondamentale per il Blanchot narratore e teorico della letteratura, ma che egli negò di aver conosciuto all’atto della composizione dei primi libri. Forse sarebbe stato più preciso, se fosse stata già scritta, un riferimento alla grande trilogia beckettiana del discorso impossibile, basata sull’ossessività della voce monologante, inaugurata da Molloy nel 1951. L’anno stesso di Aminadah, scende in campo anche il Blanchot saggista, con Comment la littérature est-elle possible?. Da allora, e per più di quarant’anni, non avrebbe fatto altro che ripetersi la stessa domanda. Possiamo considerare questo interrogativo eletto a titolo il motore, il luogo di partenza, di confluenza e di ritorno di tutta la sua attività letteraria. Saggistica e narrativa sono per lo scrittore francese le forme di un dialogo, anzi di un mormorìo, un brusìo incessante intorno all’essere e al suo punto d’ancoraggio per eccellenza, il linguaggio. Grandi adduttori culturali di un pensiero risolto costantemente in scrittura come forma privilegiata dell’inseguimento di sé sono i filosofi, in particolare Hegel, Nietzsche, Heidegger, Merleau-Ponty, Levinas, fatti incontrare e reagire con gli autori prediletti, soprattutto Mallarmé e Rilke, oltre il già citato Kafka, e ancora Sade, Lautréamont, Proust, Claudel, Musil. Ad un certo momento, a questo Olimpo, vigilato da concetti essenzializzati e quasi personificati come L’Attesa, Il Silenzio, L’Assenza, L’Oblìo, La Solitudine, si affaccia un grande illusionista, il Mago Atlante per eccellenza della letteratura contemporanea, il Borges di Pierre Menard autore del Chisciotte. Come è noto, Borges immagina che un mediocre poeta francese, un simbolista minore di fine Ottocento, compia l’opera della sua vita facendo una copia identica del Don Chisciotte. Blanchot si accosta al racconto di Borges nel Libro a venire, pubblicato nel 1959 . E’ un incontro memorabile, che si trasforma in assunzione e perfetta omogenizzazione. Disciolto il sorriso ariostesco, anche Borges entra nell’’infinito trattenimento”, diventa una funzione del discorso intorno alla parola tesa verso ”un’identità che non è tale, il vertiginoso miraggio della duplicità dei possibili”. Pubblicò Lo spazio letterario, la sua opera ritenuta più rappresentativa, quella in cui, come ha scritto Guido Neri, la riflessione teorica ”tocca la massima ampiezza di respiro”, nel 1955, quando in Francia si stavano consumando gli ultimi scampoli dell’engagement. [...] La traduzione italiana dello Spazio letterario arrivò nel 1967, quasi a ridosso dell’imminente ’68, che tanti equilibri consolidati, avrebbe, provvisoriamente, scompaginato. Era il momento delle discussioni sulla scia di Verifica dei poteri di Fortini, ma soprattutto di Scrittori e popolo di Asor Rosa, usciti entrambi nel 1965. Ci si chiedeva dove andasse la letteratura e se fosse o non fosse il caso che si vergognasse di esistere» (Giuseppe Leonelli, ”la Repubblica” 25/2/2003). «Stava come nascosto nelle pieghe della realtà culturale del Novecento quasi riservandosi ai ”felici pochi” ai quali la sua ricerca, insieme letteraria e filosofica, che faceva perno sulla identità estrema letteratura-morte, appariva insieme come una delle più radicali e fruttuose. La teoria e la pratica scrittoria blanchotiana hanno predicato (e attuato) la ”cancellazione” dell’autore a profitto del testo: basti, a convincersene, la lettura delle pagine dei suoi libri tanto di narrativa (Tomaso l’oscuro , L’attesa, l’oblio ) quanto di elaborazione teoretico-critica (L’infinito intrattenimento , La parte del fuoco , Lautréamont e Sade , Lo spazio letterario , per fare alcuni titoli). Se si percorre la lista degli autori presi a partito (a pretesto?) in questi libri: Musil, Artaud, Broch eccetera, si ha subito una prima idea dello spazio, culturale e vitale, dentro il quale ha agito. Penso a un’affermazione nuova blanchotiana sul particolare rapporto scrittore-letteratura. ”Vivere con qualcosa che non lo concerne”, proprio quando la letteratura sarebbe, per definizione, ciò che riguarda in assoluto lo scrittore. Ma in Blanchot proprio tale ”estraneità” è il legame più forte. [...] Il rispetto della ”parola scritta” è tale che nel suo lavoro di lettura di questo o quell’autore più che il singolo soggetto (uomo, libro) sembra proporsi di tracciare le grandi linee di quell’unico movimento da cui escono tutte le scritture. Una sua opera s’intitola L’amicizia , un’altra La scrittura del disastro: due titoli, senza forzarli in nulla, assolutamente eloquenti» (Giuliano Gramigna, ”la Repubblica” 25/2/2003).