30 gennaio 2003
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AZZONI Mario. «Non è niente: non è un medico, non è un pranoterapeuta, non è uno psicologo, non è un guaritore
AZZONI Mario. «Non è niente: non è un medico, non è un pranoterapeuta, non è uno psicologo, non è un guaritore. Lo ripete continuamente, prende le distanze, sottolinea che le sue non sono diagnosi, che il suo non è uno studio medico: ma migliaia di persone continuano a farsi curare da lui. Non fa pubblicità, non parla con i giornali, non scrive libri, non va in televisione: probabilmente non esiste, in Italia, niente di simile [...] Un mese di attesa, duecentomila lire, fai la fila, poi entri, ti siedi, non dici nulla. Ti guarda, incomincia a parlare. Lui. La chiama psicoscopia. E’ un’analisi psico-fisica, senza strumenti, dati o informazioni, senza nemmeno sfiorare il paziente. Segue semplicemente con una matita il disegno di un corpo umano su un foglio, e parla, ti racconta quello che hai, come se lo ”vedesse”. Tutti i pazienti concordano su questo: l’esattezza della diagnosi, non tanto psicologica, quanto fisica. [...] La prima visita dura a lungo; le sedute successive, la terapia, sono brevissime. Ai pazienti vengono distribuiti gettoni colorati di diverso colore, e sono chiamati a gruppi; entrano una alla volta con il denaro per l’offerta libera, in genere cinque o diecimila lire: lo consegnano ad Azzoni, che li sfiora per pochi secondi sul petto, ed escono [...] Lui chiama questi gesti ”passi bioenergetici”, dice che sono diversi a seconda del paziente, e che servono a riequilibrare i chakra, i punti nodali dell’energia biologica. I risultati non sono mai istantanei, né miracolosi, ma secondo tutti i pazienti quei ”passi” sono straordinariamente efficaci. Non c’è nessuna guarigione immediata. Le prime sedute possono avere effetti sgradevoli, stanchezza profonda o addirittura peggioramenti, ma in seguito tutti testimoniano un miglioramento progressivo, il più delle volte decisivo; nessun miracolo, molti successi. ”Se viene da me qualcuno con un tumore, o un Parkinson, lo dico subito: non posso guarirvi. Non puoi dire che curi l’incurabile. Mai e poi mai devono interrompere le terapie, la chemio, la medicina ortodossa. Le medicine alternative non devono mai opporsi a quella ufficiale, ma possono coadiuvare [...] Posso operare eliminando il dolore, in certi casi aiutando qualcuno a morire serenamente. Non è poco. Se il cancro si ferma, non è certo merito mio. Mi rifiuto di crederlo, anche quando capita: va così perché era scritto. Era destino, punto. In qualche caso ci può anche essere un effetto placebo [...] All’inizio non capivo. Da piccolo avevo dei malori, mancamenti, febbre: mi fecero vedere da molti specialisti, ma chi risolse il problema fu un pranoterapeuta: disse che, quando non mi sentivo bene, avrei dovuto prendere in mano pezzi di carne cruda. Lo feci, e nel giro di due giorni i pezzi di carne si mummificavano, e io guarii: avevo imparato a scaricare la mia energia”. Quasi per caso, a quindici anni curò suo padre di una sciatalgia: il padre rideva. Sì sì, fai pure, diceva. Poi appoggiò le gambe a terra: non sentiva più nessun dolore. Allora chiamò la madre e disse: questo qui ha il demonio addosso [...] A diciott’anni andò a vivere da solo a Milano, aprì il primo studio a Lecco, e divenne il più giovane pranoterapeuta italiano [...] Dice di vedere cose che noi normalmente non vediamo. Vede l’aura delle persone, vede ombre, vede colori: il segreto dell’esattezza delle sue psicoscopie è questo. Un alone rosso significa malattie vascolari, giallo epatiche, nero qualcosa di peggio: l’ha imparato nel tempo, per stratificazione, caso su caso, ma non ne parla volentieri [...] Ognuno di noi, dice, ha un angelo custode. Ogni suo cliente è accompagnato da ombre, ombre di morti, che lui vede, che gli indicano la strada. Ha un suo spirito guida, la nonna, che appare quando deve prendere una decisione importante, e a cui obbedisce. ”L’unica volta che non lo feci – dice – lei sparì per sei mesi” [...] Mentre parla, a un certo punto s’interrompe, e dice: adesso suona il telefono, e in quell’istante il telefono suona davvero. Va bene, puoi pensare che sia un trucco, era d’accordo con qualcuno, o c’è un piccolo congegno nascosto; puoi pensarlo, ma puoi anche non farlo. Ed è lì che ti devi fermare» (Luca Rossi, ”Specchio” 18/3/2002).