Francesco La Licata, ཿLa Stampa, 24/6/97;, 24 giugno 1997
Mafia. "Le intimidazioni silenziose, i messaggi poco decifrabili dall’esterno, sono una costante nella storia di Cosa Nostra
Mafia. "Le intimidazioni silenziose, i messaggi poco decifrabili dall’esterno, sono una costante nella storia di Cosa Nostra. Quasi un codice di comunicazione tra i boss e le persone che essi intendono ”avvisare”. Per intimidire, per chiedere soldi, per creare le condizioni buone adatte ad ”avvicinare” qualcuno si può ricorrere ad una bomba. Gli si può incendiare la casa, o l’auto. Ma sono, questi metodi ”estremi”, rumorosi, che attirano l’attenzione degli investigatori. Vanno messi in atto solo se dovesse fallire l’avvertimento silenzioso. Avvelenare i cani da guardia, tagliare le coltivazioni, avvelenare l’acqua di un pozzo dove beve il gregge, sono avvertimenti silenziosi che vanno tentati prima di passare ad altro. Con giudici ed investigatori, poi, l’intimidazione soft è quasi d’obbligo. La lettera anonima con le casse da morto disegnate sotto la foto della vittima designata (ne ricevette molte Giovanni Falcone), le croci su un articolo di giornale che parla di un personaggio (messaggio al commissario Ninni Cassarà), possono risultare efficaci quanto le bombe o le maniere forti. Esiste persino un modo per minacciare direttamente, faccia a faccia, senza pronunciare frasi forti. Con l’ammiccamento e il doppio senso. Michele Greco disse a Giovanni Falcone che lo interrogava: ”Signor giudice, lei è davvero come me lo avevano descritto. bravo. Lei è come Maradona: per toglierle la palla bisogna ricorrere allo sgambetto".