Varie, 31 gennaio 2003
ROVERSI
ROVERSI Roberto Bologna 28 gennaio 1923. Libraio, scrittore, poeta • «Uno dei massimi poeti italiani viventi, ma non lo dice e pochi lo dicono. Su di lui non c’è dibattito. In televisione non lo si vede mai. Avrebbe da dire, e infatti ha detto, cose semplici, intense e dolorose sullo snaturamento delle persone e delle cose, e sull’anima delle parole, che è offesa dallo scempio quotidiano-mediatico che se ne fa. Un Roversi varrebbe, da solo, una decina di quegli energumeni che vanno negli studi televisivi a scannarsi nel nome della propria popolarità. Ma la stragrande maggioranza degli italiani non lo saprà mai, perché ”il dibattito” non va più a cercare l’intensità delle parole, cerca le facce e le voci che riescono a farsi notare» (Michele Serra, ”la Repubblica” 30/1/2003) • «Fra gli scrittori italiani è stato sempre fra i più appartati. [...] Una leggenda, la sua libreria antiquaria di Bologna, la Palmaverde, cui era unita negli anni Cinquanta una testata editoriale che pubblicò, oltre a preziosi testi di letteratura italiana curati da Carlo Carcaterra, i primi poemetti e alcune memorie in prosa di Francesco Leonetti, Antiporta, insieme a un titolo dello stesso Roversi, Ai tempi del re Gioacchino -, ed è un male che di questo non se ne abbia più ricordo. Con Fortini e ancora con Leonetti, Roversi è stato attore principale nella ”Officina” pasoliniana, una rivista che rivendicò, contro il lirismo neorealistico di quegli stessi anni, una consapevolezza storica e critica, una revisione delle linee tradizionali della poesia italiana, il cui valore, seppure oggi messo fra parentesi - fu il neofuturismo del tempo a pasticciare malamente sulla questione - è tutt’altro che da tenere sottochiave in un cassetto. Alla conclusione di ”Officina”, Roversi fece seguire ”Rendiconti” che della precedente teneva in pugno saldamente i temi brucianti, una riflessione non ideologica o schematica dei rapporti fra letteratura e politica. Ma di Roversi va ricordata la poesia, magari accanto a un romanzo polemicamente sperimentale dal titolo Registrazione di eventi (1964). [...] Il linguaggio di Roversi era realmente nuovissimo, epico e lirico, oggettivo e dolente: al suo fondo si muoveva la Storia, il trapasso dall’Italia fascista, dalla Resistenza verso una democrazia difficile da vivere in un orizzonte di benessere truffaldino. C’era in quella poesia una rabbiosa scansione, e la dolorosa percezione di un mondo vivo che è magnifico quando i versi riescono a rendere nella gamma complessa dei suoi colori: ”Questa sera, ancora, / dovrò vivere solo, / camminare nei lampioni e al vento / mentre cadono foglie e auto sfrecciano, / buttare nel canale il mozzicone / di sigaretta, stringere le mani / sulla ringhiera, mentre l’acqua scorre e sprofonda. / Meravigliosi amici avevo un tempo: / oggi la solitudine di ognuno / casca in tempesta, le grinte sono dure / e ciascuno s’arraffa sospettoso / e atrocemente solo”. In un pugno di parole che erano quelle della vecchia lingua italiana, la modernità espressiva di Roversi si incendia ancora oggi. Ma questa sua poesia poneva un interrogativo, nel confronto necessario che sollevava con le esperienze parallele di Pasolini e appunto di Volponi. Se Pasolini ispirava la sua forma-poemetto a un modello largamente pascoliano, e in essa lasciava irrompere un io lacerato che faceva attorno a sé terra bruciata tra le visioni cadenti delle periferie romane; e Volponi riprendeva il verso libero sul modello del canto leopardiano per dare voce alla propria macerazione esistenziale: tutti e tre i poeti ponevano in primo piano come dato di novità una personale esperienza della storia - il trapasso difficile verso una democrazia compiuta che in quegli anni di benessere guadagnato in rapidità restava oscurata come uno scheletro nell’armadio. Il problema era il mutamento antropologico in corso, non come un derivato da quello economico. Quel che differenziava Roversi sia da Pasolini sia da Volponi era l’incidere le immagini con precisione da pittore sulla tela, l’esattezza classica dei contorni, quasi senza compromesso apparente della soggettività: Roversi riusciva a far parlare le cose, gli uomini per quel che sono scandendo versi che del parlato recuperavano la musica riposta, segreta, ma infallibile nel ritmo. ”Steso nell’abbraccio del campo / il contadino, a piedi nudi, / i gomiti puntati a spaventare / i voli dell’averla, / segue i suoi sogni e sognando sospira. / Abbandonata, l’acqua piove / sugli argini, tormenta, li ferisce, / gridano trascinate dal libeccio / le quaglie che fuggivano sul mare. / Per le radure una dolcezza squallida; / il vibrare monotono s’accorda / alle ore arrossate in mezzo all’aria.” Vita contadina della bassa padana, il gran fiume che scorre in mezzo e la nutre: la sessualità dei ragazzi innerva le nuove stagioni: ”Fasciati in maglie rosse i marinai, stretti i calzoni sulle cosce, / toccano il gomito alle ragazze; / trillano argentine le passere / e si offrono, quasi / da un albero protese.”. Ma nei poemetti di Roversi non c’era soltanto il travaglio d’una esistenza contadina che sembrava svuotarsi dei propri contenuti primari - e lo stesso accadeva per quella metropolitana di una città vitale e orgogliosa come Bologna. Ma, punto di forza era l’assenza di qualsiasi nostalgia, subentrando un dolore che si scancellava dietro la visione. ”In treno, le mani alla nuca, / l’orecchio al respiro fondo / della terra (una frenesia di fiori / e di giorni a venire, / tanta bellezza da esplodere ancora sul mondo) / lo sguardo va alle terre sfiorate / dall’aquilone del sole, / tocca il morbido piano / che ha la freccia del Reno nel fianco, / settembre celeste e quieto / formicolante di foglie. / Cara terra natale. / Arrugginito il filo di rame abbandonato / contro lo steccato / della cascina, un verde grigio, ròso / dalla nebbia padana.”. stata questa, ed è, una poesia che ha dato immagine al bloccarsi della Storia, al suo prospettarsi senza un futuro credibile, al suo marcire in un presente svezzato dalla vita approfittando delle possibilità varie di simulare qualsiasi cosa mediante protesi, possibilità offerte delittuosamente pronta cassa. [...]» (Enzo Siciliano, ”L’Espresso” 16/9/2004).