Varie, 16 febbraio 2003
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Villa Emilio
• Affori (Milano) 1914, Rieti 14 gennaio 2003. Poeta • «Un eccentrico, un poeta sperimentale, antesignano della neoavanguardia. Scriveva versi in latino, greco antico, portoghese e francese, e quando lo faceva in italiano avvolgeva il suo lessico in formule enigmatiche. Aveva nascosto se stesso in una dispersa, vastissima quantità di sedi, ancora oggi in parte irreperibili, inedite o addirittura ignote. Era anche un critico d’arte, meglio, un suggeritore d’arte, compagno di strada di grandi personaggi, i ”romani” Mafai, Scialoja e Consagra e poi Burri e Rothko, Fontana e Pollock: i suoi versi illustrano cataloghi o preziosissime plaquettes che fanno felici gli antiquari che le posseggono. E infine era un cultore di lingue morte - il sumero, l’assiro, l’ugaritico, il fenicio - che lo immersero nell’indagine di antiche civiltà mediterranee e che lo tennero per mano in un’impresa non solo filologica, la traduzione integrale della Bibbia, una specie di viaggio alle origini del pensiero mitico. […] Proviene da una famiglia operaia. E’ nato ad Affori, in provincia di Milano, dove il parroco, ammirandone l’intelligenza precoce e la duttilità per le lingue, lo indirizza in seminario. Fra i 16 e i 17 anni impara l’aramaico e il fenicio ed è in grado di sostenere conversazioni in greco e in latino. E’ allora che inizia a tradurre le Sacre scritture, decidendo di proseguire gli studi al Pontificio Istituto Biblico di Roma, la massima cattedra dell’esegesi. Legge la Bibbia senza filtri cattolici e, volgendola in italiano, applica criteri non confessionali, strumenti filologici e non teologici, considerandola un prodotto letterario, anzi il grande repertorio in cui rintracciare le origini della cultura occidentale. […] A Roma, sul finire degli anni Trenta, si occupa di arte, frequenta Mafai, De Libero, Sinisgalli e i più giovani Scialoja, Consagra e Scarpitta. Nel ”40, racconta Giuseppe Appella, è redattore di ”Beltempo”, almanacco della Cometa. Suoi articoli compaiono su ”Corrente”, ”Convivium”, ”Il Bargello” e ”Letteratura”. Poi inizia una fase convulsa. Durante la guerra torna in Lombardia, ma all’ingiunzione di arruolarsi nella Repubblica di Salò risponde dandosi alla macchia. Frequenta i partigiani, ma non combatte, […] Nel dopoguerra, a Roma e a Milano, è ancora il mondo dell’arte che lo assorbe. Fontana e Burri sono le figure centrali di questo periodo. Esce nel 1947 un suo libro, Oramai che reca come sottotitolo ”Pezzi, composizioni, antifone” e raccoglie testi e versi composti fra il ”36 e il ”45. Tornato dal Brasile, lavora ad Arti visive favorendo la conoscenza in Italia degli espressionisti astratti americani. In quegli anni corre impetuoso il fiume sotterraneo della poesia, che va sempre più perdendo nessi logici e grammaticali. […] Gli stravolgimenti sintattici, la passione per la polisemia, il plurilinguismo dei suoi versi, ripropongono alcuni processi di scomposizione e di ricomposizione della lingua ebraica, segnala Tagliaferri. E lo stesso accade per i giochi allitterativi, per gli arabeschi di cui si nutre un lessico poetico dirompente ed eversivo. Ma dietro la frantumazione della parola, la sua corsa verso il nulla, alimenta il tono di una poesia che echeggia la voce degli antichi profeti, ”riscoprendo il linguaggio dei miti e catturando un senso primordiale della sacralità”. I suoi versi si disseminano in numerose riviste. […] E’ dalla rivista ”Ex”, negli anni fra il ”61 e il ”65, che Villa parla alla nascente avanguardia, assumendo da subito un tono risentito, quasi avvertisse che gli veniva negata ogni primogenitura. ”Si sentiva scalzato dalle nostre sperimentazioni”, racconta Alfredo Giuliani, poeta e teorico di punta del Gruppo 63. ”Una sera a casa di amici fui quasi aggredito da lui: l’isolamento lo rendeva rabbioso”. Migliori rapporti, che negli anni diventano stretta amicizia, intrattiene con Nanni Balestrini. Scorbutiche sono le relazioni con Edoardo Sanguineti» (Francesco Erbani, ”la Repubblica” 14/2/2003). «Negli occhi cespugliosi, che avevano il lampo oracolare della voce pausata di Ungaretti, e la furia placata di un Pound, stava tutta l’intelligenza inafferrabile e dolente (sia pure nella felice, gioiosa, talvolta infantile, vitalità) d’un artista del pensiero, che è più equo ritenere incollocabile. Perché fu questa la sua fortuna e la sua dannazione: d’essere insieme metafisico senza fede chiesastica, artista privo delle ”zeppe” dell’opera museale, filologo senza il tedio del professore, studioso del primitivo e dell’arcaico, traduttore di Omero e di Saffo, di Platone e del libro di Giobbe, come di tavolette accadiche e testi semitici, ma poeta, soprattutto: visivo, tellurico, polisenso, esploso, anche in senso tipografico. E soprattutto poeta della critica d’arte. Basta leggere le pagine sparse, davvero magistrali, imprescindibili, su Burri e il suo ”sguardo infinito della fine del mondo” (ripubblicati da Le Lettere in un testo dal titolo eloquente: Pittura dell’ultimo Giorno) per capire che cosa questo significa. La sua non è la prosa tradizionale, ben educata, razionale, sintatticamente irreggimentata della critica ufficiale, fosse pure quella geniale e iconoclasta di Longhi o di Testori. La sua ”voce”, perché di questo si tratta (come se il suo inconscio incendiato avesse finalmente trovato un ventriloquo, o una falda deforme di vulcano, che rovescia sulla pagina ustionata la lava incandescente e i lapilli d’una comprensione veggente) è una voce non comprensiva, commentante. Ma un ritmo sincopato, salmodiante, forato, aperto a ogni vento interpretativo. Una liturgia sconveniente, che attraversa l’opera, la scombina (oggi si direbbe, più professoralmente, la decostruisce) e ce la fa ”vedere”, vibrare dinanzi agli occhi della scrittura, pur senza esaurirla. Perché, anti-umanista per reazione, nonostante fosse un filologo e conoscesse lingue dai nomi fantasiosi, come l’ungaritico e il sumero (guai confonderle con il sanscrito... era l’unico modo per vederlo infuriare), Villa s’era convinto che per sfuggire alla ”miseria dello storicismo” non si potesse che ragionare per grandi categorie arcaiche, attraverso reiterazioni e ”eterni ritorni”, in quella ”fitta nube di meraviglie” che era per lui l’energia dell’arte. Anche se poi non sopportava il falso primitivismo delle arti belle, in particolare quella di Modigliani, ma persino quello di Klee. Ed è ovvio che parli in poesia, una poesia-crittogramma, funambolica, stratificata (appunto, alla Pound) non per vellicare il nostro senso estetico, semmai per urticare la nostra comprensione. E in questo senso, egli non si è limitato, con i suoi ”travolgenti flussi d’oralità poetica” alla Carmelo Bene, come ha bene osservato Bruno Corà (uno dei pochi critici che non gli ha decretato ostracismo, dedicandogli nel 1996 una polifonica retrospettiva dei suoi poemi visivi e le ”folligrafie”, al Pecci di Prato), non si è sacrificato a partorire termini d’accompagnamento per giudiziosi cataloghi. Ma ha collaborato, anche fattivamente, graficamente, insufflando idee e vaticini, alle opere dei pochi artisti-amici, da Burri a Ettore Colla (con cui, litigando allegramente portò avanti quella scombinata cosa che fu ”Arti Visive”, rivista novissima) da Novelli a Pietro Manzoni a Claudio Parmiggiani. Che oggi ricorda uno straziante dettaglio, nella cameretta del ricovero di Rieti, ove gli avevano pietosamente trasferito qualche libro casuale, qualche bianco richiamo di fazzolettino di carta, patetico segnalibro domestico, a ricordare che era citato in qualche libro. Non era vanitoso, Villa, ma consapevole d’esser stato una ”vox clamantis in tenebris”, radiato dal consesso burocratico dei ”pornografi-tenitori della museocrazia”, e messo ormai agli arresti domiciliari del silenzio ufficiale. Ne sa qualcosa chi scrive, che tanto inutilmente ha tentato di far ripubblicare un libro sulfureo e importante come gli Attributi dell’arte odierna, 1947/1967, pubblicato ”per intimidazione” d’un altro vero amico, Aldo Tagliaferri. E un grande critico della poesia classica come Macrì assicurava: ”si tratta davvero di attributi testicolari”» (Marco Vallora, ”La Stampa” 16/1/2003).