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 2003  febbraio 21 Venerdì calendario

THICH NHAT HANH

(Nguyen Xuan Bao) Thanh Hoa (Vietnam) 11 ottobre 1926 • «Capo spirituale in esilio della Chiesa buddista vietnamita (in patria sopravvive una sorta di buddismo di Stato). Minuto, magro, dai lineamenti aspri ma pronti a schiudersi nel più disarmante dei sorrisi, occhi neri e saettanti sotto la testa rasata, è tra i maggiori maestri spirituali del nostro tempo, ma è stato anche un formidabile guerriero della pace, avendo messo in pratica il precetto buddista della compassione in modo integrale, a 360 gradi, guardando alla sofferenza senza distinzioni ideologiche. Nel Vietnam devastato dalla guerra, i ”Piccoli corpi di pace” creati da lui soccorrevano le vittime di entrambe le parti: era il 1964 quando alcuni dei suoi monaci caddero sotto il fuoco incrociato. Allora pensò che la tragedia dovesse finire e volò a New York dove tenne conferenze, conobbe Thomas Merton e Martin Luther King che nel 1967 lo propose per il Nobel della Pace; alla Casa Bianca ebbe un lungo incontro con il sottosegretario alla difesa Robert McNamara che alla fine si disse ”molto turbato” (si dimise poche settimane dopo). Il monaco creò allora una Delegazione buddista per la Pace e la guidò ai negoziati di Parigi fino agli accordi del ”73; e dopo la caduta di Saigon (1975), si impegnò a favore delle vittime dei nuovi padroni comunisti. Fu l’esilio (i suoi libri sono vietati in patria), ma proseguì nel suo impegno fondando monasteri in Francia (dove organizza persino seminari misti fra ebrei e palestinesi) e in America. Si muove lentamente, concentrato su ogni piccolo gesto, come se sotto la parola e i movimenti perdurasse lo stato contemplativo, ma è un concentrato di energia che trasmette a chi lo avvicina. Così apparve anche agli americani che gremivano a migliaia, dopo l’11 settembre, la Riverside Church di Manhattan, per ascoltare il suo invito a non cadere preda della rabbia. La sua figura contrasta con l’idea occidentale del monaco zen perso nel ”nirvana” […] ”Se un praticante buddista intende coltivare la propria capacità di compassione, farà sempre qualcosa che porti beneficio alla situazione in cui vive. Così, la pratica buddista ci ha aiutato ad assistere le vittime della guerra. Molti di noi sono rimasti a loro volta feriti, altri sono morti: ma siamo restati fedeli alla non violenza, senza cedere all’odio. Non avendo preso partito, eravamo perseguitati da entrambe le fazioni, ma abbiamo egualmente cercato di indurle a discutere in modo da por fine al conflitto. Chi lavora per la pace non può vedere nessuno come nemico né fare distinzioni tra l’America capitalista e il Vietnam comunista”. Ma nel 1966 è andato a chiedere agli americani di por fine alla guerra; e non si limitò a convincere un Luther King ancora titubante. Arrivò alla Casa Bianca. Che cosa chiese a Mc Namara? ”Agli americani dissi che parlavo a nome della maggioranza dei vietnamiti, non solo di una parte, e che la gente non voleva la guerra. Ai governanti chiesi di iniziare subito a negoziare sotto controllo internazionale: altre nazioni avrebbero dovuto prendere parte a una conferenza di pace, che stabilisse il graduale ritiro americano. Alla Casa Bianca chiesi di compiere il primo passo, fermando subito i bombardamenti”. Proseguì la mediazione nella Delegazione buddista ai negoziati di Parigi che guidò fino agli accordi del ”73 […] ”In America parlai con molti reduci e dopo la guerra organizzai gruppi di meditazione con i veterani: anche gli americani erano vittime e molti divennero miei discepoli. molto facile cominciare le guerre, non è facile finirle. Desert Storm, per esempio, non è stata un vittoria: molti dei veterani erano persone distrutte. Tornavano carichi di guerra e facevano la guerra alle mogli e ai bambini. Com’era avvenuto dopo il Vietnam, i reduci portarono a casa semi di violenza e di aggressività. Alcuni li abbiamo assistiti, ma molte persone illuminate non vennero più ascoltate”» (Cesare Medail, ”Corriere della Sera” 20/2/2003). «’Un giorno stavo piantando un chiodo con il martello. La mano destra non era molto attenta e invece di colpire il chiodo il martello si è abbattuto su un dito della mano sinistra. La destra allora ha messo subito giù il martello e si è presa cura in modo molto tenero della mano sinistra...”. Da bravo maestro zen il celebre monaco vietnamita Thich Nhat Hanh usa un paradosso per descrivere la sollecitudine con cui un uomo saggio dovrebbe comportarsi verso il prossimo e il diverso. Cresciuto tra le guerre dei francesi prima e degli americani poi contro il suo popolo, ha sperimentato fin da bambino le rivoluzionarie potenzialità della filosofia buddista contro uomini distratti dal desiderio di possesso e di dominio degli uni sugli altri. Esiliato dal suo paese per 39 anni perché chiedeva ad entrambi i contendenti di riporre le armi [...] uomo dalla testa rasata e le orecchie appuntite come un Jedi che usa il semplice respiro al posto delle spade laser per sconfiggere le Forze del Male, ovvero ”le emozioni negative della rabbia, dell’egoismo, della gelosia e l’invidia” che - come ha scritto nei suoi cento libri pubblicati in tutte le lingue - sono all’origine dei conflitti individuali e delle guerre. Residente abitualmente in una campagna nel Sud della Francia dove istruisce i suoi studenti al rispetto della natura e dei codici di comportamento consapevoli [...] Non sono pochi coloro che, dopo aver ascoltato gli insegnamenti dell’anziano monaco buddhista, hanno radicalmente trasformato le loro esistenze per intraprendere un percorso interiore centrato sulla consapevolezza dell’esperienza come veicolo del sapere, a cominciare dal modo di respirare, camminare e mangiare.
’Se ci concediamo di vivere nella presenza mentale - scrive [...] - scopriremo che vivere una vita semplice e consumare di meno sono le vere condizioni per essere felici”. Esattamente il contrario dell’andamento di un’economia mondiale basata sulla produzione di merci ”fabbricate - scrive - per non durare a lungo”. Ma la componente filosofica degli insegnamenti di Thich Naht Hanh è solo una parte del decalogo di consigli estremamente pratici basati sull´attenzione ai più minuscoli dettagli dell’agire quotidiano che trasformano ”una passeggiata, la fila alla Posta o l’attesa a un semaforo rosso” in altrettante occasioni di crescita interiore, specialmente se l’attenzione della mente è rivolta in maniera appropriata ”a placare i pensieri che inseguono i desideri, siano essi di potere o di sesso spesso all’origine della sofferenza e dell’insoddisfazione”. ”Inspirando, calmo il mio corpo, espirando sorrido”, è scritto in uno dei suoi manuali di istruzioni per la consapevolezza basati sul solo ”vero potere dell’uomo”, ovvero la presenza mentale, la concentrazione ”qui ed ora” come antidoto alle tensioni create dall’assillo degli errori passati e dalle paure di ciò che potrebbe accadere in futuro.Thich Naht Hanh divenne celebre negli anni ”60 quando - costretto a restare in esilio in America dopo i suoi appelli alla pace incondizionata - convinse Martin Luther King (che lo propose per il Nobel) a battersi per il ritiro delle truppe Usa dal Vietnam: ”Spendete migliaia di dollari per sconfiggere la violenza all’esterno - disse in un celebre discorso al Senato Usa - ma non avete fatto nulla per diminuire la violenza nelle vostre famiglie e nelle scuole”. Apostolo di franchezza, il monaco zen sorprese i suoi stessi fratelli di fede con argomenti estremi come quelli contro ogni ”verità assoluta”. ”Se crediamo che il buddismo sia l’unica via verso la felicità - ha scritto [...] - esercitiamo una sorta di violenza, visto che discriminiamo ed escludiamo coloro che seguono altri sentieri spirituali”. Già durante l’invasione francese del Vietnam creò un caso religioso e politico (l’80 per cento del paese è buddista) abbandonando la quiete dei monasteri per praticare quella che definì ”la compassione in azione”. Assieme al primo nucleo dei suoi studenti fondò ospedali da campo e gruppi di lavoro per curare e aiutare indistintamente tutte le vittime della guerra. Decine di monaci e laici dei suoi gruppi di resistenza non violenta ribattezzati ”I Piccoli corpi di Pace” vennero uccisi mentre si davano da fare per ricostruire ospedali e villaggi distrutti portando assistenza alle vittime di tutti i fronti, dai vietcong comunisti ai filoamericani del Sud. Se Thich Naht Hanh non ha ancora rivevuto il Nobel della Pace come il suo grande estimatore il Dalai Lama è stato anche a causa della sua severa e spregiudicata equidistanza da ogni parte in causa. ”Sono in tanti a saper scrivere una lettera di protesta - ha detto più volte ai militanti pacifisti - ma non molti di noi sanno scrivere una lettera d’amore”. [...] racconta di un «amico che vive nell’Europa centrale ed è un attivista in campo ambientalista. molto arrabbiato e infelice con i genitori, gli amici, la società, inquina il suo corpo e la mente con la nicotina, l’alcol e i giudizi negativi sugli altri. Non sa come fare la pace dentro di sé. Sarà anche un militante del movimento per la protezione dell’ambiente, ma non certo della protezione di sé stesso. Dubito davvero molto - è il suo commento - che avrà successo nei suoi intenti”. E aggiunge: ”Se non sai gestire la rabbia e la violenza dentro di te, è impossibile che tu sappia aiutare qualcun altro”, scrive. Compito della mente - dice - è di distinguere sempre più chiaramente i diversi semi che vogliamo innaffiare. ”Se daremo acqua e concime ai semi dell´odio e della rabbia non raccoglieremo mai i fiori della compassione e della generosità”» (Raimondo Bultrini, ”la Repubblica” 22/4/2005).