11 febbraio 2003
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Kunzru Hari
• . Nato a Londra (Gran Bretagna) nel 1969. Scrittore. «Bello e cupo, si veste di stracci eleganti, ed è l’autore di uno dei grandi successi recenti della scena letteraria britannica, The Impressionist [...] un libro già celebre per essere stato accolto (con qualche invidiosa eccezione) da un coro di lodi critiche, per essere stato l’oggetto di un contratto miliardario (si parla di un milione e duecentocinquantamila sterline), e per essere destinato a Hollywood, grazie all’interesse che per il libro ha dimostrato Mira Nair, la regista di Monsoon Wedding. Insomma, il giovane Kunzru è la prova vivente del fatto che non accenna a fermarsi il fenomeno innescato vent’anni fa dal capolavoro di Salman Rushdie I figli della mezzanotte, continuato da Hanif Kureishi, da Amitav Gosh, da Anita Desai, da Vikram Seth, da Naipaul (’L’Impero colpisce ancora”, titolavano allora i giornali, alludendo all’ex Raj britannico da cui provenivano se non fisicamente almeno culturalmente i protagonisti dell’emigrazione letteraria indiana), allargatosi infine anche agli Stati Uniti con nuove voci come quella delicata e femminile di Jumpa Lahiri. A sentirlo parlare, con il suo impeccabile accento oxfordiano, Hari Kunzru non potrebbe essere più britannico. A guardarlo, con il pallore olivastro del viso, l’ombra della barba nerissima, il taglio appena sbieco degli occhi, si vede la sua origine asian, come dice lui, indiana, come precisa la sua biografia. E si capisce meglio quello che racconta, del suo libro e della sua vita. ”Non era facile essere metà inglese e metà indiano negli anni Ottanta, neppure nella pace dei sobborghi middle class a sud di Londra, a Woodford, nell’Essex, dove sono cresciuto. Mi chiedevano di dov’ero. Dicevo, dell’Essex. E mi dicevano, no, sul serio, di dove sei...”. Erano gli anni di Norman Tebbit, il ministro di Mrs Thatcher che invitava a giudicare la gente secondo il criterio eminentemente britannico della squadra di cricket per cui tifava. ”Chi era estraneo a queste passioni era senza identità”. Il padre di Hari, indiano originario del Kashmir, era (ed è) un ortopedico. La madre, inglese, un’infermiera. Il suo mondo britannico quello della tranquilla borghesia. La sua famiglia indiana una famiglia hindu di alta casta, ”Pundits” della zona di Shrinagar, funzionari, ministri, avvocati. In India, nella grande casa ottocentesca dei nonni, ad Agra, a due passi dal Taj Mahal, ”piena di servitù, qualcosa di cui in Inghilterra non sospettavo nemmeno l’esistenza, una casa così grande che ogni volta scoprivo delle stanze mai viste, dove non entrava nessuno da anni”, Hari era l’inglese. Mentre in Inghilterra ”per tutta la mia adolescenza nel caso migliore sono stato invisibile, nel peggiore mi sono beccato non so quante volte l’appellativo di paki - il termine dispregiativo con cui in Gran Bretagna viene chiamato chi ha l’aria genericamente indiana. Io volevo essere come tutti, volevo dimenticare la mia origine. Invece venivano da me sventolando Il Budda delle periferie di Kureishi e dicendomi che il libro parlava di me...”. Non c’è da stupirsi se per il suo primo romanzo - picaresco, colorato, barocco - Hari Kunzru ha creato un personaggio che, seppur diversissimo, è suo speculare. Il protagonista, Prat Nath, detto anche Pretty Bobby, più tardi noto sotto il nome di Jonathan, l’imitatore (the impressionist è proprio questo, nel vaudeville britannico, una sorta di Noschese capace di imitare qualsiasi personaggio) il camaleontico uomo senza qualità, lo Zelig che cambia personalità, stile, nazionalità, storia mano a mano che il romanzo procede, è nato nel 1903, in una notte di tregenda, dal fugace incontro tra una aristocratica indiana che morirà dandolo alla luce e un ufficiale britannico, subito travolto da una feroce alluvione. Bellissimo e bianchissimo, cresce in una ricca casa di Agra ma si ritrova per strada, alla morte del padre adottivo, finisce in un bordello e poi nell’harem di un maharaja dai gusti sessuali eclettici, viene usato come esca per ricattare un ufficiale britannico, fugge, si costruisce una brillante carriera come intermediatore negli slums di Bombay, assume l’identità di un ragazzo inglese che gli muore accanto, si ritrova , ricco, a Londra: senza identità, senza personalità. C’è in Prat qualcosa di Kim, il personaggio di Kipling che d’altra parte è citato in epigrafe al libro. ”Verissimo. Ma al rovescio. Kim era il giovane bianco che, per la gloria dell’Impero, usava la sua capacità di essere indiano, e andava alla scoperta dei segreti dell’India. Prat è un indiano che va, segretamente, travestito da bianco e da inglese, alla scoperta della Gran Bretagna e di quello che vuol dire essere britannici, quasi un antropologo dell’altra sua sconosciuta metà, quella che vede come strana ed esotica”. E c’è qualcosa di Conrad nell’ultima parte del libro, che vede Prat, anzi Jonathan, ormai totalmente britannizzato, partire per una spedizione antropologica alla volta di un remoto paese africano su cui la Gran Bretagna ha delle ambizioni coloniali. ”Vero. Ma Cuore di tenebra, a parte la sua grandezza, è un romanzo dalla struttura verticale, procede con la sua vicenda lungo il corso del fiume. L’imitatore ha invece una struttura orizzontale, la sua parte africana rappresenta la scelta finale del desiderio di britannicità del protagonista, che da colonizzato si trasforma in un colonizzatore e poi in qualcuno che rifiuta anche questi valori attraverso la fuga all´interno di una cultura ’altra’”. Kunzru riconosce i debiti del suo romanzo con Rushdie, con Tom Jones, con Waugh. Debiti naturali per uno che si è laureato in letteratura inglese: anche Hari, come il suo protagonista, ha studiato a Oxford, ”dove tutti erano alla ricerca della propria identità, e per questo forse erano più tolleranti, e mi hanno lasciato in pace, non ero più il paki”. Si è innamorato di Thomas Pynchon, di Barthelme e di Carter (’ma per quanto ci provi non sarò mai capace di scrivere con la sua semplicità”). Ha studiato filosofia a Warwick, scoprendo che ”la percentuale di depressi tra i filosofi è pazzesca. Ho resistito sei mesi e poi ho traslocato a Portobello”. Per una attimo, quando ha visto lo scarso successo e le molte lettere di rifiuto che aveva collezionato con il suo primo tentativo letterario, un racconto ”mistico e magico sull’autostrada M25”, ha avuto la tentazione di dedicarsi alla vita accademica. Invece ha trovato un lavoro a Wired. Chiusa Wired, è diventato il critico musicale e il cronista di viaggi per Time Out e Wallpaper. E per Time Out ha fatto ogni possibile servizio che gli permettesse di andare sui luoghi del romanzo che intanto aveva cominciato, a cominciare dal Benin, dove si chiude L’imitatore. Ma, da bravo studioso, gran parte della documentazione per la sua storia l’ha trovata a Londra, nella biblioteca dell’Indian and Oriental Office Collection della Bristish Library, ”una vera miniera di storie. E ho finito anche per perderci un sacco di tempo, affascinato dalle testimonianze, dai documenti e dalle corrispondenze che ci ho trovato. Non si può immaginare il livello di corruzione, decadenza, follia che ha segnato il Raj nel ventesimo secolo. E non dico solo da parte britannica, no, anche da parte degli Indiani. Ero affascinato e inorridito dalle storie che incontravo. Ho trovato un manuale di etichetta per ’gentiluomini indiani’ - che prescriveva in teoria come essere britannici, in sostanza dava dei saggi consigli su come stare al proprio posto. Ho scoperto che un maharaja era coinvolto in tre diversi processi per adulterio con tre diverse signore britanniche. Ho scoperto storie di inimmaginabile sadismo del potere, di rabelaisiana sensualità”. Ora , riconosce, rispetto alla sua adolescenza da ”invisibile” le cose sono cambiate. Gli indiani hanno conquistato una maggior sicurezza in se stessi, un maggior potere a livello mondiale» (Irene Bignardi, ”la Repubblica” 9/2/2003).