Varie, 29 gennaio 2003
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TrevorRoper Hugh
• Glanton (Gran Bretagna) 15 gennaio 1914, Londra (Gran Bretagna) 27 gennaio 2003. Storico • «Storico inglese fra i più noti, ma la cui reputazione fu compromessa negli anni ”80 per avere autenticato i diari di Hitler che poi si rivelarono un falso clamoroso. Ha pubblicato numerosi studi sulla seconda guerra mondiale e il nazismo, tra i quali The Last Days of Hitler (1947) e Hitler’s Table Talk (1953), oltre ad avere curato Hitler’s War Directives, 1939-45 (1964) e The Goebbles Diaries (1978). Ha insegnato a Oxford. Divenuto nel 1979 Lord a vita, acquistò così il titolo di Barone Glanton nella contea di Northumberland. Nel 1983, dopo quaran’anni di studi, la sua credibilità subì un forte contraccolpo a causa dell’autenticazione di quei diari. Si trattava di 60 volumi nei quali dovevano essere raccolte le confidenze del Führer, per la pubblicazione delle quali la rivista tedesca ”Stern” e il quotidiano britannico ”Times” avevano pagato cifre astronomiche. Quei testi vennero pubblicati come autentici anche in altri paesi, Italia compresa. I diari tuttavia risultarono l’opera di un truffatore tedesco: Konrad Kujau, che trascorse 4 anni e mezzo in carcere per il falso» (’la Repubblica”, 28/1/2003). «Aveva esordito con un capolavoro della ricerca storica contemporanea: con Gli ultimi giorni di Hitler, del 1947, aveva dimostrato che il Führer era morto suicida e aveva così tacitato il dubbio, avanzato anche da Stalin, che Hitler fosse sopravvissuto alla caduta della Germania, come un Osama Bin Laden di quei tempi. Figlio di un dottore del Northumberland, d’intelligenza vivace e ottime relazioni, era in verità uscito da Oxford, Christ Church College, come classicista. Ma, avendo servito nella seconda guerra mondiale nell’intelligence che decrittava i codici segreti nazisti, aveva sviluppato l’istinto del detective. Dopo il conflitto, su incarico dei servizi segreti, egli viaggiò per la Germania, a rintracciare e interrogare i sopravvissuti della corte di Hitler. Il risultato fu quel libro, definito ”un ritratto claustrofobico e tacitiano”, che acclarò non solo il suicidio di Hitler, avvenuto il 30 aprile 1945, ma anche le circostanze della morte e i meccanismi del regime. A trentatré anni era già uno storico di fama. Aveva una fiducia in se stesso che, assieme alla rara capacità d’indagine, gli faceva trovare somiglianze e contrasti tra eventi lontani nel tempo e nello spazio, che sfuggivano ai suoi colleghi. Più che il grande trattato, amava il saggio breve, polemico, rivelatore. A soli quarantatré anni fu nominato Regius Professor (cioè scelto dalla corona) in storia moderna a Oxford, e si accapigliò in celebri zuffe storiografiche sulle cause economiche della guerra civile inglese (coi colleghi R. H. Tawney e Lawrence Stone) e sulle origini della seconda guerra mondiale (con A. J. P. Taylor, che gli aveva conteso la cattedra). Ormai potente, mentre scriveva altri best-sellers sul nazismo, fece eleggere Harold Macmillan cancelliere di Oxford e divenne master del Peterhouse College, a Cambridge. Ovvio che finisse nell’editoria, e infatti divenne consigliere d’amministrazione di Times Newspapers, la casa editrice del ”Times”» (Alessio Altichieri, ”Corriere della Sera” 28/1/2003). «Si laureò a Oxford con un ”double first”, come dire una doppia lode (pochi mortali ci riescono, uno fu, memorabilmente, Oscar Wilde); pubblicò a ventisei anni una biografia di William Laud, l’arcivescovo di Canterbury decapitato dai puritani, rimasta fondamentale […] Durante la sua lunga carriera affrontò svariati argomenti, rifiutandosi di fossilizzarsi in un’epoca sola; volendolo etichettare a tutti i costi lo si può forse definire come uno studioso dei rapporti tra storia sociale ed economica tra il Cinquecento e il Settecento, con una particolare attenzione ai movimenti religiosi in questo periodo e in quello precedente la Riforma, e con una particolare sensibilità per le arti figurative (vedi Principi e artisti. Mecenatismo e ideologia in quattro corti degli Asburgo (1517-1633), tradotto per Einaudi). Ma fu anche un eccellente giornalista culturale, molto ammirato per l’eleganza e l’asciuttezza dello stile, anche se i suoi nemici lo accusarono di essere tutto ironia e niente passione - di non aver mai scritto una frase banale, ma allo stesso tempo di avere rinunciato alla compassione e minimizzato ovvero ignorato del tutto le sofferenze umane di cui pure la Storia è intrisa. […] Si può comunque sostenere che il suo capolavoro non sia un libro di storia ma qualcosa di meno definibile, intitolato L’eremita di Pechino. Si tratta della ricostruzione delle attività di un colossale imbroglione, tale Edmund Backhouse, un inglese poliglotta che visse per molti anni in Cina e riuscì a far credere a molti occidentali di essere stato tenuto in gran credito alla corte dell’Imperatrice Vedova» (Masolino D’Amico, ”La Stampa” 28/1/2003).