Varie, 19 febbraio 2003
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Bassanini Giovanni
• Milano 13 settembre 1965. Alpinista. Figlio di Franco • «L’amore per la montagna è iniziato grazie alla passione del padre: la casa a Courmayeur, le vacanze passate facendo escursioni insieme, le frequenti fughe da Milano: ”Ho sempre collegato le arrampicate all’allargamento degli spazi: avevo capito che se avessi imparato bene, lo spazio a disposizione si sarebbe decuplicato, perché avrei potuto raggiungere luoghi dove nessuno sarebbe riuscito ad arrivare […] Da piccolo mio padre mi regalò il libro Le mie montagne di Walter Bonatti, che mi colpì per la sua tragicità, e quello di Gaston Rebuffat, che trovai invece solare. Tornai da lui e gli dissi. ”Il mio sogno è fare la guida alpina”. Sorrise e accettò. Ma ero ancora piccolo. Però in famiglia abbiamo sempre fatto le cose solo per passione: mio padre con la politica, mio nonno con le costruzioni. Tutto iniziò da lui, che, partendo da zero arrivò a costruire case in tutto il mondo. Da piccolo, se chiedevo: ”Nonna, dove andate a fare le vacanze?’, lei rispondeva sorridendo: ”Ma in cantiere, caro’. Secondo lui tutti avremmo dovuto fare i cosruttori. Il merito va a mio padre, che fece un atto trasgressivo entrando in Comunione e Liberazione. Poi passo al Psi, agli Indipendenti di Sinistra e poi al Pds: e ci fu un deciso distacco dalle posizioni di mio nonno, fortemente conservatore, se non proprio fascista. Grazie a questa ”ribellione’ ora io non vivo dietro a una scrivania, ma scalo montagne […] Il 9 luglio 1984, avevo fatto l’esame scritto della maturità e avrei dato gli orali il 4 di agosto. Ero da solo, sul Bianco, e stavo facendo una via senza corda. All’improvviso si ruppe una scaglia di roccia e precipitai per 120 metri, con vari rimbalzi, atterrando sul ponte della crepaccia terminale. Allora l’etica dei veri duri non prevedeva l’uso della corda. Non la si portava nemmeno. Un’etica del cazzo. Il risultato fu un femore in parte sbriciolato, frattura delle vertebre, alcune costole, frattura delle caviglie eccetera. Insomma, un lavoro quasi completo. La mia famiglia fu esemplare, mi aiutò in tutto. Venni trasportato a Roma, da un grande chirurgo che mi operò per cercare di ricomporre in qualche modo il femore. La cosa non ebbe esiti positivi e il medico mi avvisò: ”Non potrai più appoggiare la caviglia a terra per almeno un anno’. Questo mi fece scattare una forza di volontà mostruosa. Col passare dei giorni mi accorsi che c’erano dei miglioramenti, anche se minimi. Cominciai ad allenarmi forsennatamente, e quando riuscì a recuperare la metà del piegamento del ginocchio, iniziai ad appoggiarlo. E andai ad arrampicare […] A ottobre feci una lastra di controllo e tornai dal chirurgo, a Roma. Che mi disse: ”Magari adesso puoi cominciare a fare qualche piccola passeggiata’. E io: ”Guardi dottore che io sono già andato fino in cima al Monte Bianco’. Si fece una gran risata. Ma non mi credette» (Michele Lupi, ”GQ” n. 5/2001).