Varie, 24 febbraio 2003
SEPE Daniele
SEPE Daniele Napoli 17 aprile 1960. Sassofonista. «Ha iniziato suonando musica tradizionale con gli E Zezi, il gruppo operaio di Pomigliano d’Arco. Dopo il diploma in sassofono al Conservatorio di San Pietro a Maiella ha suonato anche con i cantanti neomelodici, e un giorno ha fondato gli Art Ensemble of Soccavo intrecciando Napoli a Charles Mingus e a Frank Zappa. […] Sono lontani i tempi in cui con gli ’E Zezi lei cercava le radici della musica napoletana... “Non sono più un ricercatore, l’ho fatto quando c’era ancora qualcosa da ricercare. Ma in questi ultimi venti o trent’anni, la televisione ha distrutto al Sud tutto ciò che era tradizione, soprattutto quella verbale, ha azzerato i rapporti tra gli anziani e i giovani. A un certo punto, ricercando ho provato solo tristezza: più della bellezza di ciò che trovavi ti rendevi conto di quanta bellezza avevi perso. Oggi se vogliamo leggere il nostro futuro basta andare a New York. Tanto che sembra normale che i bambini italiani festeggino Halloween […] Quando fai un disco tradizionale stai vendendo una cartolina che spesso non è la realtà, è un trucco con il photoshop... Certo, può vendere, perché è la stessa cosa che andare a fare una vacanza su una spiaggia dell’Africa e trovare il gruppo di buoni selvaggi che ti fanno la danza tradizionale, con la differenza che quelli poi escono e tornano a casa in macchina. Interpretano una parte per rassicurarci. Le cose più interessanti dal punto di vista della musica del mondo sono le contaminazioni: la musica tradizionale può essere molto noiosa, va bene per gli studi di antropologia, per i musei”. Dopo E Zezi e prima di fondare l’Art Ensemble of Soccavo ha vissuto un lungo periodo da turnista […] “È stato un periodo in cui ho lavorato per campare, stavo in miniera ma ho imparato tante cose. Uscivo dal Conservatorio, continuavo a studiare jazz e il sassofono, ma la prima volta che mi hanno chiamato in uno studio di registrazione mi sono ritrovato a suonare due note. Ricordo che tornai a casa piangendo. Solo la fame mi ha convinto a continuare: ho imparato a usare lo strumento per costruire melodie più che per dimostrare la mia bravura. Ho riscoperto musicisti come Gato Barbieri e Garbarek, in cui l’aspetto melodico è prevalente. Perché puoi fare il jazzista ma alla fine ti chiedi: sono nato a Philadelphia o a Pomigliano, e mio nonno ascoltava Frank Sinatra o Roberto Murolo? È questo dubbio che mi ha portato a coniugare la musica afroamericana e la mia tradizione […] Ascolto quasi esclusivamente musica classica. Il fatto è che mi piace regalare a chi compra i miei dischi, e magari non ha a casa i dischi di Mahler o Prokofiev, il suono di un fagotto, di un oboe o di una celesta”» (Carlo Moretti, “la Repubblica” 23/2/2003).