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 2003  gennaio 31 Venerdì calendario

Angelopoulos Theo

• Atene (Grecia) 27 aprile 1936. Regista. «Il cinema ha più di un secolo. Quanti dei grandi maestri sono ancora vivi o in attività? Bresson, Kurosawa, Wilder, sono andati. Antonioni è malato. Rivette e Godard continuano a lavorare. C’è qualcun altro, un pò più giovane, che può reclamare un posto nel pantheon – Bertolucci, Scorsese, Zhang Yimou […] Volendo restringere la lista, restano Antonioni, Rivette… e Theo Angheloupolos […] Studiò legge ad Atene e quindi cinema all’I.D.H.E.C di Parigi. A metà anni sessanta fu critico cinematografico per il giornale grego “Allagi” […] Ha dichiarato che Murnau, Mizoguchi e Welles sono i tre registi che più lo hanno influenzato. Ormai è chiaro che il suo stile è profondamente personale e poetico […] Sua caratteristica è la telecamera in continuo movimento (La recita ha solo 80 sequenze in quattro ore) […] I suoi film sono teatrali, quasi brechtiani: sono lezioni in cui la “vita reale” è sfruttata da uno schema , punti di vista chiaramente etichettati» (David Thomson, The New Biographical Dictionary of Film, Alfred A. Knop, New York 2002). «Sono nato sotto una dittatura, ho vissuto l´infanzia con l´occupazione tedesca poi con la guerra civile, in un paese diviso in due da una lotta fratricida, immagini e stati d´animo che mi hanno segnato per sempre, ricordi di cui non riesco a liberarmi. La figura di mia madre e delle altre donne che cercano i loro uomini in un campo di cadaveri è sempre presente nella memoria. [...] Da bambino non avevo le favole, le mie favole erano gli Atridi, Edipo re, Antigone, I Sette di Tebe, e fin da "Ricostruzione", il mio primo film, un giallo moderno, il riferimento era alla tragedia greca, è parte di me. Come il senso di precarietà. Io non sono un profugo, eppure vivo uno stato di ansia che mi abbandona solo quando giro un film, starei sul set 365 giorni l´anno. Solo girando mi sento in pace con me stesso e in equilibrio con il mondo» (Maria Pia Fusco, “la Repubblica” 13/2/2004). «L´emozione viaggia lentissima, e negli attimi. Io non so fare cinema di un attimo. Cerco l´intensità del velocista lungo il tempo. È uguale. Pochi secondi, una vita intera. È lo stesso» (Concita De Gregorio, “la Repubblica” 9/3/2004).