Varie, 3 febbraio 2003
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James LeBron
• Akron (Stati Uniti) 30 dicembre 1984. Giocatore di basket. Dal 2010/2011 ai Miami Heat. Prima giocava nei Cleveland Cavaliers. Mvp della Nba nel 2008/2009 e 2009/2010 • «Lo chiamano ”The chosen one”, il prescelto. il prototipo della nuova generazione di fenomeni, ma si accomoda un gradino sopra agli Amarè Stoudemire, ai Dwyane Wade, ai Carmelo Anthony. LeBron James nasce per stupire, scende sulla terra come dono del dio dei canestri al mondo della palla a spicchi, un regalo che permette divertimenti senza fine a chi ha la fortuna di poterlo vedere giocare dal vivo, sera dopo sera, o anche occasionalmente. Perché basta una volta per capire. Per rendersi conto di cosa già sia e di cosa possa diventare il nuovo re dei canestri. I media vivono di paragoni, di attese da rispettare, di domande a cui rispondere. Così, da sempre, ogni volta che finisce un’era, si cerca immediatamente l’erede di chi l’ha segnata. successo con Bill Russell e Wilt Chamberlain, con Larry Bird e Magic Johnson, con Doctor J, con Michael Jordan. Ma LeBron non è ”the next MJ”, il prossimo Air, etichetta affibbiata con troppa fretta a troppe meteore, nella speranza che potessero illuminare la scena come solo i grandissimi hanno saputo fare. LeBron è LeBron. E basta. Anzi, fra qualche anno inizierà la caccia al prossimo James... Guardandosi indietro c’è solo un paragone [...] che regga minimamente: quello con Magic Johnson. Dell’ex star dei Lakers il bambinone di Cleveland ha qualche tratto distintivo. Non ha ancora la genialità impareggiabile di Earvin nel passare la palla, ma è pur sempre la cosa che fa meglio di qualsiasi altra. Da un ragazzino, seppure con il fisico di un trentenne, ti aspetteresti un modo di giocare ancora immaturo, incentrato su se stesso, sulle proprie statistiche, sulla ricerca di gratificazioni personali. Invece la cosa che forse più di ogni altra lascia a bocca aperta vedendolo giocare, è l’altruismo, la capacità, che era tipica di Jordan, di coinvolgere sin dalla palla a due i compagni di squadra, di farli entrare in partita prima che sia lui a salire sul gradino più alto, a prendere in mano la gara quando più serve. [...] Non è tanto la maniera in cui fa determinate cose, ma l’idea stessa che le faccia, che arrivi a pensare di agire in quel modo. Ovvero, passare la palla con una classe innata, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, non sbagliare praticamente mai una scelta, non forzare un tiro, avere una visione totale del campo e della partita. Non arrabbiatevi se siete tifosi di Jordan: Mike si sognava queste cose a vent’anni. Andate a prendervi qualche cassetta delle prime partite del 23 dei Bulls: riconoscerete un talento immenso, un campione che aveva negli occhi la rabbia e la voglia di vincere che nessuno prima o dopo di lui ha mai avuto. Ma non un giocatore così completo, un mostro di bravura. Sarà interessante vedere se anche il play/ guardia/ala/ centro dei Cavs (in campo può ricoprire cinque ruoli senza fatica...) sarà capace di trovare dentro di sé altrettanta cattiveria e agonismo. Un’altra pietra di paragone è sicuramente Kobe Bryant. Qui la situazione si complica, perché, presumibilmente, l’ascesa del fenomeno dei Lakers non si è ancora completata. Ma anche nel caso del figlio di Jellybean resta un fatto importante: l’impatto con la Nba di Kobe non è certo stato devastante come quello di James. Kobe è stato inserito gradualmente in una squadra in crescita, in fase di ricostruzione e il definitivo salto di qualità lo ha potuto fare quando al suo fianco gli è stato messo un certo Shaquille O’Neal. La giuria è ancora riunita per il caso del numero otto gialloviola. E poiché la vera grandezza di un giocatore, quando si parla di marziani e non di campioni, si misura con gli anelli, bisognerà vedere quanti ne vincerà senza Big Daddy al suo fianco. [...]Storicamente nessun fenomeno, almeno nell’era moderna, è riuscito a vincere o a costruire una dinastia senza un aiuto al fianco: Erving ha dovuto aspettare Moses Malone, Bird ha avuto Parish e McHale, Magic si accompagnava a Jabbar, Jordan si accoppiava a Pippen, Kobe a Shaq [...]» (Massimo Oriani, ”La Gazzetta dello Sport” 16/2/2005) • «Come Diego Maradona, parla di sé in terza persona: ”Le-Bron rimane umile restando se stesso”. […] Dicono passi la palla come Magic Johnson, abbia l’incisività di Tracy McGrady, la fantasia di Allen Iverson e l’inventiva di Michael Jordan, di cui porta la maglia numero 23 […] Ha una ”single mother”, Gloria, che lo ha avuto a soli 16 anni. Ha un padre naturale, Anthony McClelland, che ha abbandonato la famiglia quando non era ancora nato, e ha subìto 5 condanne per furto. Ora, naturalmente, annusando l’odore del successo, si è fatto rivedere vicino a casa. Ha un patrigno, Eddie Jackson, che si è fatto più di 2 anni di galera per spaccio e adesso promuove concerti e lo stesso LeBron. […] Diventerà una grande stella del basket: sta scritto su tutti i giornali. E anche nei libri dei record della sua scuola [...]» (Massimo Lopes Pegna, ”La Gazzetta dello Sport” 2/2/2003) • Non aveva ancora messo piede nella Nba che già la Nike gli aveva fatto firmare un contratto di sponsorizzazione da 90 milioni di dollari: «Un record storico, ovviamente, che cancella il ricordo dei 60 milioni versati dalla stessa Nike al golfista Tiger Woods perchè passasse professionista nel 1997 o le briciole di pochi milioni pagate dalle concorrenti, la Adidas, la Reebok, la Fila, per infilare le loro scarpine d’oro ai piedi di queste Cenerentolone. Uno scandalo, una vergogna, uno schiaffo ai ”valori morali”, fremono le e-mail e le chiamate ai centralini delle radio, come se il Bambinone d´Oro avesse rubato alla San Vincenzo. Ma […] il liceale più ricco d´America, non ha rubato nulla, nè i celebri scarpari di Portland, la Nike, gli hanno regalato nulla. Se gli hanno dato 90 milioni è perché sanno con certezza di mercato che questo ragazzo può valere dieci volte quella cifra, in scarpe e altra paccottiglia venduta, come Jordan valeva due miliardi all’anno in ”mercanzie” e biglietti. ”Questa non è carità, honey” dice Sam Vaccaro, l’uomo della Adidas che si era fermato a una irriguardosa offerta di 20 milioni. Ma se l’indignazione del popolo è ridicola, visto che saranno i fedeli dello sport business a comperare per 350 dollari scarpe delle quali potrebbero fare a meno, firmate da LeBron e che costano al produttore pochi dollari in fabbriche del sudore sparpagliate nel Terzo mondo, mai si erano visti tanti soldi dati in anticipo per così poco, per la semplice ”scommessa” su un talento enorme, ma ancora da provare tra i professionisti. […] LeBron, con questo nome storpiato e immaginario, come LaPhonso, Antwain, Anfernee, Shaquille, secondo la moda che ha ormai rimpiazzato nei ghetti neri gli Abdul, Kareem, Sharif, Rauf dei Black Muslims, giocava sotto l’occhio degli sponsors da quando aveva 11 anni ed entrò, per carità più che per meriti scolastici, nella media-liceo delle dame di San Vincenzo a Cleveland, nell’Ohio […] Alle elementari era stato un disastro, ”perdevo 80 giorni di scuola su 160” dice, per seguire la madre, Gloria, che cambiava abitazione sette volte l’anno, di fatto una senza fissa dimora, inseguita da creditori e dal braccio della legge, che l’acciuffò almeno tre volte, per reati minori. Gloria era rimasta incinta di lui quando aveva sedici anni, in un ”casual encounter” che poi scomparve subito. Un padre puramente biologico, ma non tanto smemorato, perché da quando il ragazzone fu classificato un ”fenomeno” si è rifatto vivo e gli manda appelli per incontri e riconciliazioni. Dal carcere, che LeBron giustamente ignora. Fu cresciuto da un padre putativo, un ”boy friend” di Gloria, la mamma, il cui nome LeBron si è fatto tatuare sul braccio come tanti di questi ragazzi neri che conoscono soltanto la madre e vengono puntualmente sfottuti dai tifosi avversari che intonano nei palazzetti cori ritmici di ”Who’s your Daddy?”, chi è il tuo papà?, certi di non ricevere risposta. Il padre putativo, anche lui con una sostanziosa fedina penale (tre carcerazioni e un processo in corso per truffa) lasciò la madre, ma non il figlioccio che continua ancora a oggi ad assistere come ”consulente finanziario”. Da quando compì 16 anni, gli regala un fuoristrada ogni compleanno, Ford Explorer, Cadillac Escalade […] Lui, il Bambinone d´Oro, è simpatico e intelligente, oltre che dotato di un talento fisico e tecnico che lo ha già fatto paragonare alle divinità del passato, Michael Jordan, Magic Johnson, e ai nuovi eroi del basket, Iverson, Bryant, Garnett, Carter. [...] Il pio liceo della San Vincenzo di Cleveland lo rimpiangerà molto, perché nel suo ultimo anno di scuola, dovette far giocare la squadra di LeBron, gli Irish, non più nella palestra, ma nel palazzo dello sport cittadino per accogliere le folle di spettatore, incassando alla fine un milione di dollari in biglietti venduti. Prova che la carità cristiana, a volte, ha le sue corpose ricompense terrene in valuta» (Vittorio Zucconi, ”la Repubblica” 24/5/2003).