Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  febbraio 04 Martedì calendario

VASSALLI

VASSALLI Giuliano Perugia 25 aprile 1915, Roma 21 ottobre 2009. Figlio del giurista Filippo Vassalli. Avvocato e docente universitario, professore emerito di diritto penale all’Università La Sapienza e membro dell’accademia dei Lincei, ha ricoperto molti incarichi politici: deputato del partito socialista italiano dal 1968 al 1972, senatore dal 1983 al 1987, è stato anche ministro della Giustizia (dal 1987 al 1991): proprio sotto la sua guida il Parlamento approvò, nel 1989, il nuovo codice di procedura penale tuttora in vigore. Lasciato il governo, fu nominato giudice costituzionale dal presidente della Repubblica il 4 febbraio 1991. Otto anni dopo - 1999 - ne diventerà presidente fino al 13 febbraio 2000, giorno in cui divenne presidente emerito (’La Stampa” 12/8/2007) • «’Mi presero per una soffiata, in via del Pozzetto, a pochi passi dal Parlamento. Una volta in macchina, cercai per due volte di buttarmi, aprendo lo sportello... Vidi che andavamo verso piazza Venezia, avevo capito che non c’era più niente da fare. Meglio uccidersi, che finire là. A via Tasso, nella primavera del 1944, c’erano i segregati dal mondo, i prigionieri più pericolosi, quelli che venivano interrogati di continuo dalle SS: loro la chiamavano ”la prigione di casa’. Quando ci arrivai, i l 3 aprile, ero sicuro che non ne sarei uscito vivo. Ero già cieco dalle botte subite nel tragitto, rimasi con i grumi di sangue negli occhi per 20 giorni, ero talmente ferito che mi avvolsero in una coperta e cacciarono via tutti i civili che si erano fermati davanti al portone, nessuno doveva vedere in che stato mi avevano ridotto. […] Avevo 29 anni, ero uno dei capi della Resistenza, sapevo cosa voleva dire entrare lì, erano trascorsi soltanto dieci giorni dalla strage delle Fosse Ardeatine. Da via Tasso passarono Bruno Buozzi e i 14 compagni che furono uccisi a La Storta... mi piazzarono nella celletta numero 2, insieme a un uomo buttato a terra, Angelo Ioppi, era un brigadiere dei carabinieri che fu poi decorato, ci legavano le mani dietro con i ferri a scatto, potevamo mangiare in una ciotola, proprio come i cani... Sono stato là per 62 giorni. Mi liberò il generale Wolff, su pressioni del papa Pio XII e anche, credo, di Virginia Agnelli, che scrisse un bigliettino di poche parole a mio padre: probabilmente il penalista avrà la vita salva. L’ultima volta che ho incontrato Gianni, il 31 maggio 2001, alla assemblea della Banca d’Italia, mi parlò proprio di sua madre...”. Diventò un comandante partigiano – dirigeva l’organizzazione militare clandestina del Partito Socialista – seguendo l’esempio dello zio Mario Angeloni, fratello della madre Maria, eroe della guerra di Spagna. ”Zio Mario, repubblicano e massone, fu il primo confinato d’Italia. Già nel novembre 1926 fu spedito a Lipari, poi Lampedusa e Ustica... da lì espatriò in Francia e diventò segretario del partito repubblicano in esilio e della Lega per i diritti dell’Uomo. Morì a Barcellona il 28 agosto del 1936 e fui proprio io a doverlo dire a mia madre. Lei, con un vestito grigio e nero che ho qui davanti agli occhi, si buttò sul letto disperata, urlando...”. Prima di allora, il giovane studente di Giurisprudenza aveva partecipato ai Littoriali del 1935, sull’onda di quella che ora ricorda come ”l’infatuazione etiopica... Il discorso di Mussolini del 2 ottobre 1935 toccò le corde del cuore degli italiani. In quella breve stagione sembrava perfino che l’Italia difendesse l’indipendenza dell’Austria da Hitler... presto, fu tutto chiaro”. Allievo di Giuseppe Romita, amico fraterno di Lucio Lombardo Radice, Franco Malfatti e Giaime Pintor, alla fine degli anni Trenta si dedica alla rifondazione del partito socialista, ”gli amici mi prendevano in giro. Erano divisi fra il partito d’Azione e il partito comunista, una volta Raimondo Craveri mi disse: davvero vuoi rifare il Psi? E darai di nuovo la direzione dell’’Avanti!’ a Benito Mussolini? E pensare che nel 1946 il nostro fu il secondo partito... Se penso al Novecento e alle idee e i valori che hanno segnato tutta la mia vita, il socialismo ha vissuto una parabola terribile... […] Il 30 giugno del 1940 fui richiamato agli ordini del generale Pietro Pintor, zio di Giaime e Luigi, che morì il 7 dicembre del ”40 per un incidente aereo... Quando cadde il fascismo, il 25 luglio 1943, ero militare a Roma. Dopo poche settimane, scegliemmo la via naturale della clandestinità: dormivamo in covi, o magari in case di amici, come quella di Alfredo e Marcella Monaco, lui era il medico del carcere di Regina Coeli, nascose Peppino Gracceva, l’altro comandante del gruppo clandestino romano... ”. Nella Roma di quella terribile stagione, gli indirizzi e le strade assumono un significato simbolico. Vassalli e i suoi, il 25 gennaio 1944, riescono a liberare da Regina Coeli Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, quando incontrò il suo idolo, Pietro Nenni, ”mi sembrava un sogno, erano dei mostri sacri... Già allora, però, si vedevano divisioni, ambizioni, idee diverse. Ma i sentimenti e la solidarietà umana restarono vivi anche nei giorni degli scontri e delle scissioni”. Un uomo coraggioso. Di lui Giacomo Mancini una volta disse: ”Sembra docile, ma può diventare una tigre”. Lui sorride alla battuta, ”fu pronunciata all’epoca in cui – da ministro della Giustizia – mi scontrai con i magistrati. C’era stato il caso Tortora... c’erano stati degli abusi, violenze nei confronti di imputati e testimoni”» (Barbara Palombelli, ”Corriere della Sera” 3/2/2003).