3 febbraio 2003
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FiedlerA Leslie
• . Nato a Newark (Stati Uniti) l’8 marzo 1917, morto a Buffalo (Stati Uniti) il 31 gennaio 2003. Critico letterario. «Professore di origini russo- ebraiche che in tempi non sospetti andava persino in tv con gran scandalo dell’accademia, sapeva unire il rigore scientifico al gusto della provocazione. Il numero delle università americane ed europee dove insegnò è paragonabile a quello delle discussioni nate dai suoi libri. Mito è una delle parole chiave della sua metodologia, che nella critica letteraria non disdegnava certo l’utilizzo dell’antropologia o della psicoanalisi. La sua produzione copre zone e forme di cultura popolari, analizza i comportamenti sociali e i miti della tradizione nordamericana. Ora lo celebrano come uno dei maggiori critici del XX secolo e una ventina di saggi stanno a testimoniarlo, ma quando nel 1960 uscì Amore e morte nella letteratura americana (Longanesi) si scatenò un putiferio. La tesi di questo saggio è che la narrativa americana si differenzia da quella europea per l’importanza che attribuisce all’amicizia virile, anziché utilizzare il tema della passione eterosessuale. Riflettendo sul rapporto tra bianchi e neri, vi sostiene che il razzismo ha prodotto l’archetipo negativo del nero e con esso il suo rovescio, nato forse dai sensi di colpa. Risultato: i classici Usa, da Twain a Melville, diventavano classici per l’infanzia a causa dell’alleanza fra due personaggi maschili, uno dei quali è di colore. E mito lo divenne ancor di più nel 1978, scrivendo Freaks (Garzanti). Lì, a partire dalle origini, ricostruiva la storia dei mostri (freaks, in inglese), spiegando le origini del fascino che i deformi da sempre esercitano. Freaks, il film maledetto che Tod Browning aveva girato 47 anni prima, tornò alla memoria. Vi recitava galleria di ”mostri veri”, veri nani, donne spillo, uomini torso, gemelli siamesi, rovesciando da ultimo le categorie di ”normalità” e ”diversità”. Con quel saggio riattualizzava il termine freak e approfondiva, involontariamente, il tema del film dove una bella acrobata sposa un nano. I nani nella mitologia accompagnano le fate, legati alle caverne, spesso personificano gli impulsi inconsci perché si permettono gesti inconsueti al cospetto dei re. Nel cortocircuito tra Fiedler e Browning quei mostri diventarono un collegamento fra l’immaginario antico e le esistenze emarginate del presente. Ma la società presente di Fiedler era quella della controcultura giovanile. Chi praticava esistenze emarginate in opposizione alle convenzioni borghesi erano, appunto, i freak. Vivevano alla giornata, vestivano come barboni variopinti e spesso erranti in pellegrinaggio dall’India alla California, teorizzavano l’uso di stupefacenti. Fiedler e gli hippies si ritrovarono ad abitare uno stesso simbolo nello stesso momento. Anche le parole, però, sono simboli che rimandano a universi di significati. In origine freak significava anche capriccio e ghiribizzo. Probabilmente veniva dall’antico ”friction”, ballare. Ballare, sballo? No, ma quasi, perché quel verbo assunse poi il significato di subire un’esperienza emotiva intensa. Qualche cosa di paragonabile producevano le droghe. Così da quel calderone di significati emerse la parola ”freak” in una nuova accezione: l’autodefinizione di una generazione e delle sue idee. Freak out è il titolo di un celebre disco di Frank Zappa: fuori dalla società costituita, fuori, comunque fuori, cantava l’eclettico musicista. E gli hippies lo ascoltavano leggendo le storie a fumetti dei Freak Brothers per proclamarsi ”prodigi, abnormi, strani, devianti”, come stava scritto nei loro vocabolari. Fiedler arrivò al momento giusto, quando quei ragazzi cominciavano a diventare ex e a leggere quel curioso professore per riflettere sulla loro gioventù» (Cinzia Fiori, ”Corriere della Sera” 1/2/2003). «Nell’epoca in cui i critici letterari contavano ancora qualcosa, faceva capire perché. Semplicemente, non stava mai fermo. Con la sua bella faccia falstaffiana, un sigaro smisurato sempre in bocca, ad ogni svolta della conversazione cambiava di scatto postura. Altrettanta irrequietezza ebbe sulle poltrone, metaforiche e non, dell’Accademia. L’elenco delle università dove ha insegnato è impressionante: Montana, Buffalo, Princeton, Harvard, Columbia, Indiana, Parigi, Wisconsin, Vermont, Sussex, Roma, Bologna, Atene. Da record anche il numero delle ore di lezione spese a tramandare nozioni convenzionali: zero. Come disse di lui un altro grande, Alfred Kazin, Fiedler ”diceva apertamente ciò che tutti i professori e gli studenti sospettano ma pochi confessano: che l’insegnamento accademico della letteratura è insensato”. Un re della critica che ha speso decenni e decine di libri principalmente a dire: il re è nudo, l’autorevolezza non esiste. Nemmeno la propria. A ottant’anni sosteneva di essere ”più confuso di quando ne avevo quindici”. Per tutta la vita si vantò di essere un dilettante, insofferente alle etichette. Il suo libro più importante, Amore e morte nel romanzo americano, ormai un classico della critica letteraria novecentesca e tradotto perfino in tailandese, uscì provocatoriamente nel 1960 senza note a pie’ pagina e senza bibliografia. Era questione di temperamento, prima ancora che di ragionamento: di inclinazione sanguigna e passionale, di insofferenza e trasgressione, di gusto mélo. Dionisiaco, non certo apollineo, diceva: ”Non amo le cronache distaccate e la fredda analisi, anelo alla voce surriscaldata, all’urlo di rabbia o d’amore”. Urlo, howl, come nel poema del suo amico Allen Ginsberg, e infatti questo professore dell’East Coast (si mantenne all’università di New York vendendo scarpe da donna) aveva un’irruenza libertaria semmai californiana, da West Coast. Il decennio più ”suo” sono stati i ribelli anni sessanta, quelli che nella letteratura americana si sono aperti con Pubblicità per me stesso di Norman Mailer e chiusi con Il lamento di Portnoy di Philip Roth, e che Leslie Fiedler celebrò a modo suo facendosi arrestare per possesso di hashish e marijuana, e scrivendoci sopra un libro-appello. Ma già il suo primo saggio di rilievo, Come Back to the Raft ag’in, Huck Honey, che lo mise subito ai ferri corti con l’establishment letterario, venne pubblicato nel ’48 sulla ”Partisan Review” perché pensarono fosse uno scherzo: vi sosteneva l’inaudita tesi che il tema di fondo dell’Huckberry Finn di Mark Twain è il legame omoerotico e interrazziale fra Huck e lo schiavo Jim, e che altrettanto accade in Moby Dick e nell’Ultimo dei Mohicani. Disinnescando letture maliziose delle sue tesi critiche, ha avuto due mogli e sei figli; e soprattutto ha esteso quell’intuizione giovanile all’intera letteratura americana, da Hawthorne a Hemingway, rintracciandovi il filo rosso dell’alienazione, del sessismo, del sentimento fra maschi, dell’ossessione funebre: Amore e morte è stato un geniale petardo contro la solenne grisaglia critica, ma anche un profetico preludio alla liberazione sessuale che stava albeggiando. Lui che vide piantare la bandiera americana a Iwo Jima nel ’45, amava ripetere: ”So di essere americano e dubito di essere ebreo”, e all’enigma dell’ebraicità ha dedicato i saggi raccolti sotto il titolo chagalliano Dodici passi sul tetto, ultima sua opera tradotta in italiano. Il suo libro forse più popolare è però Freaks, quattrocento pagine di nani, giganti, ermafroditi, grassoni e altre umane stravaganze: il titolo divenne una parola-bandiera della tolleranza e della diversità» (Giovanna Zucconi, ”La Stampa” 1/2/2003).