Varie, 14 febbraio 2003
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Barney Matthew
• San Francisco (Stati Uniti) 25 marzo 1967. Artista. Compagno di Bjork • «Indiscutibilmente una star […] Sono anni che critici e curatori cercano di definirne l’operato. E sono anni che ne escono disfatti. inafferrabile. Bello, atletico, ex modello, ex giocatore di football, un vero sex symbol […] l’unico in grado di mettere insieme Hollywood e avanguardia. Ha cominciato come film maker e scultore. Le sculture erano strane cose grondanti vasellina. I film, un delirio visionario dove lui, mascherato da surreale satiro in abiti bianchi, volto coperto di biacca e orecchie a punta, si scatenava in improbabili performance ballando il tip tap o contorcendosi dentro spazi angusti grandi come scatole. Cominciò così, nel 1995, il ciclo ”Cremaster” che sta all’arte come ”Star Wars” sta al cinema. Una saga wagneriana dai numeri disordinati: prima ”Cremaster 4”, poi 1, 5, 2 e infine il 3, con prequel e sequel, personaggi che si rincorrono, invecchiano e ringiovaniscono, proprio come fa Lucas. Che vuol dire Cremaster? un muscolo. Quello che sorregge i testicoli e domina l’apparato genitale maschile. […] Ora gira in pellicola e crea veri e propri kolossal» (Alessandra Mammi, ”L’Espresso” 27/6/2002) • «Globetrotter della mente e ginnasta dell’arte, se alcune volte sembra assumere le sembianze grottesche di Joker-Nicolson in Batman, spingendo verso una ludica interattività, altre volte invece apre sugli inferi dello sguardo interiore, memoria dell’occhio tagliato che porta all’interno come nel Chien Andalou di Buñuel. In definitiva ha arredato il proprio immaginario di ogni suppellettile possibile, dalla cornice del disegno alle teche che custodiscono i propri feticci, che rinviano fantasticamente alle wunderkammer dell’imperatore Rodolfo II di Praga. Tempo e spazio sono mobilitati per produrre un’adesione dello spettatore ad un percorso di identificazione con l’artista. Un viaggio propiziatorio, autorizzato da un felice delirio di onnipotenza nicciana che solo l’arte può dare e la tecnologia realizzare. In questo senso rappresenta il paradigma dell’artista contemporaneo che perde volutamente la nozione di futuro per accedere ad un’altra paradossale: l’ibernazione di un presente totale, un presente migliore abitato dall’arte» (Achille Bonito Oliva, ”la Repubblica” 17/3/2003) • «Nel territorio degli esteti della trasgressione, dei nemici dei percorsi garantiti, dei traditori coerenti della prevedibilità, spicca il talento convulso e irridente di Matthew Barney, artista ”totale” e fenomeno cult negli Stati Uniti. [...] ”Al matrimonio di mia sorella, nel 1989, ero seduto accanto a un dottore e gli ho raccontato ciò che avevo in mente: sviluppare un’opera sul momento cruciale del passaggio tra il desiderio di qualcosa e la sua realizzazione. Quel dottore mi consigliò di guardare da vicino il muscolo Cremaster, che determina la salita e la discesa dei testicoli. Da un lato preserva l’energia, dall’altro dà la direzione di una vita” .Il mega-serial sarebbe quindi una metafora del percorso compiuto dagli organi di riproduzione durante il processo embrionale di differenziazione dei sessi. [...] Si parte, in Cremaster 1, dal Bronco Stadium di Boise, in Idaho, la regione in cui è cresciuto Barney, ai piedi delle Montagne Rocciose, considerate come ”una frontiera psicologica da cui è difficile liberarsi”. Lo stadio è sede di un’iperbolica musical revue anni Cinquanta, con majorettes e coreografiche follie voluttuosamente kitsch. Il secondo Cremaster nasce in un ghiacciaio, ed è un Western gotico sulla vicenda di Garry Gilmore (interpretato da Barney), condannato a morte nello Utah di fine Settecento e nonno del mago Houdini (interpretato da Norman Mailer). Col terzo Cremaster, il più imponente e visionario, si approda a New York, nel grattacielo Crysler, sondato nelle sue viscere architettoniche con minuzia chirurgica e popolato da mostruose azioni e apparizioni: il cadavere di una bambina in un’automobile, una donna ammantata da una coltre di tuberi di patate, l’amputazione di un pene in un’allucinante sala operatoria. Il tutto miscelato a sfilate di Cadillac, gangster e conigliette stile Playboy. Il quarto Cremaster ci svela le scogliere dell’Isola islandese di Man, e annovera tra le sue creature un uomo con orecchie suine (ancora Barney) e una body-builder dai muscoli ipertrofici. Nel quinto Cremaster, il più lirico della serie, ambientato in un’onirica Budapest fine Ottocento, tra teatri d’opera, angeli barocchi e bagni turchi, campeggia Ursula Andress, definita da Barney ”un affascinante sex-symbol proto-atletico”. Ossessionato dai meccanismi interni ed esterni del corpo (che esplora in variazioni allegoriche o iperrealistiche, sadiche o fantastiche, e con un onnipresente humour nero), Barney sostiene di aver fondato il ciclo sulle nozioni di energia e superamento di sé: ”Tutta la mia opera punta a un vertice di forza fisica, da concentrare e liberare in seguito”. Per questo tre personaggi dei suoi film sono campioni di superamento dei limiti: oltre a Houdini, virtuoso dell’evasione, ci sono l’ex star del football americano Jim Otto, che negli anni ”60 giocava con una protesi al ginocchio, e Aimée Mullins, nata senza piedi e divenuta modella e atleta. Quanto al mondo reale, nella prospettiva megalomane di Barney è un’insignificante dimensione dai ristretti confini sensoriali. Col suo delirio cosmogonico, il regista-performer aspira ad affrancarsene: ”Ogni cosa” dice, ”diventa possibile solo all’interno del sistema che ho creato”. Ma a nostra parziale consolazione aggiunge che ”Cremaster mostra solo un’aspirazione ideale, che in quanto tale non può essere mantenuta in eterno” . Il ciclo quindi ”mette in scena una tragedia”» (Leonetta Bentivoglio, ”la Repubblica” 12/8/2003).