20 febbraio 2003
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Bassman Lillian
• . Nata a New Haven (Stati Uniti) il 15 giugno 1917. Fotografa. «Nata da genitori russi emigrati negli Stati Uniti nel 1890. All’età di sei anni conosce Paul Himmel, che ha tre anni più di lei. A quindici se ne innamora e va a vivere con lui a Manhattan. Nel 1935 lo sposa, ”ma solo perché Paul era diventato insegnante di scienze e la scuola domandava la formalizzazione del nostro legame”. Intanto studia per diventare illustratrice di moda, lavora come modella per i pittori, si fa arrestare per aver morsicato un poliziotto durante una protesta contro il taglio dei sovvenzionamenti agli artisti. Nel 1940 mostra i suoi disegni di moda a Alexey Brodovitch, il grande direttore artistico di ”Harper’s Bazaar” e un anno più tardi inizia a lavorare come sua assistente (pagata, e lo dice con estremo orgoglio). Quando, nel 1944, la casa editrice Hearst progetta il supplemento-giovani di ”Bazaar”, ”Junior Bazaar”, ne assume la direzione artistica [...] Fa lavorare fotografi come Richard Avedon, Arnold Newman e lo stesso Paul Himmel convertitosi alla fotografia [...] Comincia a questo punto, inevitabilmente, a interessarsi di fotografia. Adora la ricerca sperimentale e impara a stampare utilizzando, nelle ore di pranzo, la camera oscura di George Houningen Huene. La sua formazione artistica la spinge a sperimentare effetti poco ortodossi, a stampare attraverso una garza, a lavorare le stampe con il ferricianuro. Insofferente nei confronti della fotografia troppo veritiera, cerca in camera oscura una propria strada espressiva. Comincia a considerare la possibilità di lasciare la direzione artistica per la fotografia [...] Nel 1948 realizza il suo primo servizio per l’ultimo numero di ”Junior Bazaar” e da subito comincia a lavorare con le modelle più note, mentre il numero dei suoi clienti si moltiplica rapidamente [...] Nel 1949 era a Parigi e aveva fotografato in controluce un abito di Piguet, enfatizzando la trasparenza dei materiali fino a trasformare la modella in traslucida farfalla. Carmel Snow, direttrice di ”Harper’s Bazaar”, si era inalberata: ”Non sei a Parigi a fare l’artista, devi far vedere bottoni e gale”. La piccola storia è diventata paradigmatica dell’eterna contraddizione fra la libertà creativa del fotografo e le esigenze illustrative delle immagini di moda. Ma allo stesso tempo l’esigenza di difendere la propria interpretazione è da sempre la bandiera per la quale si batte [...] ”Il fatto di essere donna mi consentiva di vedere le donne non in termini astratti, estetici o grafici, ma di avere con loro un rapporto più intimo e rilassato”. Senza scosse, e con il garbo che la distingue, continua a lavorare fino alla fine degli Anni Settanta poi chiude lo studio e butta via – per paradossale che possa sembrare – tutti i suoi negativi, quarant’anni di fotografia che definisce ”commerciale”. Continua invece a insegnare, a realizzare una lunga ricerca fotografica sul nudo maschile, e per un certo periodo disegna e produce una propria collezione di abiti femminili. Poi, nel 1991, un vecchio temporale scoperchia il tetto di casa e permette di scoprire, in una camera oscura, un sacco di plastica che contiene, perfettamente conservati, un centinaio di raccoglitori di negativi. ”Ero convinta di aver buttato via tutto, e non avevo nessun rimpianto. In realtà a me piace fare cose nuove, andare avanti. Dopo aver ritrovato i negativi ho cominciato a lavorarci attorno, ho stampato le foto come effettivamente le vedevo e come spesso in passato non avevo saputo fare. Le ho reinterpretate, dando una vita nuova a ogni immagine”» (Giovanna Calvenzi, ”Specchio” 25/9/1999).