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 2003  gennaio 29 Mercoledì calendario

Brumel Valery

• . Nato a Tolbuzino (Russia) il 14 aprile 1942, morto a Mosca (Russia) il 26 gennaio 2003. Campione di salto in alto. Uno dei maggiori interpreti dello stile ventrale, un purista. Medaglia d’argento all’Olimpiade di Roma ’60, d’oro a Tokyo ’64, campione d’Europa a Belgrado ’62. In poco pià di due anni e attraverso sei tappe, ha portato il record del mondo da 2.22 a 2.28: 2.23 il 18.6.61 a Mosca; 2.24 il 16.7.61 a Mosca; 2.25 il 31.8.61 a Sofia ( Bul); 2.26 il 22.7.62 a Palo Alto (Usa); 2.27 il 29.9.62 a Mosca; 2.28 il 21.7.63 a Mosca. Quel primato sarebbe stato battuto solo 8 anni più tardi (3.7.71) da Patrick Matzdorf ( Usa) con 2.29. «E’ stato il Gagarin dell’alto, lo chiamavano il saltatore del cosmo. Non solo un campione, uno capace di fare tre record mondiali in due mesi, ma un simbolo di un’epoca. Quando ancora c’era l´Urss e la guerra fredda con gli Usa. Altri tempi, quelli del suo ventrale. Aveva 18 anni ai Giochi di Roma nel ’60, quando il favorito era l’americano John Thomas che non perdeva da due anni, Valery gli portò via l’argento con 2.16, l’oro andò con la stessa misura all’altro russo, Shavlakadze. Thomas, che era anche primatista mondiale con 2,23, fu incolpato dalla stampa di essere un grande perdente, tanto da fargli dire: ”La gente ama solo chi vince”. Brumel e Thomas si erano incontrati alcuni giorni prima, al campo d’allenamento dell’Acqua Acetosa, dove il tecnico di Valery aveva mostrato con un certa fierezza all’americano il suo manuale per la tecnica del salto ventrale. Tutto codificato, ben 270 pagine. Perché allora si saltava un po’ come veniva, con il western roll. Thomas, da buon americano pragmatico, aveva protestato: ”Non serve leggere tutta questa roba per saltare”. Beh, magari valeva la pena dargli un’occhiata. [...] Famiglia di origini ucraine, aveva cominciato a saltare a scuola. A undici anni era salito a 1,30, a sedici a 1,50. Fu il primo ad adottare il ventrale, che era stato elaborato e codificato dal suo maestro, uno stile che non prevedeva velocità di entrata, ma grande forza. Si passava l’asticella con il ventre, lo spazio era quello della larghezza delle anche. Brumel era straordinario, nell’elaborazione tecnica, nella ritmica e nell’applicazione. Si inflisse sedute di allenamento massacranti, il 18 giugno 1961 arrivò al primo record mondiale, 2,23 a Mosca, che appena un mese dopo migliorò di un centimetro. Per poi ripetersi il 31 agosto a Sofia. Sul tetto del mondo c’era lui: ”Un compagno”. Aveva così poco paura dei confronti, che andò a vincere con 2,26 anche a casa degli americani e sempre contro Thomas, che ormai veniva quasi sempre fischiato dal pubblico e trattato come buono a nulla. Ai Giochi di Tokyo nel ’64 Brumel si presentò con il record di 2,28 ottenuto un anno prima a Mosca, davanti a centomila spettatori, sotto una pioggia torrenziale. Ma stavolta la pressione era tutta su di lui ed era troppa. Il suo tecnico fu costretto a mentire, a dirgli che in allenamento l’asticella che superava era molto più alta di quanto pensasse. Brumel mancò quasi la qualificazione, ce la fece all’ultimo tentativo, ma in finale anche se a fatica arrivò primo con 2,18, seguito ancora da Thomas, con la stessa misura. Aveva tutto Valery, gloria e fama. E aveva soprattutto 23 anni. Capitò tutto in una notte di ottobre del 1965. Era in motocicletta, seduto dietro, alla guida c’era Tamara Golikova, campionessa di moto. Nell’incidente lei non si fece nulla, lui andò a sbattere contro un pilone di cemento. Fratture multiple alla gamba destra, il piede che penzola quasi staccato dal resto del corpo, si parla di amputazione. E poi le accuse: era sbronzo, che ci faceva di notte con un’altra, una che non era sua moglie? Lo danno per finito, la sua vita è compromessa, la moglie chiede il divorzio. L’unica parola buona gli arriva dall’America, da un nero che sa cosa vuol dire perdere: ”Non ti dare per sconfitto, il destino ci mette alla prova, spero tornerai presto a saltare”. Firmato: ”John Thomas”. L’eroe Brumel muore, l’uomo Valery resiste. Con le stampelle. In tre anni si sottopone a 30 operazioni, grazie anche all’incontro con Gavril Ilizarov, un pionere nel campo della chirurgia ortopedica che l’aiuta a rimettersi in piedi. Torna a camminare e persino a saltare: 2,07 al coperto nel ’71. Ma si rompe di nuovo in allenamento e finisce ancora una volta sotto i ferri. Nel frattempo il mondo ha cambiato stile: si salta di schiena, come l’americano Dick Fosbury che ha vinto nel ’68 con 2,24 a Città del Messico. Ci sono altri modi per volare. Si laurea in psicologia dello sport e si mette a scrivere libri. Un romanzo e opere teatrali. Una, ispirata alla sua vita, resta in scena per cinque stagioni consecutive in un teatro di Sverdlovsk. Nel ’77 però qualcuno lo rivede in pedana, sembra lui, ma è un ragazzo biondo che si chiama Vladimir Yashenko, che salta come lui, anzi meglio di lui, con più velocità, accelerando gli ultimi due passi. E’ l’evoluzione del ventrale di Brumel. E’ ancora record del mondo, con 2,34. A dimostrazione che lo stile c’era. E che non era tempo perso leggere quelle 270 pagine» (Emanuela Audisio, ”la Repubblica” 27/1/2003). «Esistono atleti che hanno condizionato l’intera storia della propria disciplina e, più in grande, quella dello sport: Valeri Brumel è stato uno di questi. Un simbolo, un modello quasi irraggiungibile, un avversario indomabile per i suoi oppositori; ma anche un prototipo dell’uomo nuovo e della scienza applicata, dall’altra parte del muro. Nella guerra fredda degli anni Sessanta, assieme a Gagarin e prima di Borzov, ha svolto un ruolo fondamentale, al di là delle sue stesse ambizioni, finendo per segnare un’epoca. Di sé, pur essendo gentile e disponibile, non amava raccontare tanto. [...] Da piccolo, il nonno gli ricordava spesso, con le note di Prokofiev, la fiaba di Pierino e il lupo, per evitare che il piccolo Valeri si avventurasse nei boschi infestati dagli orsi. Ma Valeri amava la natura, e cresceva forte e veloce: avrebbe da grande, corso i 100 in 10’’5 (e saltato 7.65 in lungo), ma la sua passione era il salto in alto» (Elio Trifari, ”La Gazzetta dello Sport” 27/1/2003).