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 2003  febbraio 14 Venerdì calendario

BARBIELLINI AMIDEI Gaspare Marciana (Livorno) 26 novembre 1934, Roma 13 luglio 2007. Giornalista. «Diceva che l’uomo è come le agavi, piante che vivono molti anni e che quando arriva la stagione della fioritura appassiscono all’improvviso, annunciando la loro morte [

BARBIELLINI AMIDEI Gaspare Marciana (Livorno) 26 novembre 1934, Roma 13 luglio 2007. Giornalista. «Diceva che l’uomo è come le agavi, piante che vivono molti anni e che quando arriva la stagione della fioritura appassiscono all’improvviso, annunciando la loro morte [...] vicedirettore del Corriere della Sera e responsabile delle pagine culturali a meno di quarant’anni, poi vicedirettore vicario negli anni Ottanta, quindi direttore del Tempo – Barbiellini Amidei ha speso gli anni della piena maturità e del tramonto nel ”mestiere” che più gli si confaceva, quello di editorialista e scrittore. Con schiettezza toscana (aggettivo che non gli sarebbe piaciuto, perché si considerava elbano fino al midollo) non negava le sue ambizioni, la voglia di misurarsi con ruoli di dirigenza e in fondo di potere. Il che gli è sempre riuscito piuttosto bene, nei giornali e in tv come all’università. Ma la voce di dentro era un’altra, in sintonia con la formazione culturale, la sensibilità umana e l’inquietudine del credente di fronte alla complessità del mondo moderno. Barbiellini amava Borges, Montaigne, Pascal, Kant. Credente, cattolico praticante, sentiva la questione della laicità come un obbligo civile, riuscendo così ad essere contemporaneamente difensore di valori e testimone del suo tempo. Liberale di orientamento conservatore, Barbiellini Amidei è stato un punto di riferimento importante nel Corriere di Piero Ottone, quotidiano schierato a favore del divorzio e testimone controverso della società italiana in mutazione, che andava a sinistra. Come vicedirettore, toccava a Barbiellini ”gestire” i rapporti con Pier Paolo Pasolini (che lui stesso aveva portato al Corriere), Eugenio Montale, Alberto Moravia, coordinare coraggiose inchieste sul Mezzogiorno, sulle morti sul lavoro, sull’ambiente. I giovani che entravano allora in via Solferino, ricordano un vicedirettore aperto e sensibile, capace di scommettere sull’entusiasmo dell’inesperienza e di assumersi la responsabilità piena di una parola o di una scelta di fronte a grandi fatti o a questioni complesse: il referendum sul divorzio, di cui si è detto, le trame oscure della P2 all’interno del giornale, il terrorismo che fra l’altro avrebbe ucciso ”uno di noi”, Walter Tobagi. Chi scrive non può dimenticare l’uomo piegato dal dolore di fronte a quella morte e il ”direttore” che decide di spedire in un rifugio lontano (Sansicario, dove lui andava a sciare) i suoi cronisti minacciati. Forse per questo i suoi editoriali sul Corriere e alcuni suoi libri rimangono riferimenti importanti per chi abbia voglia di ”tessere, scrivere e pensare”, ”per non smarrire il filo della propria esistenza e il centro del proprio equilibrio” per usare le parole del suo libro di maggior successo, Le domande di tutti. Barbiellini raccontava la Chiesa e spiegava le encicliche senza essere ”vaticanista”, cercando sempre di afferrare le chiavi essenziali di un messaggio universale. Professore universitario, illustrava con straordinaria efficacia i guasti della scuola pubblica, i ritardi di riforme mai veramente attuate, i problemi della ricerca scientifica. Attento osservatore del costume, sapeva parlare a genitori e figli, raccontando in libri e rubriche i ”nostri ragazzi” e il mestiere d’insegnante e padre.
La profonda competenza gli consentiva inoltre una straordinaria semplicità di scrittura e analisi, sostenuta dalla freschezza dell’intellettuale mai appagato. Era ”giovane” dentro, Barbiellini. Capace di scrivere in poche decine di minuti il pezzo richiesto a tarda sera, di padroneggiare computer e Internet, esplorandone le conseguenze (’il tempo compresso, lo spazio dilatato”) per l’uomo dominante-dominato nel rapporto con le nuove tecnologie. Era ”giovane” anche nel suo atteggiamento elegantemente trasandato, con una punta di civetteria: gli occhiali inforcati sulla fronte, il capello un po’ in disordine, il nodo della cravatta allentato, le camiciole estive di una taglia in più. Era ”giovane” per la capacità di ascoltare e la curiosità. Appena rimessosi da un doloroso intervento alle corde vocali, che ricordava con rabbia, perché gli aveva impedito per un po’ la parola, aveva ricominciato a lavorare. Nelle ultime settimane era stato in Cina, in attesa di raggiungere l’Elba, dove la sua personalità complessa, capace anche di sfuriate di nervi e battute velenose, trovava un sereno equilibrio: la pesca in solitudine, la mondanità contenuta delle serate letterarie, gli amici e la famiglia. Andato a dirigere Il Tempo, Barbiellini era tornato al Corriere come editorialista. Negli ultimi mesi, aveva accettato un incarico di prestigio in un altro gruppo editoriale, ma il Corriere gli era rimasto nel cuore. Era la sua seconda famiglia, dopo la moglie Clarice, i due figli e i nipoti, tutti spesso attorno a lui nella casa dell’Elba. E il Corriere era un po’ la sua ”malattia”, se i sintomi si giudicano dalle energie spese e dal tempo passato a parlarne» (Massimo Nava, ”Corriere della Sera” 13/7/2007). «[...] fu vicedirettore vicario del Corriere della Sera quando lo diresse Piero Ottone all’inizio degli Anni Settanta, un pezzo di storia del nostro Paese tremendo e tumultuoso, anni di piombo, di rabbia e di contestazione generale [...] un giornalista perbene, una persona garbata, il che non significa arrendevole; un cattolico severo e schierato ma non per questo barricadiero e intransigente come certi attivisti di Dio che si contrapponevano al movimentismo delle sinistre. Credeva nella forza della cultura, del pensiero e della fede: rispettando sempre il punto di vista degli altri, cui chiedeva e lasciava spazio. Per capire chi fu Barbiellini Amidei basta ricordare la faticosa trattativa per convincere Pier Paolo Pasolini a scrivere in prima pagina sul Corriere: gli interventi dello scrittore sono forse una delle cose più belle e appassionanti del nostro giornalismo. Il primo articolo di Pasolini fu pubblicato il 7 gennaio del 1973, dieci mesi dopo la nomina di Ottone che tentava di ”svecchiare” il quotidiano di via Solferino, considerato una roccaforte moderata, avvicinandolo alle problematiche laceranti che agitavano la società italiana di allora. Non fu un’impresa facile. Anzi. Pasolini protestava vigorosamente per i servizi del Corriere sulla guerra in Vietnam, al punto da scrivere al direttore che si doveva vergognare per quello che lasciava scrivere ai ”suoi disonesti redattori”. L’indignazione di Pasolini era una sorta di manifesto contro il foglio per antonomasia della borghesia italiana, per l’autore di Una vita violenta il direttore del Corriere era ”una triviale e laida puttana”: ebbene, nonostante questo, proprio la capacità diplomatica e le ragionevoli argomentazioni di Barbiellini seppero aver la meglio sulla passionale presa di posizione pasoliniana. Bastò garantirgli libertà e la prima pagina. Il sodalizio divenne materia di studio delle scuole di giornalismo: fu lo stesso Barbiellini a raccontarlo agli allievi, aveva la vocazione dell’insegnante, del buon maestro. Ed ebbe sempre riguardo per i giovani, per le nuove generazioni, per le loro vite sovente spezzate dalle illusioni e dalla realpolitik di un Paese ingrato e patrigno coi ragazzi. Non a caso aveva intitolato ”i nostri ragazzi” la seguitissima rubrica sul settimanale Oggi, ed era questo uno dei suoi cavalli di battaglia, la sua aspirazione nemmeno tanto segreta era dimostrare che ci poteva, ci doveva essere un filo unico che legasse padri e figli, ed impedire la disintegrazione dell’istituto familiare. In questo, la sua visione era molto vicina a quella della Chiesa di papa Wojtyla. Toscano dell’isola d’Elba [...] dopo l’avventura con Ottone divenne pure direttore del Tempo, quotidiano romano legato storicamente alla destra democristiana e alle destre più tenaci della capitale. La sua gestione ammorbidì le posizioni più estreme, anche questo dimostrò che voleva essere uomo della conciliazione e non della contrapposizione. Rimase editorialista del Corsera sino alla fine del 2006, per approdare sulle colonne di QN Quotidiano nazionale, Il Resto del Carlino, la Nazione e il Giorno. Scrittore prolifico, autore di long seller dedicati alla tematica che gli pareva più congeniale - appunto il delicato fronte del rapporto tra genitori e figli, era particolarmente orgoglioso del libro Quel profondo desiderio di Dio, riflessione-dialogo aggiornata al Duemila. Il succo dell’insegnamento di un padre al figlio: anche la musica rock, il computer, la matematica, sono un mezzo per avvicinarsi a Dio. Persino le nuove filosofie (suo il saggio New Age Next Age), portano alla riscoperta di Dio, alla sua rivoluzionaria modernità.
[...] Barbiellini non amava i riflettori, se poteva li schivava: ”Sono un uomo di altri tempi, non amo il gossip”, rispondeva, quando gli si chiedevano le ragioni del suo recente addio al Corriere della Sera. Lo intervistò l’Avvenire, per stuzzicarlo a proposito di un fondo di Galli della Loggia, secondo il quale i cattolici italiani non erano stati in grado di mettersi in luce: non è vero, rispose Barbiellini, ”è in corso un risveglio che ha già portato i giornali che si richiamano alle radici cristiane a recuperare lo spazio perduto. Mentre un decennio fa, parlando di stampa cattolica si pensava ai giornali francofoni, oggi Avvenire è Le Monde cattolico e viene tenuto in grande considerazione dalle rassegne stampa (penso a quella, ottima ma davvero laica, del Gr 3) oltre che dai lettori, per i suoi contenuti, perché è documentato, perché approfondisce temi che l’altra stampa, spesso vittima della propria pigrizia, tralascia”. Semmai, osservava, prevale ”il fastidio, una specie di allergia di certi ambienti, che mi ricordano la cultura massonica della P2, verso quelle culture che pongono a bilancio anche l’Eterno”» (Leonardo Coen, ”La Repubblica” 13/7/2007). «Diviso tra Roma e Milano, diviso tra letteratura e saggistica, diviso tra giornalismo e insegnamento universitario […] ”Maestri? Tre su tutti. Augusto Del Noce, al di là della collocazione ideologica del pensatore, mi ha insegnato innanzitutto che la storia della filosofia è una forma di pensiero a sé, e poi mi ha aiutato a sistematizzare le letture, a trovare un metodo. Mi diceva: legga questo, legga quello. Io ne avevo bisogno, perché non ho seguito studi filosofici sistematici, venivo dal diritto romano […] Montale mi ha insegnato l’arte del silenzio. Arrivai al ”Corriere” nel luglio del 1967, mi dettero la scrivania che era stata appena sgomberata da Montale, nel cassetto trovai un libriccino di Sbarbaro pubblicato da Scweiller, che portava la dedica dell’autore a Montale, che mi disse di tenerlo pure […] Con lui ero molto timido, lui mi dava del tu e io a lui davo del lei. Mi ha tenuto a parte di tutto ciò che non ha letto. Un giorno mi mostrò uno scaffale della sua libreria e mi disse: ”qui è tutto intonso…”. Quando andavo a trovarlo c’erano lunghi silenzi, fumava di continuo, accendendo la nuova sigaretta dalla vecchia, non usava i fiammiferi, in genere portava un vestito blu su cui lasciava cadere la cenere delle sigarette e una camicia bianca senza cravatta. Nel Diario postumo c’è una poesia dedicata a me, con quel verso ”dicono che sia un tennista di valore…”. In effetti, andavo da lui a prendere gli articoli con la racchetta,, perché poi raggiungevo mia moglie per andare a giocare a tennis […] Prego ogni sera prima di addormentarmi, per una frazione di secondo, per un voto fatto a dieci anni. Ero all’Elba, mi innamorai di una bambina, che un giorno partì. Allora dissi a Dio: ”Se Tina torna, per tutta la vita ogni sera reciterò tre Ave Maria’ […] Elemire Zolla mi ha insegnato ad andare al cuore di alcune pagine, lasciando perdere quello che c’è intorno. Mi diceva: non stare a leggere Nietzsche, leggilo attraverso Loewith… Mi insegnò la prevalenza dello stile su tutto […] C’era in tutti e tre un distacco, una specie di snobismo, per cui non importava loro che la cultura venisse divulgata. Io in questo sono un giornalista fino al midollo, cioè nella consapevolezza che il privilegio delle letture e delle esperienze intellettuali va trasmesso interamente. E badi bene, non dico divulgato, ma trasmesso”» (Paolo Di Stefano, ”Sette” n.46/2002).