Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  febbraio 24 Lunedì calendario

Becht Ovidie

• Lilla (Francia) 25 agosto 1980. Attrice, scrittrice, pornostar. «Autrice del libro Porno Manifesto. Storia di una passione proibita, uscito nel 2002 in Francia con clamore per Flammarion, pubblicato in Italia da Baldini & Castoldi (pagg. 144, euro 12,40). Bellezza gotica, col volto pallido e ornato da una mappa di piercing, e il corpo esile premiato da seni generosi, è una ragazza di buona famiglia e di educazione borghese, che si è persino laureata in filosofia. Optò per il porno a 18 anni, a 22 ha già interpretato una quarantina di film a luci rosse, ha firmato due titoli hard come regista (Orgie en noir e Lilith) e ha partecipato, nel ruolo di se stessa, al film Le pornographe, di Bertrand Bonello, protagonista Jean-Pierre Léaud (l’attore preferito da Truffaut), presentato nel 2001 a Cannes per La semaine de la critique. E visto che è capace di esprimersi con chiarezza e arroganza, in Francia è diventata un fenomeno mediatico, accolta avidamente dai più vari programmi: sembra che la sua presenza in televisione triplichi l’audience. La prima domanda che la sua storia induce a porsi è questa: perché una ragazza senza problemi economici, cresciuta in una famiglia apparentemente normale, brillante negli studi e sedicente salutista, con una vita eterosessuale “equilibrata e soddisfacente”, decide di votarsi al cinema porno? Per determinazione femminista, risponde lei nel libro. E canta un inno al suo mestiere “scelto e amato”. Per la forza che può infondere alla rappresentazione del corpo femminile, “carismatica e potente, soprattutto nel migliore cinema porno americano, dov’è la donna a provocare l’atto sessuale”. Perché molti film a luci rosse avrebbero addirittura contenuti implicitamente femministi, visto che sanno mettere sullo stesso livello il piacere maschile e quello femminile. Per la capacità di esprimere emozioni sessuali tanto più forti e comunicative di certo cinema europeo ipocrita e di bassa qualità, che propone un’immagine del sesso non liberatoria e priva di mordente. E rivendicando la nobiltà di quella che considera un’arte, Ovidie elenca i pregiudizi che inquinano la percezione sociale della pornografia: l’infame sovrapposizione con la pedofilia, l’idea che le professioniste del porno siano vittime di un mestiere degradante, la confusione tra pornografia, prostituzione e sadismo. Militante del cosiddetto femminismo “pro-sex” e seguace del neofemminismo americano di Annie Sprinkle, offre le sue motivazioni con una lucidità irritante e non priva di fascino. Ciò che irrita è il tono di superbia intellettuale e le evidenti forzature di certi paradigmi. Ciò che rischia di affascinare, oltre all’acida ironia (vedi gli attacchi impietosi a quello che definisce “il femminismo per consumatrici anni ’60-’70», dove “l’orgasmo è stato messo sullo stesso piano di una crema di bellezza”), è l’analisi del “porno-chic”, del modo in cui l’ipocrisia mediatica sfrutta il nudo femminile nella pubblicità e nella moda, e soprattutto della “televisione guardona”. Strumento “fedele al suo nome”, scrive, attirerebbe gli innumerevoli malati di voyeurismo che non hanno il coraggio di regalarsi un “buon” prodotto porno. In un’Italia di volgarità televisiva senza più ritegno e di smaglianti Veline pronte a tutto (piacerebbe a Ovidie la descrizione che di questo mondo traccia Muccino in Ricordati di me), si cade nella tentazione di non darle torto» (“la Repubblica” 23/2/2003).