Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  gennaio 29 Mercoledì calendario

Trieste Leopoldo

• Reggio Calabria 3 maggio 1917, Roma 25 gennaio 2003. Attore. «Figura fragile e gentile che ha attraversato tanto grande cinema. Poldino, Polduccio. Era Fellini a chiamarlo così, con il suo vezzo infantile dei diminutivi, Fellini che di Trieste era stato il ”magnifico traviatore”, colui che ne aveva deviato il destino, strappandolo ad una sicura carriera universitaria. A 22 anni Trieste era laureato in filologia, appassionato di greco, aveva studiato con Sapegno e Praz, era stimatissimo, gli era stata subito proposta una cattedra. Ma era carico di ardori e fremiti scomposti, intellettuali (aveva frequentato Quasimodo) e non solo, da ragazzo del sud - era nato a Reggio Calabria - partito a conquistare il mondo con il sogno della scrittura. E fuori c’era la guerra, che cancellava le certezze. Abbandonò l’Università, anche se lo studio rimase il passatempo prediletto, il rifugio dalla solitudine e chi ha avuto il privilegio da forzare gli eccessi di ritrosia ed entrare nella sua casa (a volte faceva aspettare perfino l’amico Fellini) la ricorda come un cumulo di libri, un mausoleo di memorie, copioni, feticci, targhe, vestiti di scena, premi. E ne aveva vinti di Nastri e David, ultimo fu il premio Fellini a Cinecittà. Il teatro fu il primo amore. A 18 anni aveva già scritto sette commedie, ma il primo testo fu rappresentato nel ”45, La frontiera. che parlava dell’orrore della guerra e del pacifismo, a cui seguirono Cronaca, Capriccio in La minore, N.N.. premiate dal pubblico e da elogi critici. Ma alla sua natura irrequieta non bastava, nel dopoguerra il cinema era il grande richiamo per gli intellettuali, ci entrò come sceneggiatore. Poi incontrò Fellini. Dice la leggenda che Fellini, vedendolo in fila con aspiranti attori gli disse: ”Non è Leopoldo Trieste lei? Lei scrive bene, perché viene qui a perdere tempo?”. E Trieste: ”Mi interessa una ballerina”. E Fellini lo scritturò per il ruolo di Ivan Cavalli in Lo sceicco bianco. L’anno dopo lo richiamò per I vitelloni. Cominciò così una carriera di 170 film, una serie di interpretazioni con Sordi, De Sica, Manfredi, Gassman (altro grande amico dai tempi dell’Accademia), Mastroianni: indimenticabile in Divorzio all’italiana, uno dei tanti perdenti, tragicomici, stralunati e poetici personaggi che ha regalato allo schermo. Tu sei un attore nato, con una gamma completa dal comico al tragico, gli disse Fellini, che lo considerava il suo ”portatore di saggezza orientale, quello che trova la porta al fondo del labirinto”. E il suo talento attirò non solo i più grandi italiani, ma anche Coppola, Annaud, Vidor, Clement. Le donne e il calcio furono gli altri grandi suoi amori. Ammirava la bellezza femminile con lo stupore incantato e timido di chi non ha mai perso l’innocenza, guardava le partite di calcio come fossero spettacoli del circo. Negli ultimi anni aveva continuato a lavorare, senza disdegnare la televisione, scegliendo soprattutto registi giovani, da Tornatore (Nuovo Cinema paradiso, L’uomo delle stelle) ad Alessandro de Robilant (Il giudice ragazzino) a Roberto Andò (Il manoscritto del principe): sempre in nome di quella incontentabile curiosità che ha arricchito e tormentato tutta la sua vita» (Maria Pia Fusco, ”la Repubblica” 28/1/2003). «Il ”principe” dei caratteristi italiani […] Comprimario in oltre cento film cui ha portato in dote la propria bizzarria febbrile e l’accento meridionale, ha impresso magistralmente il suo senso grottesco con personaggi ”made in Sicilia”. Nessuno scorda il pittore Carmelo Patanè, che il barone Cefalù-Mastroianni convince a corteggiare la moglie in Divorzio all’italiana, né il nobile spiantato che in Sedotta e abbandonata accetta la disonorata Sandrelli, ma poi tenta di uccidersi per vergogna. I più giovani lo ricordano come padre Adelfio, il prete censore che tagliava le scene dei baci in Nuovo cinema Paradiso, o come il reduce di Spagna che riacquista la parola di fronte alla macchina da presa in L’uomo delle stelle, fino al Consiglio d’Egitto di Greco e a Marianna Ucrìa. Autore, attore, sceneggiatore, artista nel senso pieno, si era laureato in Lettere nella capitale, aveva vinto, giovane, premi letterari, si era diplomato regista al Centro sperimentale. A Roma aveva iniziato ex aequo la carriera di sceneggiatore – per Germi, Rossi, Gora – e di apprezzato commediografo nel dopoguerra, scrivendo testi di impatto neo realistico come Città di notte, La frontiera, N. N. e riducendo per la radio romanzi di Balzac. Intellettuale meridionale col fragile volto tragicomico dai neri baffetti e l’occhio vivace, diventava complice e amico dei suoi registi, da Germi a Tornatore, ma scopritore del suo talento fu Fellini che gli diede il ruolo dello sposino Ivan Cavalli che perde la moglie a Roma nel viaggio di nozze. E che bissò poi la collaborazione affidandogli le malinconie di un Vitellone, l’aspirante drammaturgo vittima di un capocomico. Caratteri malinconici, sul filo dell’assurdo, disegnati con eleganza e ironia da un attore fine sognatore, un incallito timido destinato a essere vinto dalla vita. Anche i telespettatori lo conoscono: prima per il Circolo Pickwick e Quo vadis?, con il commissario Montalbano. Tutto il cinema italiano – e anche qualche straniero come Coppola che lo volle nel suo secondo Padrino, Delon con cui fece due film, Clément, Anthony Quinn – gli deve qualcosa. Un certo sorriso, un’apparizione, un momento singolare, un’espressione interrogativa. Fu il portatore sano di un patetismo che veniva da lontano, raccontando attraverso decine di rivoli diversi e di caratterizzazioni patologiche, i sogni infranti di tanti italiani piccoli piccoli dal dopoguerra a oggi, conquistando una speciale popolarità, 3 Nastri d’argento e un David di Donatello. Ha lavorato con tutti i maggiori attori e registi italiani, ha girato una decina di film con Sordi, anche prevedendo necessarie variazioni sul tema. Fu un perfetto mite e inetto ragioniere che diventa eroico partigiano in Un giorno da leoni di Loy nel 60, un magnifico emigrante meridionale in Il giorno dell’Assunta di Russo, un gran barbone che parla con gli animali in Piso pisello di Del Monte e un allarmante psichiatra che cerca pesci rossi nella fontana del castello di Enrico IV di Bellocchio. Sfortunata invece la sua carriera di regista di due soli e inosservati film: Città di notte, analisi delle aspirazioni giovanili e degli ambienti della Roma bene prima della Dolce vita, il melodramma Il peccato degli anni verdi» (Maurizio Porro, ”Corriere della Sera” 28/1/2003). «Da bambino correva da casa sua, nel rione Ferrovieri, attraverso un breve tunnel invaso di rigagnoli fino alla spiaggia sterminata e deserta, come quelle della Papuasia. Aveva, come taluni meridionali da giovani, gli occhi a mandorla sporgenti e il naso degli indiani cherokee. E ridendo s’ipnotizzava a tirare sassi verso la costa della Sicilia, di Ulisse e Polifemo, la dov’era il profilo dell’Etna. Anche la sera in cui a dieci anni morì suo padre e restò sbigottito ma illuminato dalla luna. Poi uno zio ufficiale della marina mercantile decise che quel suo nipote meditante doveva divenire il gran scrittore di drammi e teatro che lui non era stato. Leopoldo che oltre allo sbigottimento aveva fiera e spontanea intelligenza di tutto, stette al gioco. Al liceo un suo vicino di casa era il superiore al genio civile di Quasimodo che lo colmò di venerazione, passione preziosa in giovinezza. Il sogno di suo zio lo rese invece immigrato a Roma, con madre e solerzie reiterate delle sorelle. Studiò e ottenne i voti migliori in greco e latino coi migliori filologi di quell’università. Però divagava, leggeva molto di psicologia sperimentale. S’accorse che per le donne aveva un sincero fervore, perciò le colmò di gentilezze e di galanterie discrete. Non voleva laurearsi. Tuttavia scrisse la tesi su un poeta cinquecentesco in venti giorni, per non dispiacere la madre. Mario Praz in commissione ne lesse solenne alcune pagine, a testimonianza della nascita di uno scrittore. Era pronto a quella carriera da sordido impiegato che è l’Università, ma studiò etnologia e si iscrisse al Centro Sperimentale per un corso di regia. Ma era meridionalmente certo che non c’era relazione tra scuola e lavoro, che quella era solo una sua mania. Doveva partire per specializzarsi in etnologia a Boston, quando scoppiò la guerra. Finì in fanteria raccomandato per il Genio cinematografico in Sicilia: da operatore filmò così le chiese bombardate in Sicilia. Quindi tornò a Roma sfiorando timido per i tavoli di Via Veneto dov’erano Cardarelli e Flaiano. Mi scusi signorina permette l’accompagni: s’invaghì molto di una soubrettina barese. Ma anche di molte altre. Intanto abituato dallo zio rilesse i sette drammi che aveva scritto prima dei suoi diciott’anni. Ne scrisse altri implacati. Furono rappresentati, divenne il giovane autore più brillante d’Italia. Bontempelli ne elogiò l’istinto teatrale, e il mestiere mirabile nervosamente disincantato. Invece lui nel 1951 si ritrovò sul mare a Fregene e nel parco dell’Ospedale San Camillo, vestito da Ivan Cavalli nella prima scena dello Sceicco Bianco. Ai macchinisti la prima volta veniva naturale fargli gli scherzi, ma poi divenne astuto talora furioso. Ma il giorno dopo ritornava quieto e stralunato. Federico Fellini capì subito chi era: suo amico prima ancora che lo conoscesse, per pigrizia incarnazione dell’invito a non drammatizzare, risolutore d’intrighi insolubili, fedele e colto Casanova calabro ma tifoso di calcio. Fellini con le sue matite colorate lo vestì nel carnevale dei Vitelloni da mandarino cinese. Una foto lo raffigura con Sordi, Interlenghi e Fabrizi che danzano per scherzo in fila. Anche lui ride, ma ancora meditabondo. Ha già piantato di cercare per lasciarsi scivolare sulle onde della vita: era già tutta riflessa sulla spiaggia di Calopinace, pronunciata con le vocali aperte dei greci antichi. Si mise a non fare niente partecipando a tutto. Negandosi al prossimo con rigore, se disturbato, ma concedendosi per non disturbare. E così senza curarsi, pasticciando col thermos del caffè, traversò miriadi di volte il cancello di Cinecittà. Si scelse una vita di stupori: per l’enigma che è l’intimità delle donne o per le gesta degli amici. Spiò a casa di Rossellini la Bergman che mangiava il gelato dentro un’arancia. Totò, vedendolo così riverente e mite e intelligente, gli confessò la pena della sua vita: la ragazza che era morta suicida di veleno per lui. E paterno gli dedicò sulla copertina di un libro ”tutto il bene che desidero per me”. Ma nel cinema Trieste si considerò a lungo un intruso, ladro nell’orto. Eppure fu capace di recite uniche e somme. Con quei suoi fissi occhi sporgenti che bruciavano di sbigottito desiderio, recitando miti timidezze invalicabili o burocrati odiosi, la disperazione e l’orgoglio, brave persone e criminali ripugnanti, inquisiti, usurai untuosi, aristocratici in miseria, eleganti direttori d’hotel, cafoni goffi. Fu Carmelo Patané in Divorzio all’Italiana e la bocca sdentata del Barone Rizieri Grifeo Zappalà di «Sedotta e abbandonata». Ma tradì Germi senza accorgersene con Franco e Ciccio in Sedotti e Bidonati. Per non dispiacere ad un amico che glielo aveva chiesto; e poi i due lo divertivano. Nel Caligola di Tinto Brass fu meravigliato dalla comunità di irregolari e mostri che costui aveva attirato. Mai pentito per una parte, si mimetizzò sempre, nella mischia suo malgrado, per restarne fuori. Come a Fellini, non gli premeva la recitazione ma l’atto di vita che ne usciva; né c’era in lui traccia di invidia per nessuno. Degli italiani fu la luna e quei tali beati meridionali per i quali si può dire con il Canto II, 81 di Ludovico Ariosto: ”La luna in mezo al ciel, che ritonda era vien lor mostrando ogni via diritta e torta”» (’Corriere della Sera” 12/8/2003).