varie, 5 febbraio 2003
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Baldini Raffaello
• Santarcangelo di Romagna 24 novembre 1924, Milano 28 marzo 2005. Poeta • «[...] uno dei maggiori poeti della seconda metà del Novecento, forse il più grande fra i dialettali. Si può usare il dialetto, infatti, come lingua per la poesia, e dire in dialetto quello che si potrebbe benissimo dire in italiano, e così mettere su una sorta di nuova Arcadia. Ma si può usare il dialetto come lingua della poesia e dare parola a chi la parola non l’ha mai avuta e conferire a questa parola lo spessore espressivo che ha la lingua scritta. Questo hanno fatto i due giganti dell’Ottocento: Porta e Belli. E questo ha fatto Raffaello Baldini nel dialetto di Sant’Arcangelo di Romagna. I suoi versi, metricamente perfetti, su base prevalentemente endecasillabica, si sono fatti, dall’esordio nel ’77, sempre più ”parlati”, tanto che hanno voluto farsi contenere infine nella forma del monologo teatrale. La critica più attenta ha fatto i nomi di Cechov e di Kafka, e poi quello di Céline, per il suo stile a resa emotiva. ”Quèll che sa i mórt, e i n dì gnént, i sa tótt: quel che sanno i morti, e non dicono niente, sanno tutto... anche quando sei in casa, da solo, la notte... loro sono lì... ti leggono dentro, ma sono buoni, fanno finta di non esserci”. Chi ha sentito Baldini leggersi, difficilmente potrà dimenticare quella voce, quelle parole comiche e tragiche nella loro ridondante essenzialità, la voce di qualcuno, come lui forse, come noi, costretto a volte dall’angoscia a rappresentarsi» (Patrizia Valduga, ”la Repubblica” 30/3/2005). «[...] aveva scelto per la poesia il dialetto, non perché l’italiano non funzionava (funziona splendidamente da secoli). Ha voluto soltanto mostrarci che oggi ci sono ancora situazioni, persone, storie che ”succedono in dialetto e che è ragionevole lasciarle in dialetto”. Non ha scelto il santarcangiolese come una lingua-rifugio che si tiene in disparte. L’ha resa invece strumento capace di attestare un angolo di mondo per nulla minore rispetto al mondo grande. Quel suo appartato romagnolo non scende verso una arcaicità inattuale, inesplorata, che ha il fascino dell’inedito, come una lingua morta. vivacissima lingua dei vivi, non dei morti. stato un maestro nella tecnica della vivacità del dialogo, una sorta di tecnico insuperato del suono, del ritmo, della sintassi. Baldini è stato il più grande dei poeti [...] quanto a capacità di costruire una poesia non di lessico, ma tutta sintattico-intonativa. Ha amato il monologo accelerato e drammatico di una voce recitante, il testo polifonico delegato alla voce di un locutore di tipo collettivo, che racconta per tutti. I suoi monologhi vanno eseguiti. E chi ha avuto la ventura di ascoltare Baldini leggere i propri versi ne ha riportato un ricordo indelebile. Era il miglior esecutore di sé stesso, un lettore d’eccezione, che quando recitava ti faceva ritrovare la grana e il ritmo del parlato, con le sue pause, esitazioni, reticenze, incertezze, riprese, in versi velocissimi ma non liquidi. Ci ha dato una poesia fondamentalmente teatrale, un contrappunto di voci dentro un paese brulicante di dialoghi e di persone. Portentose le sottolineature scenico-drammatiche [...] nel suo dialetto ci ha messo dentro tanto italiano. Baldini, resosi conto della mutate condizioni sociolinguistiche, con un italiano di giornali, pubblicità e cinema che ”taglia al dialetto l’erba sotto i piedi, lo ’lavora’ al corpo, lo sventra”, ha voluto nei suoi monologhi far entrare l’italiano a spezzoni, come lingua inespressiva, standardizzata, multimediale, l’italiano della televisione, degli spot, le formule di serie che oggi sono così spesso prestate al dialettofono, i sintagmi più collaudati e corrivi, le banalità e le interferenze ”ridondanti” e ”ininfluenti”. [...] un grande poeta della solitudine. La sua è stata una poesia di assenti, di solitari, di introversi, di personaggi stralunati, maniacali, spesso comici. poesia che muove su temi dell’incubo, della dismisura, della stravaganza, delle imprese insensate, come nella raccolta Soliteri la poesia sul gomitolo da ricomporre, o il gioco di carte, ”il solitario”, che non può riuscire, o la corsa circolare di un inseguito che diventa inseguitore, e nella Nàiva le ”fantasie persecutorie” da parte di presunti avversari, o nella poesia dal titolo La nòta le fissazioni di un anziano insonne che sente bussare alla porta, e nell’altra raccolta Furistir l’affannosa ricerca di una licenza edilizia che non si userà, e in Ciacri l’acquisto di cataste di sedie inservibili, in vista di una improbabile vendita, e una provvista di casse e casse di candele che non serviranno. un ”paese” pieno di stravaganti, di matti e di lunatici, di ipocondriaci e di misantropi, che sfilano in scenette animatissime, come mimi dentro quadri popolati di macchiette grottesche, umoristiche, collocate in spazi onirico-surreali, che si muovono tra fantasia e realtà, tra sogno e delirio. Il paese è diventato non più il luogo del riconoscimento di sé, non più il rifugio, il luogo della nostalgia, bensì il punto dove dilagano follia, nevrosi. Le malattie urbane» (’La Stampa” 30/3/2005). «Dopo un premio Viareggio nel 1988 con la raccolta Furistìr e un Bagutta nel 1995 con Ad nòta, nel 2001 ha ricevuto a Milano il Premio Librex-Montale per il volume La nàiva-Furistìr-Ciàcri, che raccoglie buona parte della sua produzione [...] Il suo segreto? ”In italiano si può sbagliare, si patiscono i rigori di grammatica e sintassi. Invece il dialetto è più libero: semplicemente, lo si parla. L’oralità da una sorta di perfezione. C’è una sensazione di maggiore aderenza alle cose. L’italiano sta sull’attenti, è di servizio; il dialetto sta sul riposo, è in libera uscita”. Romagnolo a Milano dagli anni Cinquanta come copywriter e poi giornalista (a ”Panorama”), gli esordi furono in lingua, con Autotem, una satira del rapporto feticistico fra gli italiani e l’automobile, che Umberto Eco gli pubblicò da Bompiani [...] Straordinario ”performer” orale della sua poesia, scrive volentieri per il teatro. Carta canta e Zitti tutti! [...] sono stati messi in scena con successo dall’attore Ivano Marescotti» (Roberto Barbolini, ”Panorama” 6/12/2001). «Scrivere versi in dialetto, sull’estremo scorcio del Novecento e oltre, è un impegno diverso da quello che l’esercizio ebbe nell’Italia postunitaria. Ha un’altra motivazione. Raffaello Baldini [...] non è un poeta che, scrivendo in dialetto, si colloca ai margini della cultura maggiore, un provinciale che si defila dal grande dibattito culturale per ritagliarsi un suo angoluccio nel protettivo sottobosco di un’eterna arcadia. Baldini, come i suoi due conterranei Tonino Guerra e Nino Pedretti, come già il Tessa nella Milano degli anni Trenta (e altri nomi si potranno aggiungere a questi, dal Friuli di Pasolini alla Lucania di Pierro), è un poeta colto. Appartiene alla generazione che si è nutrita delle esperienze più significative del nostro tempo, non solo italiane, come i poeti suoi coetanei che hanno scelto di scrivere in lingua, la generazione, per intenderci, che all’altezza dei primi anni Sessanta ha presentito e vissuto la fine di tutta un’epoca: diciamo pure, la fine della grande civiltà europea durata sino al disastro dell’ultimo conflitto mondiale. [...] Le culture isolate sono, come sappiamo, le più conservative; e tale è per l’appunto (come il Friuli, come la Lucania) la Romagna di Baldini, il quale trova l’autenticità della sua parola poetica (che vuol dire poi della sua stessa esperienza di vita) dentro la realtà linguistica della sua terra, nei valori di cui essa è tuttavia portatrice. [...] La lingua di Baldini si confronta continuamente con una realtà in movimento e su di essa aggiorna i suoi strumenti di registrazione, mettendo sempre meglio a fuoco la condizione dell’uomo d’oggi, prigioniero della sua solitudine esistenziale. Si spiega così che i suoi testi si strutturino perlopiù, come mondi incomunicanti, nella forma di altrettanti monologhi, e che i suoi personaggi siano le variate proiezioni di un unico personaggio, l’uomo del nostro tempo, lacerato dalla nevrosi collettiva. Si potrebbe pensare a una sorta di teatro dell’assurdo, alla Ionesco, se non fosse che in Baldini (autore anche di riuscitissimi monologhi teatrali, Carta canta , Zitti tutti! e In fondo a destra , Einaudi, 1998) l’assurdo non si manifesta attraverso situazioni astrattamente paradossali, si genera anzi da una realtà concreta, di luoghi e di gente comune di una ben definita provincia italiana, determinatissima, fino alla diretta designazione onomastica, alla mimesi di labili tic linguistici: un assurdo del quotidiano, insomma, che travolge le ingenue garanzie del buonsenso, così come la tensione alla prosa travolge ormai le fragili dighe del verso (di quel che resta del verso) e che trova, per manifestarsi, i toni di una comicità stravolta. Fin dalle raccolte precedenti ( solitèri , Galeati ’76; La Nàiva e Furistìr , Einaudi, rispettivamente ’82 e ’88), per proseguire con Ad Nòta , Mondadori 1995, Ciacri e Intercity , Einaudi 2000 e 2003) il lettore di Baldini sa bene quanto questa comicità, discreta e stralunata, sia irresistibile, e come se ne generi, per contrasto, una luce fredda, come dalla maschera di un attonito Buster Keaton. [...]» (’Corriere della Sera” 25/11/2004). «Chi domani vorrà capire qualcosa dei nostri anni convulsi, è anche ai versi di Raffaello Baldini che dovrà rivolgersi. I suoi libri sono infatti gremiti dei fantasmi dell’uomo contemporaneo, a cominciare dal contrasto tra il bisogno di appaesamento, di radicarsi e di riconoscersi in una realtà identificata, e all’opposto la coscienza della sua impossibilità. Forse proprio per questo Baldini aveva scelto di scrivere in dialetto, un romagnolo difficile, ma originalissimo, che lo apparenta alla cosiddetta Scuola di Santarcangelo, a Guerra, a Pedretti, a Fucci, grazie ai quali il piccolo centro del riminese si è conquistato un posto nella geografia letteraria del Novecento. Il paese di Baldini ci riporta a un piccolo mondo provinciale. Senonché il dilagare anche lì della nevrosi e di tutti i mali del nostro tempo ci dice che i mulini bianchi esistono solo nella pubblicità. Come tutti i grandi dialettali, Baldini fa sfilare davanti ai nostri occhi una galleria di personaggi. Per un suo irriducibile pudore, ma anche assecondando un carattere tipico del proprio strumento, a dire io nelle sue poesie non è una figura riconducibile al profilo psicologico del poeta, ma una serie di individui che trascinano le loro esistenze tra senso di colpa e assurdo, tra Kafka e Beckett. Non c’è la voce, ma il coro. E sono loro, i nevrotici, gli strambi, gli sconfitti, ma anche gli eroi di una spenta quotidianità, a comporre gli interminabili monologhi, che, registrati con oltranza mimetica e con una forte sottolineatura drammaturgica, tracciano l’immagine della solitudine contemporanea. Non per nulla la sua raccolta di esordio, uscita nel 1976 ”a spese dell’autore”, come elegantemente chiosava Baldini, si intitolava E’ solitèri, ”il solitario”, con intenzionale ambiguità tra il gioco di carte e la condizione esistenziale. Tutti i personaggi di Baldini invocano un interlocutore, ma nessuno riceverà una risposta: ”un’arspònd mai niseun”, ”non risponde mai nessuno”, scrive nella poesia che apre Ciacri (Chiacchiere) , apparso da Einaudi nel 2000. Continueranno fino alla fine ad avvilupparsi nel garbuglio dei loro discorsi, che li imprigionano in una ripetizione senza scampo. Questo mettere in scena l’estraneità proprio all’interno del paese, che è invece il luogo topico del riconoscimento, costituisce uno degli aspetti più crudeli della poesia di Baldini. Non stupisce allora che, rompendo con il mito novecentesco della lingua primigenia, materna, pura e vicina alle cose, anche il dialetto impiegato fotografi perfettamente quello usato dai parlanti. Mentre il poeta novecentesco, cresciuto alla scuola dei simbolisti, ha creduto di superare l’insensatezza del vivere accedendo al mistico regno delle madri, Baldini ha creduto invece che proprio in quell’insensatezza stesse la verità. Con il procedere delle raccolte, il suo romagnolo appare sempre più gravemente interferito dall’italiano regionale, ricco di calchi, di scorie della pubblicità, di voci del mondo dello spettacolo, di espressioni prelevate dalle lingue straniere. Non è proprio un caso che la sua ultima raccolta, uscita ancora da Einaudi nel 2003, si intitoli Intercity. Insomma non la lingua che più non si sa di pascoliana memoria, ma quella che effettivamente si parla, anzi che si chiacchiera ogni giorno, resa con impressionanti effetti di iperrealismo. Siamo insomma nel solco della più accreditata tradizione comico realistica dei Porta, dei Belli, dei Tessa, a dimostrazione che anche le vie della poesia sono davvero infinite. Perfettamente coerente con questo diagramma la scelta della narratività. Baldini amava la misura del poemetto, ma anche nei suoi fulminei testi composti solo di tre quattro versi, a delinearsi erano sempre frammenti di storie. Né deve stupire l’approdo di Baldini al teatro. Con la surreale fantasia che era sua, negli ultimi anni aveva saputo dare un’attuazione scenica al franare dei suoi versi componendo alcuni monologhi mirabilmente interpretati da Ivano Marescotti. E tutta teatrale è stata la straordinaria esecuzione che delle sue poesie egli forniva, quelle poesie che con insistito understatement si ostinava a definire ”versi”. Quando leggeva i suoi testi, l’individuo discreto e riservato che Baldini era, lasciava il posto a un personaggio inaspettatamente istrionesco, che si lanciava nei suoi spericolati monologhi con travolgente velocità, suscitando l’ilarità generale. Era il suo modo di farci sentire quanto l’oralità premesse dietro la pagina scritta, restituendo il dialetto al suo contesto più naturale. [...] a dispetto del pregiudizio dialettale, Baldini è stato il poeta italiano più importante a cavallo del millennio» (Franco Brevini, ”Corriere della Sera” 31/3/2005).