Varie, 14 febbraio 2003
BARBERA
BARBERA Annamaria Torino 15 gennaio 1962. Attrice. Conosciuta per le sue apparizioni (col personaggio di Sconsolata) nella trasmissione di Italia 1 Zelig. «Dietro i giochi di parole, gli equivoci e le risate c’è un microcosmo che sa raccontare alla perfezione e che l’ascoltatore vede nitidamente davanti a sé, quasi fosse un film neorealista. Del resto, quando lei è sul palco i colori sono, in tutti i sensi, il bianco e il nero. Ed è talmente forte che può permettersi il lusso di sorvolare sulle battute, di seminarle qua e là con apparente incoscienza, salvo accorgersi che il pubblico ride dal primo all’ultimo minuto […] una donna, e a Zelig ce ne sono poche; è meridionale, e a Zelig ce ne sono pochi» (’Max”, n.8/2002) • «’Sconsy è nata in un momento faticoso della mia vita, prima della fama c’è la fame”. [...] Si è inventata un personaggio amatissimo, battute spiazzanti in dialetto siciliano storpiato, ironia e buonsenso ”perché tante, come Sconsy, vorrebbero cambiare il loro Salvatore, il ”cassadisintegrato’ sul divano di casa”. Un successo che [...] le ha fatto vendere oltre 250mila copie del libro Sono stata spiegata? (Kowalski) [...] Quando ha deciso di diventare attrice? ”Da piccola, guardando in tv Sangue e arena con Tyrone Power. Rimasi affascinata. Sono cresciuta alla Bottega teatrale di Gassman, una grande scuola; Albertazzi mi disse che ero nata per fare l’attrice. Poi, un po’ per motivi di salute, un po’ per non svendere il mio sogno, ho fatto altre cose. Bisognava portare i soldi a casa”. [...] Il primo provino di Zelig non andò bene? ”Sì, dicevano che Sconsy non aveva il ritmo giusto per la tv, era ”troppo teatrale’. Ma io ero convinta e ho insistito, ho chiesto a Michele di fare un’altra audizione. La gente l’ha capita subito [...] Sconsy dice che il suo uomo deve essere ”sexy, signore e sensibile’, mentre Salvatore chiede sempre qualcosa: un prestito, un mutuo. A lei piacciono gli uomini generosi. La realtà è un tarlo che corrode tutto, Sconsy vorrebbe un amore che la risarcisca per ciò che la vita non le offre [...] Più che romantica, sono mistica, ma anche carnale: una monaca di Monza uscita di pista. Gli uomini li vedo fragili, sono uomini soli, come cantavano i Pooh. Ma ho avuto begli incontri, una persona l’avevo conosciuta quando facevo l’assistente ai malati terminali. Lui era alla fine del viaggio”» (Silvia Fumarola, ”la Repubblica” 6/6/2003) • «Di Sconsolata, il personaggio che le ha regalato la celebrità e l’affetto della gente, Anna Maria Barbera parla in terza persona, come fosse una sorella, un’amica del cuore. Sconsy pare non essere un suo travestimento, una trasformazione di se stessa in una caricatura. proprio un donna esterna, un ”altro da sé” che lei offre agli spettatori perché possano identificarsi con quelle inclinazioni, quelle malinconiche ironie, quella voglia di sdrammatizzare. E riescano così a trovare un po’ di buonumore. Ragazza degli Anni Sessanta, nata a Torino da madre pugliese e padre milanese con origini mezzo pugliesi, mezzo romagnole, Anna Maria Barbera è molto di più di quello che percepiamo attraverso la sua Sconsolata. Anche perché, come racconta, quella non è che una delle molte figure femminili che albergano in lei. ”Dentro di me c’è la regina, la segregata e dimenticata sotto terra, prigioniera, al buio, impazzita per chissà quale sofferenza subita... C’è la strega, già, anche quella, e la popolana che chiede udienza. Io sono tutte queste donne, ecco perché se mi si chiede quand’è che ho amato davvero un uomo, devo rispondere che temo di non aver mai conosciuto questo sentimento”. Non è sposata. Sulla sua carta d’identità c’è scritto ”stato libero”, lei lo sottolinea, ma preferisce definirlo ”stato brado”. Però è mamma, di Charlotte, una bella ragazza [...] che Anna Maria tiene al riparo dai riflettori e dallo sconclusionato mondo della ribalta. Un fiore sbocciato da una relazione voluta, ma naufragata. Come capita quando si vive a pieno l’esistenza, accettando anche i salti nel buio. ”La mia bambina, lei sì, è l’amore della mia vita. La rosa del deserto. Io sono una viaggiatrice che ha fatto delle scelte sulle terre da scoprire intese come esperienze di incontro con l’uomo. A un certo punto ho scelto il deserto, dove si sa, si possono trovare i serpenti, l’aridità. Io, per fortuna, ci ho trovato anche una rosa. [...] Quando porto Sconsolata in uno studio televisivo mi sento vuota e inutile. Poi penso alla gente a casa, quelli soli, quelli che hanno appena litigato, quelli arrivati stanchi dopo una giornata. Allora richiamo tutte le mie energie affinché le mie battute possano essere carezze più forti delle stupidaggini che dico. Possano, insomma, ”consolarli’. Quando ho cominciato con Zelig, Giancarlo Bozzo, il direttore artistico, non era convinto del mio personaggio. Lui è un tipo straordinario, un finto duro dall’animo tenerissimo. uno che ha saputo credere nei clown del suo circo e ha tirato fuori qualcosa di grande, lavorandoci notte e giorno. Ebbene, sulla mia parte era incerto. Io gli dissi ”Giancarlo, Sconsy volerà sul cuore della gente’. Non ho avuto torto e ancora oggi sono in pista col mio motto: ”sconsolate di tutto il mondo, unitemi’”» (’La Stampa” 16/12/2003) • «La volgarità dipende dai soggetti. Si può essere volgarissimi dicendo cose fini, si può non esserlo raccontando cose trucide. Anche a me dicono che sono volgare, certo ho libertà di linguaggio. Dicono che sono picaresca, io mi considero della stirpe degli attori malincomici. […] Amo sognare col cinema, amo che la tela diventi una vela che mi porti via con la fantasia. Accade solo con i migliori, Fellini e Bergman, e sempre più raramente. […] Ho una mia regola, che basta non ripetersi e non tradirsi. […] Ho il mio Bronx, per intenderci, ma ho anche fan molto raffinati. […] L’attore ha il dovere di lavorare su misura della sofferenza umana e di portare qualcosa a ciascuno, se Dio vuole. […] Io sono credente. In Gesù, quello scalzo, non nel Vaticano, quello ricco. Ma lui crederà in me? La mia fede è ferrea. […] Ho paura della plastica, cioè voglio il cinema per uscire da un cliché. Credo che Aurelio si possa permettere di darmi la possibilità di esprimermi» (Maurizio Porro, ”Corriere della Sera” 19/2/2004).