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 2003  febbraio 17 Lunedì calendario

DE VILLEPIN Dominique Rabat (Marocco) 14 novembre 1953. Politico. Francese. Ex primo ministro (maggio 2005-maggio 2007, sostituì Raffarin dopo la vittoria del no nel referendum sulla costituzione europea)

DE VILLEPIN Dominique Rabat (Marocco) 14 novembre 1953. Politico. Francese. Ex primo ministro (maggio 2005-maggio 2007, sostituì Raffarin dopo la vittoria del no nel referendum sulla costituzione europea). Prima era ministro degli Interni. E prima ancora ministro degli Esteri. Figlio di un industriale (poi senatore), ha trascorso la giovinezza all’estero, studiando a Caracas e a New York. Si è diplomato all’Ecole Normale d’Administration. Segretario generale del presidente Chirac dal 1995 al 2002 • «[...] ama Napoleone. Ne ammira il coraggio, ”il disprezzo per i corridoi del potere e per i vortici dell’opinione pubblica”. Gli dedica un libro di 600 pagine – I centi giorni, o lo spirito del sacrificio – in cui esalta ”i grandi uomini che trasformano la Storia in epica”. Villepin ama Napoleone perché, dice Nicolas Bazire (ex braccio destro di Balladur), ”Dominique è un romantico, ha una visione estetica della politica. Gli piace il teatro e pensa che più la trama è tragica, migliore è lo spettacolo. Crede che la redenzione possa arrivare solo dall’apocalisse”. Ecco perché Chirac non poteva fare altro che scegliere il suo delfino, Dominique Marie François René Galouzeau de Villepin [...] come primo ministro della Francia che deve risorgere dal cataclisma del 29 maggio. Figlio dell’industriale alto borghese (e poi senatore) Xavier, Dominique de Villepin ha una vita flamboyante, scintillante: nascita a Rabat, in Marocco, liceo francese a Caracas (dove nel maggio ”68 è l’unico manifestante) e poi New York, due maturità (letteraria e scientifica), diploma all’Ena (l’istituto della classe dirigente francese) con i futuri avversari François Hollande e Ségolène Royal, diplomatico a Washington e New Delhi, ben presto segretario generale di Jacques Chirac all’Eliseo. E poi stimato pittore (figurativo e astratto), tennista e maratoneta, poliglotta (inglese, spagnolo e italiano), poeta, saggista e coltissimo conversatore che ama lasciar cadere con eleganza rare ma perfette citazioni di Rimbaud. ” talmente bello!”, esclama il ministro dell’Ambiente Roselyne Bachelot. Un uomo romantico come Villepin conosce la donna della sua vita, Marie Laure Le Guay, per caso sull’autobus 84 a Parigi, si lascia travolgere dal colpo di fulmine e la sposa. Mentre sua cugina diventa la moglie di Rodolfo De Benedetti, figlio dell’ingegner Carlo. Per due anni Villepin aiuta a studiare il fratello maggiore Eric, malato, e alla sua morte improvvisa dopo una gita assieme in barca scrive per lui Le droit d’aînesse (Il diritto del primogenito), la sua seconda, dolente raccolta di poesie. Un uomo romantico come Villepin strappa un irrituale applauso dell’Assemblea generale dell’Onu opponendosi sull’Iraq a Colin Powell con il famoso discorso « la guerra è sempre un fallimento » . Ma, allo stesso tempo, venera Napoleone per ragioni che un po’ stridono con l’immagine di democratico pacifista. Per Villepin, Napoleone è stato ”la congiunzione dell’uomo e della nazione... Attraverso il destino di Napoleone, ognuno può conservare la speranza per il futuro, e tenere vivo il sogno francese. [...] Non passa giorno senza che io senta l’imperioso bisogno di memoria, per continuare ad avanzare al servizio dell’ambizione della Francia”. Parole altisonanti che nei momenti peggiori della crisi tra Parigi e Washington hanno fatto scrivere al settimanale americano (di destra) ”The New Republic”: ”Più che un anti-imperialista, Villepin sembra un imperialista fallito”. [...] sostiene che ”la Francia dà il meglio di sé solo nei momenti più drammatici”. Ed è questo cupio dissolvi che affascina e spaventa. Perché Villepin può risolvere i drammi, ma anche crearli dal nulla. Come nel 1997, quando per spazzare via i veleni nella maggioranza di destra convinse Chirac a sciogliere l’Assemblea nazionale e indire nuovo elezioni: clamorosa sconfitta e Paese consegnato al socialista Jospin. Bernadette Chirac, a differenza del marito, per questo lo detesta e lo chiama ”Nerone”. I parlamentari dell’Ump, il suo partito, ancora non gli perdonano di essere stato tanto disinvolto con le poltrone degli altri. Lui, del resto, non si è mai candidato a niente, è diventato primo ministro grazie all’intelligenza e alle nomine dall’alto di Chirac. ”Parla del popolo senza essere mai salito in seconda classe – ha detto di lui il suo neo ministro dell’Interno, Sarkozy – . Parla dei cittadini, senza essere mai stato eletto”. Villepin, però, crede di capirli lo stesso. Come Napoleone, è sicuro che ”una politica modesta non è ciò che i Francesi si attendono”» (Stefano Montefiori, ”Corriere della Sera” 1/6/2005). «Diplomatico di carriera, gioventù in Italia ed educazione nei salotti buoni: il coraggio di battersi per le cause giuste, anche se sono perse, il senso etico che attribuisce all’azione politica (secondo la ”lezione di Kant”, di cui è profondo ammiratore), l’attenzione all’umanesimo dei diritti, secondo tradizione della Marsigliese. Ha scritto, in tempi non sospetti: ”La Francia giustificherà le critiche di vana arroganza o, fedele a se stessa, troverà la forza e l’immaginazione per sorprendere ancora una volta?”.[…] Consiglia Chirac sul modo di sorprendere il mondo: sviluppo sostenibile, diversità culturale, alleanza francofona, asse con la Germania, fino alla sfida all’iperpotenza americana. […] Un visionario, come dicono i detrattori? Un prestigiatore, abile nel nascondere l’ipocrisia del suo Paese e degli europei, troppo angosciati dalla competitività da difendere, come un valore, il proprio modello di garanzie? […] Telegenico, ”kennediano”; lo stile informale, come quando, la domenica pomeriggio, riceve in polo e mocassini qualche corrispondente straniero al Quai d’Orsay. Tutto il contrario del ”mangiatore di formaggi” (secondo pubblicistica americana) e molto smarcato dal populismo bonario di Chirac. Un personaggio stendhaliano, ”intrepido e appassionato” come Fabrizio del Dongo, che come Stendhal ama l’Italia, le lettere, le lingue e le buone maniere» (Massimo Nava, ”Corriere della Sera” 16/2/2003). «Il più bello, colto, funambolico ministro degli Esteri francese. L’uomo che il 14 febbraio 2003 ha sfidato il segretario di Stato Usa Colin Powell nel nome di un ”vecchio Paese in piedi di fronte alla Storia”.Che ha minacciando gli Stati Uniti di buttare sul tavolo nella Nazioni Unite il veto di Parigi alla ”guerra illegittima” contro l’Iraq e raccogliendo il più lungo applauso che la Storia ricordi al Palazzo di Vetro. [...] Dagli Esteri agli Interni, dagli affari del mondo a quelli (sporchi) domestici. Una bocciatura? La sconfessione di due anni di politica estera condotta al galoppo e col pennacchio? Nessuno dirà mai a Parigi che la testa di Villepin caduta nei tre caotici giorni che hanno seguito la disfatta elettorale della destra è un messaggio di riconciliazione agli Stati Uniti. Ma qualcosa di vero ci deve essere. [...] Dominique Galouzeau de Villepin, figlio di diplomatico, allenatosi alla grande diplomazia in anni passati nelle ambasciate di Washington e New Delhi, nato in Marocco, cresciuto in Sud America, straordinario parlatore nelle grandi conferenze internazionali come nei più sofisticati salotti parigini, era stato accusato di aver condotto la politica del ”panache per il panache” e cioé l’esibizione di un pennacchio retorico e spettacolare; senza però tenere conto degli interessi reali della Francia. Così è stato nel caso dell’opposizione alla guerra contro l’Iraq che ha portato quasi alla rottura diplomatica tra Parigi e Washington. Poco importa che Monsieur de Villepin avesse ragione di fronte al Colin Powell che arrivò all’Onu portandosi una provetta che voleva rappresentare le armi di distruzione di massa (mai trovate) di Saddam. La realtà è che per il mondo del business francese la rottura con gli Usa è stata una catastrofe. E difatti dopo i fasti della battaglia all’Onu, Chirac non ha mai ostentato vittoria. E tutti gli sforzi francesi sono stati per ricucire con Bush. Poteva farlo quel ministro che le Figaro, il giorno del duello all’Onu, raccontò così: ”...un uomo dall’andatura giovanile, bello come Alcibiade, un principe della pace”? Evidentemente no. [...] senza avvertire nessuno, ha pubblicato da Gallimard un volume di 823 pagine, Eloge des voleurs de feu (elogio dei ladri di fuoco), così Rimbaud chiamava i poeti, quasi un diario personale del suo rapporto con la poesia. Pagine ”scarabocchiate in segretezza”, ”breviario per una vita che ritrovi il suo incanto”, ”scatenamento di stratagemmi e di veleni”, la ”poesia per vivere ancora... contro il naufragio della memoria”.Qualcuno aveva letto dietro l’operazione il messagio che Villepin considerava la sua missione conclusa. Ma perché ora agli Interni, in quel palazzo di place Beauvau che si trova a non più di cento metri dall’ingresso dell’Eliseo [...] ”Le Monde” ne dà una spiegazione sofisticata: ha una ”inclinazione pronunciata per la cosa poliziesca, è affascinato dagli aspetti dell’autorità dello Stato, ha interesse per la penombra e i segreti”.Soprattutto i ”servizi” segreti. Al Quai d’Orsay ha mantenuto una tutela stretta sul controspionaggio. C’è meno poesia, ma ci vuole altrettanto talento» (Cesare Martinetti, ”La Stampa” 1/4/2004). «La mattina del 14 febbraio 2003, quando avrebbe dovuto dimostrare al mondo che Saddam aveva le armi proibite e che la guerra contro l’Iraq era giusta e persino santa, Colin Powell arrivò all’Onu con un sofisticato armamentario tecnologico multimediale: intercettazioni telefoniche, filmati, fotografie dei satelliti spia. E una provetta da piccolo chimico, meno tecnologica, ma ancora più teatrale, che il Segretario di Stato agitò davanti ai diplomatici del Palazzo di Vetro come simbolo delle armi biologiche irachene. Quella stessa mattina Dominique Galouzeau de Villepin entrò nell’aula del Consiglio di Sicurezza con la sua penna stilografica e quattro foglietti schizzati a mano. Parlò per circa mezz’ora (’La Francia, in piedi di fronte alla Storia e davanti agli uomini...”) rovesciando sul mondo il condensato di qualche secolo d’’esprit français”, la sua lingua, il suo stile, la sua cultura, i suoi diritti per chiedere una chance alla pace. Il bombardamento tecnologico del segretario di Stato americano lasciò quasi indifferente la platea, mentre l’intervento del ministro degli Esteri francese fu un trionfo, celebrato con l’applauso più lungo e corale che si ricorda nella storia dell’Onu. Jean-Marie Rouart, accademico di Francia, ha descritto così sul Figaro quel magico momento: ”...il mondo ha visto apparire un uomo dall’andatura giovanile, bello come Alcibiade, che emanava una freschezza inabituale nei corridoi del potere, un principe educato a inseguire un ideale cavalleresco: la pace”.Qualche settimana dopo Stati Uniti e Gran Bretagna cominciavano la guerra e sappiamo com’è finita. [...] Dominique de Villepin, figlio di Xavier, senatore chiracchiano (ha rinunciato alla presidenza del Senato per non interferire col ministro degli Esteri) è nato nel ”53 a Rabat, in Marocco. Nell’80 è uscito dall’Ena (la superscuola di Parigi in cui la Francia coltiva la sua classe dirigente) e da allora è entrato al ministero degli Esteri dove s’è occupato soprattutto di Africa. Per cinque anni ha lavorato all’ambasciata di Washington, per tre in quella di New Delhi. Nel 1995 è stato scelto da Jacques Chirac come segretario generale dell’Eliseo. Di lui il presidente ha detto una volta: ” molto raro incontrare un uomo come Dominique, capace di essere un poeta e allo stesso tempo il buon capo di un commando”.Quando si parla di lui, l’aggettivo più usato è: vulcanico. Ma anche febbrile e ”flamboyant”, fiammeggiante. Insieme a Bernard Henri Levy è l’uomo più ricercato dai salotti parigini. Ed è noto anche in quelli italiani, sua cugina ha sposato uno dei figli di Carlo De Benedetti. Per un curioso lapsus quand’è venuto Frattini a Parigi, interrogato sul suo rapporto con il nostro paese, ha risposto: ”nessuno puo’ dubitare dei miei amori per l’Italia...”. sposato con Madame Marie-Laure le Guay, una specie di angelo che talvolta si intravvede scivolare silenzioso nei corridoi del Quai d’Orsay. Hanno tre figli, due ragazze e un ragazzo. Dietro le quinte dell’Eliseo Dominique de Villepin ha suggerito a Chirac la più nefasta decisione del suo primo settenato: le elezioni anticipate nel ’97 che portarono la sinistra al governo. Sconfitto ha offerto al presidente la sua testa, ma Chirac ha trattenuto la ghigliottina e salvato il ”poeta”.Tra i due la complicità è totale. stato Villepin a inventare l’aggettivo ”abracadabrantesque” con il quale, in un discorso alla nazione, il presidente ha respinto le accuse dei giudici. stato Villepin a suggerire il tono della campagna elettorale di Chirac contro Jospin: ”mouvement, action, passion” contro il gelido ”equilibre” dell’avversario. Da ministro degli Esteri ha condotto Chirac e la Francia nella più romantica e folle delle avventure: la sfida in campo aperto con gli Stati Uniti. Il paese l’ha guardato con orgoglio e con preoccupazione. Sotto la poesia di Dominique de Villepin c’erano, anche, i prosaici interessi petroliferi francesi in Iraq, il rapporto di vent’anni con Saddam, l’intreccio complice e misterioso con gli arabi. Contro di lui s’è silenziosamente schierato il mondo del business che temeva la rottura con Wall Street e persino gli esportatori di vino che per salvare il mercato americano furono costretti a scrivere sulle etichette del bordeaux che per ogni bottiglia un dollaro dell’incasso era destinato all’esercito degli Stati Uniti. nota la tradizione dei diplomatici francesi di scrivere le note di servizio in stile aulico e romanzesco. Una volta il segretario generale del Quai d’Orsay, ora ambasciatore a Roma, Loïc Hennekinne disse che se le cose non cambiavano, sarebbe stato presto necessario inviare le note all’ufficio Cifra per la decodificazione. Il Villepin dei ”ladri di fuoco” va molto oltre la tradizione. Vittorioso all’Onu, ma sconfitto sul campo di battaglia, è tornato alla parola per dire che il mondo non si può raccontare dai satelliti spia, perché la vita non ha una sola dimensione, c’è la forza, ma c’è anche la ragione, la gioia, il dolore, il piacere e la sofferenza. E anche questa è diplomazia» (’La Stampa” 24/6/2003).