varie, 13 febbraio 2003
PALLANTE
PALLANTE Antonio Bagnoli Irpino (Avellino) 3 agosto 1923. «Per tutti è un tranquillo pensionato di 80 anni, che vive circondato dalle premure della moglie, dei due figli e dei nipotini. Abita in un grande condominio del centro di Catania dove quasi nessuno conosce il suo passato né lo collega all’attentato che avrebbe potuto cambiare la storia d’Italia. Il 14 luglio del 1948, aveva 25 anni e una missione da compiere: uccidere il segretario del Partito comunista italiano Palmiro Togliatti. Quattro colpi di calibro 38 esplosi a bruciapelo per eliminare l’uomo che ”voleva trascinare l’Italia nel baratro comunista”. […] ”Ero in Sicilia da alcuni anni perché mio padre, che era un appuntato della Forestale, era stato trasferito a Randazzo e lì io, allora giovane studente di Giurisprudenza, ero diventato presidente del blocco liberale qualunquista. Tenevo comizi in giro per la Sicilia, i miei erano ideali di patriottismo e di italianità che si scontravano con la politica di Togliatti, propugnatore della causa anti-italiana al servizio di Stalin. Fu proprio in quel periodo che cominciai a pensare ad un’azione che potesse fermare l’uomo che voleva portare l’Italia nel blocco orientale”. Come progettò l´attentato, dove si procurò la pistola? ”La comprai al mercato nero, a Catania, in Piazza Carlo Alberto, dove oggi c’è il mercato di frutta e verdura. Una calibro 38 e quattro proiettili che pagai in tutto tremila lire. Era tutto quello che mi serviva per il mio progetto. Partii da Catania come un automa, dovevo compiere una missione, non avevo nulla contro l’uomo, ciò che volevo colpire e cancellare era ciò che lui rappresentava. Arrivai a Roma il 12 luglio, deciso ad incontrare Togliatti. Mi finsi un comunista di Randazzo e chiesi di poter vedere il segretario. Ma mi fu risposto che avrei dovuto compilare una richiesta per iscritto, specificando i motivi della mia visita. E io non potevo certo farlo.... Allora andai a Montecitorio e riuscii ad assistere ad una seduta dei lavori per l’adesione italiana al Patto Atlantico. Ascoltai il discorso di Togliatti e le sue parole furono un ulteriore sprone. Così, saputo che poco dopo sarebbe uscito da una porta secondaria, attesi il suo arrivo seduto sui gradini dell’atrio di via Della Missione. E quando lui uscì, accompagnato da Nilde Iotti, sparai quei quattro colpi. Tre andarono a segno, uno si conficcò su un cartellone”. Prima dell´attentato aveva avuto contatti con la Decima Mas? ”Sentire questa domanda, a tanti anni di distanza, mi indigna ancora profondamente. Non sono un killer a pagamento, come i servizi segreti americani hanno sempre voluto farmi passare, né ho mai avuto a che fare con i baronati siciliani. E l’inesistenza di questi collegamenti è stata provata, sia nell’immediatezza dei fatti che nel tempo, dalle indagini condotte dai vertici comunisti, Longo e Secchia in testa, e dagli interrogatori e i processi della magistratura. Indagarono dappertutto seguendo illazioni che non sono mai state supportate da prove semplicemente perché sono false. Volevano svilire il mio gesto facendomi risultare un killer. Ma già nella mia prima deposizione in Questura, subito dopo l’accaduto, dissi che il mio era un gesto patriottico che voleva vendicare tutti gli italiani uccisi dai partigiani nel nord. Al verbale aggiunsero ”per vendicare i fascisti’ ed io mi rifiutai di firmarlo finché quella dicitura non fu cancellata. Il mio era un sentimento nazionalista, puramente italiano”. Si è mai pentito? ”Non ho agito contro un uomo ma contro un ideale. Il mio obiettivo non era Togliatti ma il Migliore, il capo del comunismo italiano, la longa manus di Stalin. Sono riuscito a vivere una vita serena perché il mio non è stato un gesto abominevole”. E se l’avesse ucciso? ”Il Signore è grande e mi ha risparmiato questo peso”» (Michela Giuffrida, ”la Repubblica” 12/2/2003).