Varie, 29 gennaio 2003
GARZANTI Livio
GARZANTI Livio Milano 1 luglio 1921. Editore. Laureato in filosofia • «Della cattiveria ha fatto una civetteria, dell’antipatia, quasi un mestiere. Dice tutto quel che pensa, al punto da irritare persino chi gli è amico. Amici? Ecco una parola che non ama sentire pronunciare. Se si è amici non occorre dirlo. Questo è Livio Garzanti, ottantenne, editore in pensione, come ama crudelmente definirsi. E di editoria se ne intende. È stato tra i principi di questo mestiere, non solo in Italia, ma in Europa. […] “La mia stagione aveva alle spalle Sonzogno, che fondò l’Umanitaria, Bompiani, Mondadori, Rizzoli. Gente spesso venuta dal basso. C’era la famosa battuta di Raffaele Mattioli: ‘Arnoldo, non ti dispiacere di aver fatto la quinta elementare, tanto Rizzoli ha solo la prima’ […] Oggi un editore deve essere prima di tutto un capo contabile. Ricordo con stupore quella volta in cui Mondadori, con linguaggio avvolgente, mi parlò del filosofo Antonio Banfi […] Feci una tesi sul trascendentalismo di Kant. Mi laureai nel 1947 con Bariè. Ricordo che doveva esserci anche Antonio Banfi, ma poi in sede di discussione non venne […] Mio padre rilevò la Treves. Per due anni gli feci da segretario […] Non mi voleva in casa editrice, temeva che gli togliessi spazio. Ricordo che facevo esattamente il contrario di quello che voleva […] Mi difendevo da un uomo volitivo e forte. Un romagnolo dotato di gran temperamento […] Somigliava a un’edizione aristocratica di Mussolini. Era nato nel 1883 e si era laureato con Pascoli. Era un incantatore. Amava il bluff. E in una società ingenua e primitiva come quella in cui viveva si trovò perfettamente a suo agio […] Dino Buzzati una volta gli disse: ‘Guarda che tuo figlio non è così cretino come pensi’. Mutò allora atteggiamento […] Negli ultimi anni mi accorsi che mio padre faceva fatica a tenere il passo. Non aveva più la forza d’urto di una volta […] Subentrai nel 1953-54. Tra l’altro fu un anno miracoloso, grazie ad Attilio Bertolucci che incontrai in una trattoria del reggiano […] A quell’epoca cercavo un consulente. Qualcuno mi segnalò il nome di questo poeta. Era un uomo colto che aveva lavorato per Guanda. Morto Guanda si rese disponibile. Nacquero così una collaborazione e un’amicizia che è durata tutta la vita […] Francamente mi sono commosso più alla sua morte che negli anni in cui ci siamo frequentati. Avemmo varie questioni, screzi, differenze di opinioni. Ma so che senza di lui non avrei mai avuto la partenza editoriale che ho avuto […] Basti dire che grazie a lui arrivò Quer Pasticciaccio di Gadda. Il romanzo era uscito a puntate negli anni Quaranta […] Gadda mi scriveva delle lettere che cominciavano con ‘Illustrissimo dottor Garzanti...’, poi scese a ‘Illustre’. Immagini come poteva reagire un giovane pirla che si trovava al comando di una casa editrice un po’ per caso e un po’ per volontà […] Ero lievemente infastidito da quella deferenza […] Una patologia che si portava dietro, come mi disse Carlo Bo, dagli anni delle Giubbe Rosse a Firenze […] Era un depresso. Un signore allora già anziano con un gioco di ipocrisia e ironia su se stesso incredibile. Come scrittore? Ha il suo posto nel ristretto pantheon europeo. Ricordo che una volta domandai a Emilio Cecchi, del quale mi consideravo una specie di figlioccio, perché non me lo avesse segnalato. E lui rispose: ‘Non volevo metterle quel tricheco sulle ginocchia’ […] Arrivò anche Parise con il Prete bello. E naturalmente Pasolini. Si presentò magro e affamato. Con lui fu vera amicizia […] Ricordo che mi inviava lettere molto articolate alle quali rispondevo con tre righe. E lui di rimando: ‘Perché scrive con questo stile paratattico?’. E io rispondevo: ‘Sono quello che sta dietro il bancone. Lei mi porta la merce, io la ricevo’. Niente voli pindarici […] Non ho mai fatto il critico letterario. Vuol sapere di che cosa sono veramente fiero? Di aver creato in quegli anni la collana ‘Saper Tutto’. Una collezione di circa 400 titoli, con nomi illustri. Fu una grande fonte di informazione di base, un’apertura sulla cultura europea […] Ho condiviso amicizie tra gli scrittori, ma non da critico. Mi sentivo legato a Soldati, alla Morante, a Pasolini... […] Io do del lei a tutti. E l’amicizia non implica la diplomazia […] Ritenevo per esempio che i libri più belli di Pasolini fossero quelli del periodo di Casarsa, dove si coglieva una ingenuità nativa fortissima. In seguito la sua passione letteraria è stata imbrigliata dalla semiologia e dall’estetismo longhiano. Non ho mai amato la sua cultura pittorica. Una volta gli manifestai i miei dubbi […] Litigammo violentemente, mi piantò e solo dopo un po’ di tempo ritornammo amici […] Passò a Einaudi. Poi si pentì. Me lo disse una sera poco prima di morire. Mi disse che quella scelta gli era maledettamente pesata. Risposi che probabilmente lo aveva fatto per vanità letteraria. Ricordo che in quei tempi le nostre conversazioni erano abbastanza tragiche. Era come se sentisse che qualcosa gli stava accadendo. La sua morte fu per me un colpo terribile […] Un editore è quasi sempre un voyeur. Ama la letteratura ma soffre di impotenza. Tutto finisce in quell’impalpabile e fastidioso sentimento che è la vanità. Dalla quale mi difendo in modo quasi rude […] C’era un’eccezione: Parise che si ostinava a darmi del tu […] Molto forte, istintivo. Ma privo di una visione unitaria. C’erano in lui due vene: quella veneta, perfino troppo raffinata, e l’altra da guitto […] Invidiavo che Einaudi pubblicasse la Morante, alla quale ho sempre fatto la corte come editore e lei mi ha sempre respinto. La odiai per quella sua fedeltà einaudiana […] Ricordo che quando fu ricoverata dopo un tentativo di suicidio andai in clinica a trovarla e vidi questa donna - che al sogno di una maternità non soddisfatta aveva fatto corrispondere una fortissima amicizia per gli omosessuali - avvolta da una serenità invincibile. Aveva un sorriso che corrispondeva alla forma dei suoi romanzi […] È stata la più grande scrittrice degli ultimi cinquant’anni […] Mi capitava di vedere spesso Fenoglio e l’argomento principale delle nostre conversazioni erano i vini. Aveva una competenza straordinaria […] Pubblicai il primo romanzo di Volponi. E lui che cosa fa? Si fa incantare dal flauto di Einaudi. Era come impazzito: voleva assolutamente cambiare casa editrice. Venne nel mio ufficio a dirmelo e io gli risposi: guardi che lei ha con noi un contratto. Cominciò a urlare e a insultarmi. Per anni non ci siamo più parlati […] Voglio rivelare una cosa per far capire chi fosse Giulio Einaudi, un uomo tra l’altro poco colto. Proprio quando scoppiò il caso Volponi presi un appuntamento con lui e andai a Torino per cercare un accordo sulle questioni contrattuali. Fui ricevuto dal portiere che mi disse: ‘Il dottore è partito per Parigi’. Parlai con Giulio Bollati, che era il suo assistente, dissi pochissime parole di congedo e me ne andai […] Io ero un editore che lavorava con gli altri, lui faceva lavorare gli altri! […] Mi hanno riferito che poco prima di morire Einaudi avrebbe detto che voleva fare l’editore come Garzanti. Non è curioso? […] Caproni era un uomo rustico e forte. La cosa che mi affascinava della sua poesia era l’idea che con essa volesse in qualche modo sparare su dio. Era un maestro elementare colto, con il quale potevi anche parlare di Hegel […] Non ho mai sopportato l’editore che fa salotto. Concepivo l’idea di un’azienda che contribuisse attivamente a una cultura nazionale nuova. Fui anche fortunato, negli anni Cinquanta tutti ci sentivamo intelligenti e c’era una fame, spesso indistinta, di sapere. Ricordo che in un anno o poco più si vendettero 250 mila copie della nostra nuova Storia della letteratura italiana in nove volumi […] Il Sessantotto è stato la farsa della resistenza […] Milano è stata la patria di Cattaneo e Turati, istintivamente sento di appartenere a quel mondo composto di dignità e concretezza. Oggi abbiamo una cultura senza serietà. Non ho nessuna stima per la cultura italiana […] La nostra fu una generazione diversa. Veniva da una società contadina, concreta e vera. C’era stato il dramma della guerra e la Resistenza. Lei dice il Sessantotto. Ma il Sessantotto è nato dalla troppa ricchezza. In tutto il mondo è durato due o tre anni. Da noi si è protratto per oltre un decennio. […] Ho smesso di leggere […] Leggo solo filosofia greca […] Agli inizi degli anni Ottanta ne avevo piene le scatole della casa editrice. Scrivere era un modo per uscire. Ricordo che al mio primo romanzo fu fatta una recensione talmente sperticata che la ‘Stampa’ non volle pubblicarla […] Sogno il suicidio da quando sono nato […] Bisogna guardare in faccia il proprio tempo. Ero già stanco agli inizi degli anni Ottanta. Ho venduto tutto nel 1996. Ci sono stati anni in cui ho guadagnato l’ira di dio. Credo di essere stato un uomo fortunato […] Senza mio padre non so se sarei riuscito a fare quello che ho fatto. Io ritengo che un imbecille può essere un genio e un genio un imbecille, a seconda delle circostanze. Il caso ha la meglio su tutto. Non ero un talento come Jesi. Se non mi trovavo quel patrimonio già formato non so cosa avrei fatto […] Il lavoro editoriale, per chi è al vertice, è fatto soprattutto di chiacchiere. Devi avere idee, lampi di fantasia che altri realizzeranno. Poi critichi il risultato […] La mia è una generazione di defunti. Io sono un avanzo. Mi mancano quelli di cui abbiamo parlato. Ma non so perché. Non ho alcuna stima degli uomini di valore. Non mi fanno effetto. Sono stato un uomo intelligente, ma senza nessun talento”» (Antonio Gnoli, “la Repubblica” 26/1/2003).