Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  febbraio 14 Venerdì calendario

Barbieri Gato

• (Leandro Barbieri). Nato a Rosario (Argentina) il 28 novembre 1934. Sassofonista «ruggente e appassionato di tanti album libertari e terzomondisti che hanno creato una leggenda. [...] ”Ho sofferto tantissimo, ma ho avuto grandi soddisfazioni con i concerti, ho fatto una cinquantina di dischi, dal jazz al tango, e mi sono trasferito a New York dove vivo. Non credo più alle case discografiche. E’ molto difficile in America: se vuoi fare musica latina devi essere nero. Guarda Chico O’Farrill, era un irlandese nato a Cuba. Negli anni 50 va a New York e rivoluziona la musica afrocubana, un genio, ma i vecchi del jazz gli fanno il vuoto attorno e lui deve campare di jingles pubblicitari. [...] A New York non conosco nessun latino e nessuno mi passa la palla per fare goal”» (Giacomo Pellicciotti, ”la Repubblica” 17/7/2001). «Il ”pampero” con il cappellaccio nero e il sax ardente, l’ammaliatore della colonna sonora di Ultimo tango a Parigi [...] Il pioniere del latin-jazz [...] ”Non leggo quasi più, neanche le partiture musicali, per una malattia degenerativa della retina che mi offusca la vista. Spesso non riconosco le persone. E’ deprimente, ma con il tempo uno si arrangia [...] Preferisco fare concerti che dischi, perché non amo gli executive delle case discografiche. La cosa che più mi preoccupa nei club è il sound-system che hanno in dotazione, ma con 50 anni di esperienza posso risolvere i problemi. Non faccio caso agli eventuali rumori di bicchieri e stoviglie in sala. La mia musica ha momenti molto violenti ed io, quando salgo sul palco, mi dimentico di tutto, non so neanche che accordi sto suonando. Mi sento assolutamente libero”» (Giacomo Pellicciotti, ”la Repubblica” 15/3/2003). «’Una volta mi conoscevano tutti...” [...] Sa di essere un ottimo solista, sa che il pubblico è pronto ad applaudirlo eppure c’è una vena di tristezza nella sua voce: ”Già – dice – gli applausi... ma per riuscirci che fatica. Anche per salire sul palco. Nonostante tutti i miei concerti ho una dannata paura, paura della gente, dei riflettori. E me la porto addosso da anni, questa paura. Poi quando comincio a suonare passa, ma prima è un disastro”. Quando cominciò questa paura? ”Ero a Buenos Aires, 1970, dovevo aprire un concerto e a un tratto, mi sentii bloccato da un sudore gelido. Mi sembrava di non riuscire a soffiare neppure una nota”. [...] Figlio di un falegname che suonava il violino. Come iniziò la sua passione per la musica? ”Papà era un musicista dilettante, suonava nelle feste, raccoglieva canzoni popolari. Ero ancora un bambino quando mi regalò il primo strumento, un requinto, un piccolo clarinetto. Con mio padre cominciai a suonare musica popolare”. E il jazz, come entrò nella sua vita? ”Grazie a Charlie Parker. Mi capitò di ascoltare i suoi dischi e rimasi scioccato; pensai che quella era la mia musica, il sax tenore il mio strumento. Ma non ho dimenticato il folk della mia Argentina [...] La musica del mio Paese l’avevo nel sangue e si legava all’entusiasmo che mi infondeva il jazz in modo assolutamente naturale [...] Ho venduto milioni di dischi ma non ho mai guadagnato niente. Ne ho incisi 40, forse di più, chi se li ricorda? Alcuni con i vostri cantanti pop: Venditti, Daniele... Vent’anni fa avevo deciso di ritirarmi. Per 15 anni non ho più inciso, ma non potevo vivere senza musica”» (Vittorio Franchini, ”Corriere della Sera” 9/5/2003).