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 2003  gennaio 30 Giovedì calendario

Averincev Sergej

• . Nato a Mosca (Russia) il 10 dicembre 1937, morto a Vienna (Austria) il 23 febbraio 2004. Filologo. Storico. Filosofo. Poeta. «Figlio di un professore universitario, possedeva una erudizione enciclopedica, conosceva una decina di lingue tra cui ebraico e greco antico, gli autori latini e greci erano suo pane quotidiano fin dall’infanzia e già al liceo scrive un apprezzato saggio sulla poesia antica. Le stesse radici ottocentesche si vedono nella sua religiosità: profondamente credente perfino in epoca sovietica, non era però né un neoconvertito entusiasta del postcomunismo, né un tradizionalista come molti dell’emigrazione russa, la sua era una fede profonda, mai messa in mostra ma nemmeno mai nascosta. Negli anni ’70 le sue lezioni all’università di Mosca erano un evento, le aule stipate, non solo di studenti, nonostante la poco carismatica maniera di oratore e disinvolte citazioni - senza traduzione - in latino, greco, tedesco, italiano. Negli anni ’80 viene eletto deputato ed è memorabile il suo saggio sul ”superamento del totalitarismo”. Ma la luna di miele degli intellettuali con il Cremlino è breve, il verbo perde il suo potere e il suo pubblico e lo studioso si è rifugiato nelle università europee. E in patria la scomparsa di uno dei più grandi intellettuali della fine del Novecento è stata quasi ignorata. Nella cultura europea il ”russo mediterraneo” non si sentiva un estraneo, la divisione tra Est e Ovest non l’aveva mai capita e accettata. Per lui, che viveva nella storia e affermava felice che ”la storia non è mai finita”, l’Europa ”discendeva da Atene e Gerusalemme”. Il premio della Fondazione Agnelli, che Averincev ha ricevuto nel 2001, gli è stato assegnato infatti non solo per il grande contributo da studioso, ma per quel dialogo tra culture e civiltà di cui era promotore ed esempio» (Anna Zafesova, ”La Stampa” 25/2/2004). «Eccelleva (come dimostra il suo libro, edito in Italia dal Mulino, L’anima e lo specchio). Questo e altri suoi studi classici resteranno nella cultura internazionale, come resterà nella poesia russa la sua voce alta e misurata, animata da un sentimento religioso autentico e da una sensibilità inquieta per la condizione dell’umanità, in particolare per quella della Russia. E resterà la sua opera di saggista che si è esercitata con acutezza, fino all’ultimo suo intervento a un convegno che si tenne [...] in margine alla mostra ”Pietroburgo e l’Italia. 1750-1850. Il genio italiano in Russia” (Roma, Vittoriano). Più che una relazione storica era stata una rievocazione dell’atmosfera intellettuale leningradese, da Averincev vissuta, e la sua sfuggente specificità rispetto a quella moscovita. Fu questo l’ultimo suo intervento pubblico, pochi giorni dopo il quale, durante un’assemblea in Vaticano (era un cultore del dialogo tra le Chiese cattolica e ortodossa), fu colpito da un ictus che lo ha portato, dopo un penoso coma, alla morte. Con Averincev scompare, oltre allo scrittore, una figura di valore morale e intellettuale, forse l’ultima di cui disponeva la Russia, dopo la morte di un altro grande studioso come Dimitrij Lichaciov. Frutto di una cultura russa in parte conservatasi nonostante le traversie del periodo sovietico, e proprio in lui, nato nel 1937, rinnovatasi, l’azione etico-intellettuale di Sergej Averincev, che alla filologia classica unì lo spirito del moderno pensiero europeo, sarà ricordata e rimpianta in particolare nella sua patria e resterà nella memoria di chi gli fu amico e lo accompagnò nel suo ultimo viaggio italiano» (Vittorio Strada, ”Corriere della Sera” 24/2/2004). «Docente a Mosca e a Vienna [...] Si definisce ”ingenuo”, in realtà è tanto colto e profondo quanto umile [...] La storia dei suoi studi si fonda sulla identità europea, sulla condivisione delle varie matrici che si sono poi mescolate. L’unicum , sostiene, ha radici in due grandi tradizioni: quella della Grecia classica (un pensiero teoretico-essenzialista) e quella ebraica (un pensiero esistenziale). Al centro della fusione c’è l’uomo come persona, c’è la sua dignità. [...] La sua teoria della cultura europea che nasce da Atene e Gerusalemme, con l’eco di Bisanzio, parla di ”unità” e sguardo aperto e curioso ai localismi. [...] ”L’esperienza del totalitarismo fa capire il valore della religione. Sacharov (con il quale ha lavorato in Parlamento, ndr) era un liberale convinto, un difensore dei diritti umani che difendeva la libertà di coscienza. Aveva capito la legge naturale, l’unica che ci fa opporre a tiranni e despoti”» (Marco Neirotti, ”La Stampa” 14/2/2001).