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 2003  febbraio 07 Venerdì calendario

Bourdieu Pierre

• . Nato a Denguin (Francia) il primo agosto 1930, morto a Parigi (Francia) il 23 gennaio 2002. Sociologo. « Solitario e ispido, era una delle figure maggiori della sociologia contemporanea. Direttore dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociale nel 1964 e professore al Collège de France dal 1982, le sue lezioni a Princeton, Harvard e al Max Planck Institut di Berlino erano prese d’assalto dagli studenti. Per lui il sociologo era ”philosophe-roi”. Specie quando la sua collera sollevava marosi, come fu il caso, nel 1994, col libro Misère du monde in cui denunciava l’esclusione, meglio delle fotografie di Cartier-Bresson e dei cameramen che si aggirano in Africa e in Afghanistan nei nostri giorni. Era un guru dell’ultrasinistra, un uomo della ”gauche de gauche”, definito dalla destra pensante uno spietato settario. Era catalogato con i peggiori ritratti negativi: ”homo bolscevicus”, ”maoista decerebrato”, ”un quasi Céline”, ”manipolatore di giovani”. [...] Un giorno, nel 1995, manifestò e fece lezione agli studenti sul tetto del Collège de France. Tirava un vento gelido, erano tutti intirizziti, ma nessun ragazzo perse una parola di quel professore dai tratti virili, del pensatore ormai conosciuto come l’erede di Sartre. Era dalla scomparsa dello scrittore della Nausea che l’ideale movimentista non s’incarnava in un personaggio così vitale e così intellettualmente muscoloso. Tutto in lui assumeva il sapore della protesta [...] Disse, parola più, parola meno: essere di sinistra, sventolare bandiere rosse o anarchiche, lanciare propositi infiammati e poi darsi docilmente ai palcoscenici dei media con interminabili blablabla è come baciare, nascostamente, le chiappe del capitalismo e della mondializzazione. Era una specie di Catone rosso dei nostri giorni ed era odiato, terribilmente odiato. In Italia avrebbe fatto strage. Nel 1998, il suo libro La domination masculine , tutta una scalata intellettuale delle più ardite tra pastori della Cabilia e Virginia Woolf, volle dimostrare che la società è organizzata intorno alla dualità uomo-donna in tutti gli aspetti della vita. Ricordiamo questa sua immagine: è maschile l’’alto”, il ”sopra”, il ”secco”, il ”duro”; è femminile l’’umido”, il ”molle”, lo ”sciapo”, l’’oscuro”. [...] L’oppressione dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna, sosteneva in sostanza, era tanto scontata da farsi legge e da essere accettata dalle stesse vittime. Lo sosteneva anche Marx. Ma lui aggiungeva che una vera sociologia doveva smantellare questa fatalità, la critica doveva sbriciolare la critica, per di più dopo il diktat che non c’era mondo migliore del liberismo dopo la caduta del muro di Berlino. Tentava di vedere la realtà sociologica in modo nuovo attraverso quella che chiamava una rivoluzione simbolica. Anzi, la violenza simbolica strumentalizzata talora dalla cultura neocapitalista che restaura il passato e si presenta come progressista, che trasforma la regressione in progresso. ”Per questo motivo - diceva - bisogna urlare perché dobbiamo restaurare l’utopia, uno degli scopi di questi governi neo-liberali è proprio quello di uccidere l’utopia”. Aveva un’avversione naturale per la politica. Se ne può avere un’idea ricordando che, nel 1980, aveva sostenuto la candidatura all’Eliseo di un comico popolare come ”Coluche”. La Francia dei Lumi Rossi si è sempre chiesta: abbiamo bisogno di Bourdieu e della sua ”sociologia della dominazione”? In un suo libro, la storica Jeannine Verdès-Leroux ha tentato una risposta: ”Le opere di Bourdieu rivelano un’ossessione, quella di credersi Dio”. Nell’universo spietato di Bourdieu l’uomo resta un lupo nei confronti della donna. Forse la storica Verdès-Leroux, come dissero gli amici del sociologo dopo la pubblicazione del libro, amava essere morsa. Ma lui non l’azzannò, non rispose. L’accusa di ”terrorismo sociologico” fece apparire sulle labbra del professore uno di quei suoi sorrisi alla Clint Eastwood. Bourdieu sapeva di piacere solo a pochi intimi e tra questi pochi intimi le donne erano in maggioranza. Ai loro occhi era il più grande sociologo del Duemila, il pensatore che permetteva loro di esistere, di dare alla vita il sapore dell’impegno. Senza mai abbandonare, né sui tetti del Collège de France, né durante le manifestazioni, il rigore della scientificità» (Ulderico Munzi, ”Corriere della Sera” 25/1/2003).