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 2003  febbraio 24 Lunedì calendario

Gbagbo Laurent

• Gagnoa (Costa d’Avorio) 13 marzo 1948. Politico. Ex professore di storia eletto nel 2000 presidente della Costa d’Avorio • «Un distinto intellettuale diventato populista, un Machiavelli tropicale che ha saputo presentarsi al mondo come un umanista e un campione dei diritti umani per poi, una volta eletto, governare spietatamente, costruirsi un potere personale mentre il suo paese andava in rovina, implicare la Francia con quattromila soldati mentre la accusa di “occupazione”, disattendere con disinvoltura gli impegni solennemente sottoscritti in terra francese e restare in sella [...] con oltre metà della Costa d’Avorio in mano alla rivolta e fuori dal suo controllo, un’economia ridotta al lumicino da florida che fu (ma questa è solo in piccola parte responsabilità di Gbagbo) e un coro di condanne internazionali che sembrano tonificarlo anziché ricondurlo alla misura. [...] Gbagbo si fa paladino di un ambiguo nazionalismo, sotto lo slogan dell’“ivoirité”, che gli consente tra l’altro di eliminare dalla corsa alla presidenza il più minaccioso dei suoi avversari, Alassane Ouattara, accusato di essere di “dubbia nazionalità”. Il neopopulismo nazionalista di Gbagbo gode tuttavia di popolarità in un paese attanagliato dalla crisi economica, dove la gente vede negli immigrati di ieri i concorrenti di oggi su un mercato del lavoro fortemente immiserito. È l’infiammata retorica etnicista di Gbagbo e del suo partito a spingere alla rivolta [...]» (Pietro Veronese, “la Repubblica” 8/11/2004) • «È un socialista (all’africana), vanta una biografia impreziosita da un pizzico di galera e da un esilio a Parigi, prima di conquistare il Palazzo con il consenso francese. Il suo problema era quello comune a tutti gli autocrati africani; di conservarlo il potere. L’alternanza per molti resta una bestemmia. La retorica dei tempi nuovi impone di passare attraverso il calvario della democrazia e delle elezioni. Un azzardo, soprattutto in tempi in cui i prezzi del caffè e del cacao sono crollati e il miracolo economico si accuccia nel libro dei sogni. Gbagbo ha fatto ricorso ai vecchi, consolidati metodi: si è liberato del concorrente più pericoloso, Ouattara, escludendolo dalle elezioni con l’accusa di essere un immigrato non in regola con la nazionalità. La rassegnazione evangelica però è merce del passato. Le tribù del Nord che si considerano sfruttate dalla capitale e dai “sudisti” non aspettavano altro per lucidare ruggini secolari e tirar fuori i mitra. In Costa d’Avorio a complicare il quadro c’è anche una terza componente etnica: il ventisei per cento della popolazione infatti è originaria dei paesi vicini, Burkina faso, Mali e Ghana, sono braccianti ferocemente maltrattati dalla miseria che lavoravano nelle piantagioni e che Houphouet ha coccolato concedendo con larghezza la cittadinanza. Le genti del Sud li guardano con sospetto e senso di superiorità, li hanno sempre usati come gregge elettorale, ma ne hanno sottovalutato il risentimento. Il secondo errore, il più grave, il presidente lo ha commesso quando stabilì che la tutela francese era troppo ingombrante per le sue ambizioni. Decise così di commettere il peccato più imperdonabile: non rispettare il tacito accordo secondo cui l’economia deve gonfiare sole le borse francesi. Nel 2002 imprese americane come la Cargil e la ADM entrano nel settore del cacao; statunitensi e cinesi furono ammessi ad appalti per importanti infrastrutture e cominciò a traballare il monopolio francese nei settori dell’elettricità e dell’acqua. Il 20 settembre del 2002 con imbarazzante tempismo sulle cadenze di questa decolonizzazione tardiva, una rivolta di misteriosi ribelli nordisti eliminò alcuni uomini forti del presidente e si impadronì delle provincie settentrionali. Difficile credere che i servizi francesi ignorassero le manovre dei golpisti. Quando il presidente si è trovato con l’acqua alla gola, disperato, Parigi ha inviato le truppe naturalmente “per difendere i connazionali e salvare la pace”. Gbabo, mugugnando, ha dovuto firmare gli accordi: che gli imponevano di riconoscere i ribelli come controparte e di far posto ai rappresentanti del Nord nel governo. Era in terra in frantumi. Chirac pensava di aver riparato il pasticcio ivoriano con poco danno, manovrando i contendenti l’uno contro l’altro. Ha sottovalutato il presidente, gran marabutto di intrighi, che nell’esilio deve aver letto Talleyrand. In [...] due anni di finta tregua ha rafforzato l’esercito utilizzando i milioni del cacao per comprare aerei e elicotteri ai mercati duty free dell’Est, proprio quelli con cui ha bombardato i soldati francesi. Nelle caserme di Abijan sono comparsi soldati particolari, mercenari sudafricani, russi, uomini perduti che hanno combattuto a fianco di Denars. E poi ha pigiato il pedale della xenofobia, formando milizie tratte dalle galere e dai quartieri più disperati: è l’acido corrosivo con cui ha sciolto la finzione della tregua. Orchestrati dal presidente e dalla sua infaticabile compagna, Simone che dirige la lotta di un milione di ragazze “pronte a morire per Gbagbo”, sono i patrioti che affollano le “spontanee” manifestazioni dove tra un saccheggio e l’altro si invoca l’arrivo di Bush per cacciare i “colonialisti francesi”. Che smacco per Chirac “l’antiamericano”!» (“La Stampa” 7/11/2004).